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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri

Sfogliando pagine ingiallite dal tempo, ho incontrato mio padre.
Fernando Sparvieri

Sopr'a 'na culline tra li fiure
se trove stu paese 'ncantate,
sciabbindette chi ci l'ha piantate
loche chiù belle 'n pute' truvà.
Evaristo Sparvieri


MASTRO LUIGI DI IORIO
(Detto Firpo)





Alcuni aneddoti scritti da Evaristo Sparvieri
e pubblicati sulla "Voce"



AL CINEMA
di Evaristo Sparvieri


Mastro Luigi era un accanito fumatore, tanto da bruciare alcune diecine di sigarette al giorno.

Un giorno, trovandosi a Vasto, entrò nelle sala cinematografica denominata “Politeama Ruzzi” per assistere alla proiezione di un film molto famoso e di cui ne aveva sentito parlare, da tempo, in modo molto favorevole.

Prese posto nella platea e capitò, a suo dire, a fianco di una meravigliosa fanciulla che gli fece perdere la testa, tanto di non fargli capire più niente sulla trama del film in proiezione.

Raccontando tale avvenimento agli amici di bottega, concludeva: ”Ne j so’ pututo fa’ niente, però te l’haja attubbanate de fìmue”. *

*Non sono riuscito a combinare con lei nulla di buono, ma l'ho avvolta in una nuvola di fumo".



ALLUVIONE DEL POLESINE
di Evaristo Sparvieri



In seguito all’alluvione del Polesine, avvenuto nell’Ottobre 195, causato dallo straripamento dei fiumi Po e Adige e per cui ingenti e paurosi danni vennero arrecati in quel territorio, anche a San Salvo, si costituì un Comitato per la raccolta di fondi, da inviare in aiuto alle popolazioni colpite dal tragico evento.

Detto Comitato era formato dalle persone più rappresentative del paese (il Sindaco, l’Ufficiale sanitario, un rappresentante della scuola, ed il Parroco).

E’ da premettere che tra Don Cirillo e Mastro Luigi il sarto, (che aveva la bottega nei pressi della Chiesa Parrocchiale), vi intercorrevano buoni rapporti confidenziali, in quanto, Don Cirillo, nell’andare in Chiesa, spesso si fermava da Luigi, dando luogo a piacevoli, scherzose e (a volte) anche a pungenti ma benevoli conversazioni.

E così, allorquando i componenti il Comitato si presentarono a Mastro Luigi, chiedendogli la sua offerta, questi, tra il serio ed il faceto, li apostrofò dicendo loro :” Io non ci metto niente!”.

“E per quale motivo?”, gli chiese Don Cirillo.

“Perchè noi della Bassa Italia ci siamo nati alluvionati e a nessuno glie ne importa niente”, esclamò sornione.

“E poi Don Ciri'!", aggiunse rivolgendosi al Parroco, parlando nel suo stentato italiano: “Ci sarà, pure, qualcuno che lo ha voluto questo alluvionamento”.

“Nessuno lo ha voluto!", gli rispose Don Cirillo. "E’ stata purtroppo una disgrazia, una calamità naturale”, concluse.

“Sì! Don Ciri'! Ma ci sarà pure qualcuno che comanda... su tutto... su tutti noi!”, gli chiese ancora Mastro Luigi.

“Il Padreterno!”, gli rispose Don Cirillo.

“E allora perchè volete andare contro la volontà del Padreterno!”, concluse Mastro Luigi, tra l’ilarità generale creatasi al momento.




ESSE TRA ESSE
di Evaristo Sparvieri


Nell’immediato dopoguerra, allorchè i Partiti politici conducevano infuocate campagne elettorali, spesso, gli oratori, di uno stesso partito, (candidati alle elezioni e presenti sullo stesso palco), nel contesto dei loro discorsi propagandistici, si elogiavano a vicenda, mettendo in risalto e sviolinando le alte doti (specie morali) del collega presente al suo fianco.

