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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I forestieri a San Salvo

di Fernando Sparvieri


Un po' di storia locale raccontando personaggi









Capitolo XVI

Lu 'ngiugnire
(Tommaso Papi, l'ingegnere)



Uno dei primi forestieri di cui ebbi coscienza, nel senso che mi accorsi che non era natio di San Salvo, fu "lu 'ngiugnire" (l'ingegnere), così chiamato da tutti i sansalvesi anche se non lo era (gli mancavano pochi esami alla laurea).

Il suo nome era Tommaso Papi (1896 – 1963) ed era nativo di Amatrice, provincia di Rieti. Scapolo, viveva insieme ad una domestica di nome Minguccia, che era di di Casoli, all’anagrafe Maria Domenica Taraborelli (1915), che si occupava di lui come una perpetua con il parroco.

Lu ‘ngiugnire era giunto a San Salvo come assistente principale ANAS durante la costruenda Centrale Idroelettrica sul Trigno in località Caprafica di Tufillo (fine anni 50), che sarà una delle prime opere pubbliche incompiute della zona (i ruderi sono quelle gallerie che si vedono tutt’oggi abbandonate sulla S.P. Trignina, ubicate sulla destra in corrispondenza della prima galleria stradale andando verso Isernia). Aveva una motocicletta, una specie di primitiva Moto Guzzi rossastra, che per quei tempi era un lusso, con la quale si spostava nei vari cantieri da controllare. Era in costruzione il quel periodo anche il tratto della S.S. 16 litoranea Termoli – San Salvo Marina. Ligio al dovere si racconta che fece gettare per terra un pilone del costruendo ponte sul fiume Trigno della litoranea SS.16, perché a suo dire, era stato mal costruito.

Al suo arrivo andò ad abitare a n’affette (in affitto) in una casa di proprietà di Uggenie lu sacrastane (Eugenio De Francesco), ubicata in Via Savoia, dirimpetto al IV vico in cui all’epoca abitavo anch’io, che frequentavo da poco le elementari. Rimase in quella casa qualche anno, sino a quando non gli riservì ad Eugenio per farci andare ad abitare suo figlio Carmine, veterinario, che era in procinto di sposarsi con la maestra elementare Maria Rossetti.

L’ingegnere, allora, si trasferì lì vicino, sempre a n’affette (in affitto), a la case de Miccheline de Crapacotte (Michele Fabrizio), sul muraglione piccolo, all’imbocco di Via Savoia, dove tempo prima vi era stato lu spaccie de Crapacotte, cioè la rivendita di sali e tabacchi, prima che Michelino lo rivendesse a Marie Tacchelle (Mario D’Achille).

Dell’ingegnere ho splendidi ricordi. Era un uomo colto, grande appassionato di cruciverbe e con l’ hobby dei canarini (si costruiva da solo le gabbie con un’attrezzatura e maestria certosina). Amante della buona musica (era suonatore di flauto), appassionatissimo anche di fotografia, aveva stretto amicizia con mio padre, suo dirimpettaio quando abitava ancora da Eugenio, con il quale, la sera, al ritorno dal lavoro, si soffermava sovente in discorsi umanistici e filosofici, egli che aveva fatto gli studi scientifici.

Dal carattere gioviale, la sua casa divenne in breve tempo un ritrovo per i tanti suoi amici, una specie di cucina da pranzo/salotto in cui si conversava di tutto. A tutti offriva una tazzina di caffè che a quei tempi non era poca cosa, considerato che era ancora diffusissimo bere lu cafè d’urie (caffè d’orzo). Qualche mala lingua sospettava che qualcuno aspettasse che tornasse dal lavoro per andarlo a trovare per sbafarsi proprio un buon caffè.

Minguccia era sempre lì pronta. Ad un cenno dell’ingegnere arrivava sorridente ‘nghe na uantire (con un vassoio) e qualche pasticcino dentro. In fondo, offrire un dolcetto ed un caffè agli ospiti, se lo poteva permettere. L’ingegnere tireve 'na bella paghe (aveva un otimo stipendio), era scapolo, ed i soldi, come si diceva a San Salvo, gli avanzavano dalle orecchie.

Era forse un po’ meno generoso con le sue bottiglie di liquore, che custodiva gelosamente in una credenza della cucina. Ne aveva di tutte le marche, da poco in commercio, in un periodo in cui era ancora molto diffuso bere lu resolie, liquore che le famiglie producevano di contrabbando in casa per non pagare il dazio. L’impressione era che all’ingegnere, lontano da occhi indiscreti, dopo cena e nelle giornate festive, gli piacesse farsi qualche buon bicchierino di Marsala all’uovo, qualche cognac, senza però mai tradire il suo tradizionale aplomb. A rivelarlo erano a volte il suo viso ed il suo naso che assumevano un insolito rossore, ma era un dubbio, un mal pensare.

Una sera però...

Erano ancora i tempi in cui la gente, nelle serate estive freschejéve (prendeva il fresco) dinanzi casa, sotto la stillate (le stelle), al chiarore della luna. Sopratutto le donne si svagavano a chiacchiere, e elle faciavene parrahiune (e lì spettegolavano), sedute su sedie e siggilalle (sedioline) impagliate.

