DIETRO ALLA LAVAGNA
(Il mio doposcuola)
Raccolta di canti, senza
pretese,
del maestro Evaristo
Prefazione di Fernando
Sparvieri
I canti folcloristici del maestro Evaristo, sono in gran parte
poesie musicate. Ispirati dalla società contadina, in cui egli è
vissuto nell'età giovanile, cantano l'amore per la sua terra, i
travolgenti amori platonici che infiammavano i cuori giovanili,
con la natura, come in un quadro, a fare da sfondo.
Ottimo mandolinista e discreto chitarrista (il suo primo
mandolino se lo autocostrui' nella bottega artigiana paterna di
falegname),
il maestro Evaristo, come autore di canzoni,
composte con l'ausilio del suo strumento, ha uno stile tutto
suo, appoggiandosi in modo spontaneo, a conclusione di molte
strofe e ritornelli, a note di quarta, prima di chiudere il
periodo musicale.
Questa sua caratteristica, dopo averci fatto l’orecchio,
conferisce a molti suoi brani, una originalità tonale, di cui
egli si serve, sovente insieme a tempi binari con
suddivisione ternaria 6/8, per dare maggior risalto ai suoi
testi poetici.
Si tratta, in gran parte, di melodie semplici, composte con i
tre accordi fondamentali di tonica, dominante e sottodominante,
che si prestano, in alcuni brani, come in “Sopra ‘na culline”,
per lungo tempo unico inno sansalvese, o “La lune z’è fermate”,
a sviluppi armonici, anche complessi.
Egli, riservato com'era, componeva innanzitutto per una sua
esigenza interiore, senza pretesa di creare componimenti per
ottenere popolarità e consensi, sicuramente conscio dei propri
limiti.
E' importante ricordare che negli anni '40 e '50, ogni paese era
un po' come un mondo a sé stante, e che la musica vera la si
ascoltava nelle poche radio che pochi avevano in paese, e dalle
bande che arrivavano in occasione delle principali festività
religiose, come a San Vitale o San Rocco, un santo che la
modernità ha dimenticato.
Il resto era demandato a molta improvvisazione da parte dei
suonatori, che suonavano quasi tutti a orecchio, che si
esibivano nei saloni dei barbieri, in cui non mancavano quasi
mai una chitarra ed un mandolino.
Evento importante per la musica locale fu il ritorno
dall'Argentina di
Marcelléne (Marcello Scardapane),
ottimo suonatore di bandoneon, flauto traverso e clarino, che
riportò a San Salvo un baule ricolmo di spartiti.
Nella foto: Marcello Scardapane, il primo a sinistra con il
flauto traverso, in un gruppo musicale argentino. Il primo a
destra, con il mandolino è Angelo Di Stefano, fratello di Zi'
Lueggie (zio Luigi), sansalvese trapiantato in
Argentina.
Grande violinista di quegli anni fu Antonio Di Falco, fratello
di
Za' Giuvuannine Di Falco, nella foto a destra, che
suonava il violino
smancinéte (era mancino),
Nella foto sono ritratti oltre al violinista Antonio
Di Falco, da sinistra al mandolino Ndriuccie lu teléfene
(Andrea Ciavatta), alla chitarra Zi' Peppe lu barbíre
(Giuseppe Bruno) ed all'altro mandolino Miccheline de
Crapacótte (Michele Fabrizio).

Una citazione
particolare merita Antonino Sparvieri (1919-2007), fratello
maggiore del maestro Evaristo, virtuoso mandolinista e
violinista eccelso, in quest'ultima veste componente anche di
orchestre sinfoniche. Disse una volta Leone Balduzzi parlando di
Lui: "Non ho mai sentito un mandolinista come Antonino". Amico
intimo di Raffaele Artese, Dino Artese , chitarristi, e
naturalmente del fratello Evaristo, fu anch'egli ottimo poeta
dialettale, "allievo" di Modesto Della Porta, grande poeta
guardiese, a cui tutto il gruppo di amici si ispirava. Antonino,
che aveva frequentato anche le prime classi di liceo senza
terminare gli studi, era un leader giovanile della San Salvo
dell'epoca. Con la nomea di dongiovanni, dopo il matrimonio, si
trasferì nel dopoguerra, dapprima a Vasto, poi a Foligno ed
infine a Roma, ove prestò servizio alle dipendenze delle FF.SS.
con la qualifica di capostazione, nello scalo di Roma Termini.
E' sepolto a Vasto, nella tomba di famiglia del suocero Angelo
Pasquale Gravinese, pugliese, scultore, stabilitosi nel 1925 a
Vasto, autore della base scultorea che sorregge la statua di
Gabriele Rossetti nell'omonima piazza vastese, del restauro e
del rosone della facciata della Chiesa di San Giuseppe, del
Politeama Ruzzi, di fontane storiche, nonché di importanti tombe
gentilizie. Antonino Sparvieri, che dopo il matrimonio apprese
dal suocero anche l'arte di scalpellino (sua è la lapide
scolpita a mano in memoria di sua madre Giuseppina Sabatini al
vecchio cimitero di San Salvo), è da ritenersi uno dei più
grandi talenti musicali sansalvesi. Chi scrive ebbe la fortuna
di ascoltarlo ormai anziano: aveva un tocco e capacità
interpretative uniche e straordinarie. Gli anziani del paese non
lo hanno mai dimenticato.
Prima di concludere, corre l'obbligo ricordare Don Peppe Cilli,
padre di Don Vitale che lavorava al Comune. Don Peppe, eccelso
violinista, era stato componente dell’orchestra del Teatro San
Carlo di Napoli. Smessi i panni del musicista in tarda età, dopo
la pensione tornò a San Salvo, dedicandosi ad insegnare la
musica ai ragazzi del paese. Antonino Sparvieri fu suo allievo.
Nota
La fseconda foto di cui sopra, che ritrae il complessino
sansalvese, è stata scattata dinanzi a lu spáccie di
Miccheline de Crapacotte, rivendita n.1 di sali e
tabacchi del paese. Questo spaccio era ubicato nell'ultima
casa del piccolo muraglione che da Via Fontana immette in Via
Savoia e diede origine al nome dialettale delal zona: "a
Crapacotte" o "a lu murajiàune de Crapacotte". Lo
spaccio è rimasto per molto tempo nella memoria collettiva per
essere stato l'unico esercizio pubblico ad avere una radio in
paese. Era lì che i sansalvesi si recavano per ascoltare i
bollettini di guerra ed i giornali radio (lu cumunecáte)."L'ha
dette la radie de Crapacotte" divenne un modo di dire per i
sansalvesi per affermare che la notizia era vera.