Tanto a dimostrare che il loro partito proponeva, al vaglio dell’elettorato, uomini validi, onesti e capaci di ricoprire incarichi di amministratori della cosa pubblica, sia a livello periferico che centrale.

Mastro Luigi, ritenendo esservi invidia e gelosia tra di loro (per celata concorrenza) e, quindi solo ipocrisia e non altro, così commentava:

“Chesse z’avantene esse tra esse, ma ‘n zi ponne vidê gne hêtte e chene".


(Costoro si vantano tra di loro, ma non si possono vedere come gatti e cani).


IL 28 APRILE
di Evaristo Sparvieri


Era il giorno 28 aprile e Mastro Luigi, dopo essersi rimesso a nuovo nell’abbigliamento (z’avè arcagnate), uscì per la piazza, onde potersi godere la Festa in onore di San Vitale Martire.

Non fece nemmeno un centinaio di metri, che si imbatte’ con Mancini Luigi, il quale, unitosi a lui, gli raccontò per filo e per segno, la trama del film che la sera prima aveva visto a Vasto nel Politeama Ruzzi.

Finì la Processione, erano le ore dodici ed il racconto non era ancora finito. Si lasciarono ed ognuno rientrò nella propria abitazione, per consumare il pranzo di mezzogiorno.

Nel pomeriggio, verso le ore tre, Mastro Luigi, (dopo aver schiacciato un pisolino) rimise piede fuori per il passeggio festivo, ma, haimè... incontrò di nuovo Mancini che riprese il suo racconto dal punto esatto in cui prima l’aveva interrotto all’ora di pranzo.

Mastro Luigi non ce la faceva proprio più, si accendeva una sigaretta dopo l’altra, sperava di incontrare qualcuno con il quale potesse cambiare discorso, ma per delicatezza, non osò dirgli niente per non mortificarlo.

Arrivò l’ora della cena , e ugualmente ognuno rientrò in casa.

A notte inoltrata, e quando la Banda stava per iniziare l’esecuzione delle opere musicali, Mastro Luigi decise nuovamente di uscire.

Inconsapevole, giunto sull’uscio di casa, scorse con la coda dell’occhio Mancini che passeggiava poco distante dalla sua casa.

Senza farsi vedere, rientrò dentro, e se ne andò a dormire.

Raccontando tale episodio il giorno appresso agli amici della bottega, Mastro Luigi così esclamò : “Core de Sante Ve...! Jre Mancini m’ha fatte iuqua’ la feste di Santi Vitale”.*


*Mancini m’ha fatto giocare la festa di San Vitale.
Core de S.... è prihate e nò arnihate.



IL VESTITO DA ASINO
di Evaristo Sparvieri


Un giorno una pattuglia della Guardia di Finanza, in un giro di controllo per il paese, entrò nella bottega di Mastro Luigi il sarto, per accertare, se questi, fosse o meno in regola con il”Blocchetto IGE” che, per gli artigiani e commercianti, era obbligatorio avere.

Mastro Luigi, il “blocchetto” l’aveva, ma, in un arco di tempo, di circa un anno, da esso, ne aveva staccate non più di cinque ricevute.

Il Brigadiere, di fronte a tanta sfacciata evasione fiscale, chiese il motivo di così scarso rilascio di ricevute, e Mastro Luigi, bellamente, rispose che di lavoro non ce n’era ; e alla domanda di come facesse a vivere, rispose che egli era scapolo, figlio di contadino (proprietario di alcuni ettari di terreno) e che quindi, al suo mantenimento provvedeva, quasi esclusivamente, il padre.

Ed allora, il finanziere, per incastrarlo in qualche modo, gli chiese di fargli vedere il quaderno su cui registrava le “misure” dei propri clienti ; ma Mastro Luigi non si fece trovare impreparato, e gli rispose che, siccome di clienti ne aveva pochissimi, le loro misure "me l'arcorde a mente" (le ricordava a memoria).

Ma il sottufficiale, non volendosi sentire sconfitto, e per stabilire, approssimativamente, quanto fosse il guadagno annuo dell’artigiano sarto, gli chiese il costo di manifattura di ogni vestito.