In quelle serate afose succedeva di tanto in tanto che Virgilio Artese, padre del maestro e poi direttore didattico Raffaele, grande appassionato di chitarra, che abitava in VIII Vico Savoia, invitava a casa sua mio padre, che in gioventù era stato un ottimo mandolinista e li,in una specie di cucina-soggiorno, davano vita ad un duo musicale chitarra e mandolino. Succedeva spesso però, che siccome dentro faceva caldo, Virgilio spronava mio padre, sempre reticente a suonare in pubblico, a sedersi fuori a mocche de porte (dinanzi all’uscio di casa), dove i concertini proseguivano sotte a la stillate (sotto un manto di stelle) in una specie di serenate alla luna, mettendo in allegria tutto il vicinato.

L’ingegnere, sentendoli suonare, ne rimase affascinato a tal punto che una fredda serata d’inverno, invitò, dopo cena, i due suonatori a casa sua, affinchè dessero vita al solito concertino.

Dopo un po’, non so come, arrivò anche il suo padrone di casa, Miccheline de Crapacotte, con il suo inconfondibile borsalino nero, che suonava anch’egli il mandolino. Lo invitarono a farsi una suonata e l’ingegnere, scoprendolo suonatore, gli volle fare un elogio e gli disse: “Ma guarda un po’ come suona bene il mandolino... questo imbecille”. Fu l’unica volta che l’ingegnere tradì il suo tradizionale aplomb.

L’ingegnere se ne andò per sempre il 5 aprile del 1963, lasciando vedova Minguccia, che qualche anno prima aveva sposato per lasciarle, almeno così diceva la gente, la sua pensione in reversibilità.

NOTA:

In alcune serate in cui d'estate la gente freschejéve dinanzi casa , si vedeva in cielo, muoversi tra le stelle, un puntino luminoso che da sud si muoveva verso nord, sino a scomparire verso il mare. "Quàlle è lu Sputnik" (Quella luce è lo Sputnik), mi disse mio padre, facendomelo notare. Era il periodo in cui era iniziata la sfida spaziale tra l'URSS e gli Stati Uniti. Nel '57 era stata lanciata dai sovietici, in orbita bassa, lo Sputnik 1 e subito dopo lo Sputnik 2 con a bordo la cagnetta Laika, il primo essere vivente ad essere lanciato nello spazio, prima dell'astronauta russo Jurij Gagarin nel '61. Gli americani, che nel '57 risposero subito con i loro satelliti artificiali, erano in ritardo rispetto ai russi per il lancio in orbita dell'uomo e circa una ventina di giorni dopo colmarono il gap con il loro primo astronauta Alan Shepard. Quei primi satelliti mandati in orbita, sia dai russi che dagli americani, la gente li chiamava Sputnik. "Piure la Mereche ha mannàte pe d'arie lu Sputnik" (pure l'America ha mandato in orbita lo Sputnik).

pag.16

dietro/avanti


Un libro sul web

MA CHI SAREBBERO

LI SALVANESE

I forestieri a San Salvo

INDICE


Capitolo I
Introduzione
I maestri di scuola



Capitolo II
I carabinieri
e Nonsaccie




Capitolo III
da Gerardo D'Aloisio
a Luegge Capaùne




Capitolo IV
Lu camie de Masciulle
(Il camion di Masciulli)




Capitolo V
Giovanni Bassi
e Valentini Bassi Venturini




Capitolo VI
Vincenzo Larcinese




Capitolo VII
Ninuccie
lu panattire




Capitolo VIII
Lu macillare
de Lentelle




Capitolo IX
Nine
lu napuletane




Capitolo X
Franche lu 'nfurmire




Capitolo XI
Quei matrimoni d'altri tempi -
La bella farmacista ed Erpinio Labrozzi




Capitolo XII
Quei matrimoni d'altri tempi -
Il fidanzamento
e a la spose




Capitolo XIII
Quei matrimoni d'altri tempi -
Il fidanzamento
e a la spose




Capitolo XIV
Erpinio Labrozzi e Maria Iole Di Nardo




Capitolo XV
(Fine prima Parte)


Capitolo XVI
Lu 'ngiugnìre
Tommaso Papi



Capitolo XVII
La famiglia Ricca




Capitolo XVIII
la crisi degli artigiani




Capitolo XIX
Lu motore
de le casuléne




Capitolo XX
Di Virgilio Nicola
la léma sàrde




Capitolo XXI
Lu camie
de Tinarìlle




Capitolo XXII
Angelo Di Biase
(Biascille)


Capitolo XXIII
Li carrettire
diventano camionis




Capitolo XXIV
Lu Jumme
ed il pastificio de mastre Camélle e Marchàtte




Capitolo XXV
Adelme, Gelarde e Micchéle Cillène




Capitolo XXVI
Li trajene
e la nazionale





Capitolo XXVII
La nazionale
ed il dialetto




Capitolo XXVIII
Li frastire
ed i venditori ambulanti




Capitolo XXIX
Quando la gente
parlava con gli animali




Capitolo XXX
Lu sciopere
de lu bosche
e le cantine sociali




Capitolo XXXI
La scoperta
del metano




Capitolo XXXII
La Brede (la SIV)





Capitolo XXXIII
La nascita
della Villa Comunale




Capitolo XXXIV
LA SIV
L'accensione
del 1° forno




Capitolo XXXV
Giorgio la Rocca
(lu rumuane)




Capitolo XXXVI
L'on. Aldo Moro
a San Salvo




Capitolo XXXVII
La fabbreche de le tavelàlle




Capitolo XXXVIII
Il profumo
del progresso




Capitolo XXXIX
La sirena
e le frasterézze




Capitolo XL
Il trofeo
San Rocco




Capitolo XLI
Pasquale Spinelli



Capitolo XLII
Umberto Agnelli
a SanSalvo




Capitolo XLIII
Scandalo al sole




Capitolo XLIV
Ma chi sarebbero
li salvanése