Per confezionare un vestito, allora, occorrevano una cinquantina di Lire, ma Mastro Luigi gli rispose che egli si accontentava solo di dieci lire.

Di rimando, il finanziere, gli chiese, se, a tal prezzo, volesse, anche a lui confezionare un vestito.

Mastro Luigi accettò, e gli disse: “Però, poi, non dovete lamentarvi se andrete vestito da asino”.

“Come da asino?” ribadì il finanziere.

“Da asino, sì” confermò Mastro Luigi, “Perché per sole dieci lire non potrò confezionarvi se non un vestito da asino”.



LI DU’ MASTRE
(di Evaristo Sparvieri)



A poca distanza dalla bottega di Mastro Luigi, c’era un’altra sartoria: quella di Gigino Artese, di recente apertura, essendo, quest’ultimo, molto giovane e da poco professionalmente autonomo.

Fra i due, intercorreva una buona amicizia, ma siccome Mastro Luigi si reputava, (nel mestiere) di molto superiore al giovane collega, si atteggiava, spesso, a correttore dei lavori da questi eseguiti.

Ma Mastro Gigino, mal volentieri accettava tale atteggiamento, e più delle volte si finiva in maltrattamenti.

Una volta, in una di tali dispute, Mastro Luigi, non trovando argomenti validi a far prevalere le sue tesi, ogni tanto, se ne usciva con l’intercalare: “Ma Gigì, sa’ chi vu’ fa’: vammet’artravuddà” (trad. Gigino, sai cosa vuoi fare: vai a rotolarti per terra).

Gigino, non sopportandolo più, e sentendosi profondamente offeso, così gli rispose: “ A la fine di li cunte, Mastre Luì, vammet’artravuddà tu che si’ ‘n asine” (trad. In fin dei conti, Mastro Luigi, vacci tu a rotolarti che sei un asino).

Una volta i due si sfidarono al gioco delle carte (scopa), giocandosi un pacchetto di caffè tostato e macinato. Vinse Mastro Luigi, che, dopo aver preparato il caffe, (sui carboni ardenti del ferro da stiro), per sé e per i suoi due giovanissimi apprendisti, ordinò loro di andarlo a consumare avanti alla bottega di Gigino, e di ripetere spesso :” Ueh!!!, Com’è bone stu cafe’: sa di Artese”.

* artravuddà: rotolarsi per terra come fa l'asino, il cavallo, il maiale.



IL VESTITO DI PASQUALINO
di Evaristo Sparvieri



Pasqualino Di Iorio, studente universitario a Roma, dovendo ripartire col treno delle ore 16 per la Capitale, pregò Mastro Luigi di mandare a casa sua un apprendista a prendere il suo vestito da stirare.

Mastro Luigi, a malincuore, (perché sapeva che non l’avrebbe pagato, essendo mezzo parente) vi ci mandò l’apprendista Guido Tomeo (di una diecina d’anni) che, quando tornò, era scosso ed impaurito, perché Donna Felicetta (la mamma di Pasqualino) l’aveva violentemente rimproverato, perché aveva chiesto di dargli il vestito di Pasqualino e non di “Don Pasqualino”.

Mastro Luigi, dopo aver eseguito accuratamente il lavoro, ordinò allo stesso apprendista di riportarlo dietro, ma questi, dato il precedente spiacevole inconveniente, si rifiutò di farlo.

Allora, Mastro Luigi, rivolgendosi al secondo apprendista, Gino Mariotti (quasi della stessa età dell’altro) gli disse: *“Arpurtejele ti, e de’ a Donna Filiciatte: “Ecche lu vustete de Pasqualine, te le manne Do’ Luegge”.


*Riportaglielo tu, e dirai, a Donna Felicetta: “Ecco il vestito di Pasqualino, te lo manda Don Luigi”.


L A C I T A Z I O N E
di Evaristo Sparvieri


“Uggenie lu Sacrastane” (Eugenio il sagrestano) esercitava anche la funzione di “Ufficiale Giudiziario di Conciliazione, per cui aveva anche il potere di redigere le cosiddette “citazioni”, commissionate da creditori, nei confronti di chi non provvedeva al pagamento dei propri debiti.

Si fece confezionare un vestito da Mastro Luigi, e non si decideva mai a pagarlo.

Mastro Luigi, pazientò per un bel po’ di tempo, ma quando vide che non se ne parlava proprio, un giorno, chiamò “Uggenio” (che stava andando in Chiesa per le funzioni religiose) e gli disse: “Ugge'! Ti vu guadagna’ ca ccose?”*

“E come? “, rispose il sacrestano.
“Fatti ‘na citazione a te stesso”, concluse Mastro Luigi. **

* Eugenio! vuoi guadagnarti qualcosa

** "cita te stesso".



L’ORA DI CRISTO
di Evaristo Sparvieri


E’ da premettere che in quei tempi, Mastro Luigi, era uno di quei pochi che potevano permettersi il lusso di avere un orologio.

Era tascabile e di marca “Omega” e lo portava, assicurato da una catenina nel taschino dei pantaloni, come allora si usava.

Un giorno, trovandosi a Vasto (era il tempo della seconda guerra mondiale) un signore, lungo Corso Nuova Italia, gli chiese, per cortesia, che ora fosse.

Mastro Luigi, tirò fuori l’orologio dal taschino e gli rispose:“Sono le ore dieci”.

Siccome vigeva l’ora legale, quel signore, sapendo che le dieci erano già trascorse, gli domandò: “Come le dieci !!! Forse lei vuol dire le undici ?”

“No", ribadì Mastro Luigi: "Sono le dieci”.

“Scusi", gli chiese allora il signore:"Ma lei va con l'ora legale o con l'ora solare?".

"Je vaje 'nghe l'haure c'ha 'mmintate Creste!", concluse Mastro Luigi. *


* “Io vado con l'ora inventata da Cristo."



LU MEDICHE DI LI PALLE
di Evaristo Sparvieri

Mastro Luigi, in un periodo della sua vita, ebbe dei lievi disturbi ai testicoli che poi si risolsero positivamente, trattandosi solo di passeggeri ed insignificanti malori.
All’inizio, però, egli era molto preoccupato, per cui, avendo avuto l’indirizzo di un medico specialista in materia, residente a Pescara, senza alcun indugio, vi si recò immediatamente.

Arrivato “in loco” , raccontò che presa la rampa delle scale del palazzo ove esercitava la professione il medico, sulla porta del primo pianerottolo lesse:

“Ragionier ... "

Nel secondo pianerottolo: “ Avvocato…”

Nel terzo pianerottolo : “Ingegner … ”

Finalmente al quarto: “Medico delle palle.”

“Que’ è ” (Questo è), disse a se stesso ed entrò.

Da quel che si è potuto capire, siccome sapeva poco leggere, nella scritta “malattie veneree e pelle” aveva scambiata la parola “pelle “ con quella di “palle”.


LA “GROSSA” SPACCATA
di Evaristo Sparvieri


La cosiddetta “Grossa”, la campana maggiore della Torre Parrocchiale, si era spaccata.(Si era agli inizi degli anni ’50).

La causa era incerta; però, non mancavano voci tendenziose che accusavano uno dei due sacrestani (quello uscente e quello entrante che per gelosia di mestiere, e per mettere in cattiva luce il rivale contendente al posto, avrebbe compiuto furtivamente il biasimevole misfatto).

Comunque, per poter riportare allo “statu quo ante” la situazione, in paese costituirono (organizzata dal Parroco Don Cirillo Piovesan) un apposito Comitato per la raccolta dei fondi necessari al ripristino della vecchia e antica campana.

Mastro Luigi il sarto, che aveva la bottega a poche diecine di metri dalla Chiesa e l’abitazione proprio sotto il campanile, al momento in cui gli venne chiesta l’offerta, non fece di testa sua, ma la fece stabilire da Don Cirillo, il quale gli disse che avrebbe dovuto dare almeno 5.000 lire, dato il suo stato economico abbastanza buono.

E Mastro Luigi, di rimando:” Carissimo Don Cirillo, io ve ne darò 10.000, a condizioni, però, che voi leviate dalla Torre anche le altre due campane (la mezzana e la campanella) perché "... da canda so' nate m' hanne ritte le... racchie e 'n J la cale pruprie chije!!!" (da quando sono nato, mi hanno sempre rotto i… timpani, e non ce la faccio proprio più).



LI COLACOLE
di Evaristo Sparvieri

Durante il secondo conflitto mondiale, e precisamente nel periodo invernale, e parte di quello estivo, relativi agli anni quarantatrè e quarantaquattro del secolo scorso, la nostra San Salvo fu centro di smistamento delle Forze Armate Inglesi, relativo alle operazioni belliche, contro i Tedeschi, allorchè il fronte si era assestato, per parecchi mesi, sulle sponde del fiume Sangro.

Il nostro Paese, in quella occasione, si vide trasformato in una grande piazza d’armi, ed in ogni dove, anche nelle viuzze più recondite, non mancavano automezzi militari, depositi di armi e di munizioni e di quant’altro era necessario ai rinforzi, ai rifornimenti ed ai rincalzi delle truppe operanti sul fronte delle operazioni belliche.

Tale permanenza ebbe luogo anche per alcuni mesi della stagione calda, per cui, nel paese, come al solito, riapparvero le mosche in numero abbastanza considerevole.

Gli Inglesi, ed in special modo gli Ufficiali, perché indossavano pantaloncini corti fino alle ginocchia, si erano muniti di aggeggi fatti di crini, a mo’ di codino di cavallo, con cui scacciavano i fastidiosi insetti, insistenti aggressori delle loro nude gambe.

Mastro Luigi, osservando scene di tal genere, se ne venne fuori con questa frase:

“Li ’nglese hanne pahihure chi ni i pezziche li mêscule; a ni, i pezziche li “colacole”* e ‘n zi ni manc’ addunuame”, e chesse fanne tutte ssa cummuedie".

* Gazze ladre.

trad. "Gli inglesi hanno paura che di essere punti dalle mosche. A noi ci pungono le gazze ladre e neanche ce ne accorgiamo".


LO SPIRITO DI CORPO
di Evaristo Sparvieri


Durante gli anni trenta del secolo scorso, coincidenti col ventennio fascista, i giovani, al compimento del diciottesimo anno di età, erano obbilgati a frequentare il cosiddetto “Corso di istruzione premilitare” tendente alla preparazione, dei giovani stessi, prima che essi venissero chiamati a compiere il servizio di leva nei vari settori delle Forze Armate dello Stato.

Detti corsi avevano il loro svolgimento nell’ambito del paese di residenza, nel pomeriggio di ogni sabato ed in locali chiusi o all’aperto, a seconda delle attività da svolgere (pratiche o orali) e, per accertare il livello di preparazione dei giovani, spesso venivano, loro, rivolte domande relative al programma svolto.

E Mastro Luigi, investito dalla domanda cosa fosse “Lo spirito di corpo”,* sarcasticamente ed intenzionalmente rispose: “Lu ŝquardille”, usando il termine muratoresco che vuol significare “scorreggia”.

Per tale affronto e offesa alla disciplina ed alle norme del rigido e serio regolamento militare, si “sbafò” una nottata in “camera di sicurezza” presso il Posto Fisso di Polizia, esistente, allora, in paese.

*Orgoglio di appartenenza al proprio Corpo Militare.



LU CILE NGHI LU DUETE
di Evaristo Sparvieri


Nell’immediato dopoguerra, (relativo alla seconda Guerra Mondiale), fra le ragazze aspiranti al matrimonio, in San Salvo, vi era una che si reputava superiore alle altre per avere alcune lire (che le altre non avevano) guadagnate dal padre emigrato negli Stati Uniti d’America.

Pertanto, aspirava ad un matrimonio con persona di buon livello sia economico che culturale: addirittura pretendeva un laureato e possibilmente medico.

Il tempo trascorreva inesorabilmente e la ragazza, presa dal timore di rimanere “zitella” rinunziò alla parte culturale e si accontentò solo di quella economica.

Fidanzatasi con un signore di Vasto, che era proprietario e gestore di un attrezzatissimo negozio di formaggi e salami, ci teneva a far credere ai Sansalvesi che il suo era un matrimonio di cui lo spessore, le altre, non se la sarebbero mai sognato.

Nel periodo di fidanzamento, passeggiava, spesso, per le vie del paese, unitamente al proprio fidanzato, ostentando prosopopea, superbia e non curanza di nessuno (si dava, quindi delle arie).

Mastro Luigi, osservando tali atteggiamenti da parte della ragazza, ebbe a dire: “Ma guarda a chella : za crede ch’ha tucquate lu cile nghi lu duete, zenza sape’ ch’ha tucquate la murtatelle”.

(Ma guarda quella: crede di aver toccato il cielo con il dito, senza sapere che ha toccato la mortadella).



L U P A L E T T O’
(Il cappotto)

di Evaristo Sparvieri

Nel periodo bellico (1943-44) in cui la penisola italiana, era attraversata dalle Forze Armate Britanniche, dopo lo sbarco in Sicilia, si era attanagliati da un pauroso stato di carenza sia di prodotti di primissima necessità che di altro.

Trovare l’occorrente per potersi far confezionare, dal sarto, un vestito, non era cosa facile, e spesso si ricorreva a tessuti di natura militare, di cui i militari stessi se ne disfacevano per usura, per amicizia o per altri motivi, specie di carattere economico.

Si presentò alla bottega di Mastro Luigi, un giorno, un certo Antonio (sansalvese purosangue, di cui, per riservatezza non si cita il cognome), per farsi confezionare un “paltò”, portando, al Maestro sarto, una coperta militare inglese, di colore giallo, pelosa e robusta (da usare quale stoffa), un pezzo di tela da tenda mimetizzata (da usare come fodera e tela dura ) e due ciberne di tessuto sfilabile (da cui ricavare il filo necessario).

A tal vista, Mastro Luigi, così, lo apastrofò: “Ma tu, care “Ndonie, si sbaiate puteche : tu ave’ da j’ a la puteche di ‘Ndunine Crecchie: lu mmuastare”. *

*Ma tu, caro Antonio, hai sbagliato bottega: dovevi andare a la bottega di Antonio Checchia che realizza i basti per gli asini.



LU PIANINE
di Evaristo Sparvieri

Una volta per le vie dei paesi, andava spesso girando un pianino, che, trainato da asino, o da persona che fungeva da asino, emetteva motivi musicali popolari, allo scopo di racimolare qualche soldo in offerta, acciocchè quella povera gente potesse, in qualche modo, sbarcare il lunario.

Il pianino era azionato da una manovella che, girata continuamente da una persona, produceva suoni già prestabiliti su rulli di carta bucherellata.

Nell’immediato secondo dopoguerra, uno di tali pianini, girava per le vie di San Salvo, ed il personale addetto era costituito da tre persone: marito, moglie ed un figlioletto di una diecina d’anni.

Giunti nelle vicinanze dell’attuale “Farmacia Di Croce” il bambino, col piattino, raccogliendo le offerte, si spinse fino alla bottega di Mastro Luigi il Sarto, che, nel vederlo, gli chiese cosa volesse ed il perché di tale richiesta.

Il bambino glielo spiegò e, Mastro Luigi, che aveva il suo laboratorio abbastanza distante dal luogo dove il pianino era in azione e quindi non si era accorto della sua presenza, così lo apostrofò:”Tu vi a sunà a lu purate (1) e vi a segge a ecche!”. (Tu vai a suonare al prato e vieni a riscuotere qui!).

Poi, sorridendo, tirò fuori dalla tasca qualche soldino e lo diede al bambino.
1)” Lu purate” (il prato) è una zona di campagna che si trova nella pianura del fiume Trigno, a circa tre chilometri da San Salvo.


LU PRUFUSSORE DI LI...
di Evaristo Sparvieri

A San Salvo, entro gli anni cinquanta, venne istituita la Scuola di Avviamento Professionale con sede nei locali del vecchio Palazzo scolastico dove vi erano aule libere per essersi, la Scuola elementare, in parte, trasferita nel nuovo Edificio di Via De Vito.

Quale Preside provvisorio venne nominato l’Arciprete Don Cirillo Piovesan, Parroco unico a San Salvo; mentre l’incarico all’ insegnamento , per carenza di personale abilitato, venne affidato a Professori “raccogliticci” quali laureati in giurisprudenza, in farmacia in veterinaria ed altro.

L’unico professore abilitato era quello relativo all’ Educazione fisica, che veniva da Vasto: era un certo Donetro De Fanis che, per le sue ottime qualità professionali e umane , era molto stimato ed apprezzato nella sua Città ed altrove.

Il portamento fisico di tale professore (forse dovuto all’attività professionale che quotidianamente svolgeva), sembrava essere pervaso da una eccessiva spavalderia, e Mastro Luigi , che lo vedeva passare quasi ogni giorno avanti alla sua bottega, un giorno se ne uscì con questa frase:

“Ma tu vedi gna zi ‘mposte lu Prufussore di li “capiltotte”.* (Ma guarda come cammina pieno di sè il professore delle capriole).



NON ME LO METTO
di Evaristo Sparvieri


Zi’ Angilicce lu Panattire (Angelo Cilli), di una età abbastanza avanzata, un giorno si presentò alla bottega di Mastro Luigi per farsi confezionare un vestito nuovo, perché quello che aveva addosso era l’unico che possedeva e che, per il tempo trascorso, era ridotto ai minimi termini e non era più presentabile.

Aveva con sé tutto l’occorrente (stoffa, fodera, filo, bottoni, ecc.) e Mastro Luigi lo accolse con molta simpatia e rispetto data la vecchia conoscenza che intercorreva tra di loro e data la bella e rispettabilissima età del cliente.

Presi, preliminarmente, i dovuti accordi del come l’abito doveva essare confezionato, Mastro Luigi si apprestò a prendergli le misure, e quando nulla più vi era da fare, Zi’ Angilicce, salutò cortesemente, e prese la via della porta per andarsene.

Ma come arrivò sulla scala di essa, si rigirò e, diretto a Mastro Luigi disse:"Però, io quesso vestito non me lo metto”.

“ E perché?”, domandò Mastro Luigi.

“Picchè, troppi chiare”, rispose il vecchio:

E Mastro Luigi: “E allora picchè ti li si’ ‘ccattate”.

“I’ ni mi li so’ ccattate; mi l’ ha cattate Oreste: chi lu stupide di fijeme”, rispose, ancora Zio Angelo, e se ne andò.

Dopo alcuni giorni, il vestito era già bello e pronto, e Zi’ Angilicce puntualmente lo andò a ritirare.

Lo indossò subito, buttando quello vecchio.

Trascorso un bel lasso di tempo, Zi’ Angilicce, ogni tanto si recava da Mastro Luigi per farsi rattoppare il vestito o mettervi qualche pezza onde chiudere gli strappi o i buchi che, in seguito al continuo uso, nel vestito venivano a verificarsi.

Mastro Luigi, quando vide che tale operazione durava già da parecchio tempo e che il vestito, ormai, era quasi fuori uso, con molta educazione e rispetto, così disse a Zi Angilicce:

“Zi’ Angili’, ma ni m’ave’ dette ca ssu vistete nin ti li vuleve ’mette picchè” troppi chiare? Ma a me mi pare ca Signure’, su vistete nin ti li vu’ pruprie luvua’ cchii . Ti ci si affizziunuate".*



* Zio Angelo non mi avevi detto che questo vestito non te lo volevi mettere perché di colore troppo chiaro? Ma a me sembra che non te lo vuoi proprio levare e che ti ci sei affezionato.



SIVA SIVE
di Evaristo Sparvieri

Nel secondo dopo-guerra, spesso, almeno per una volta alla settimana, girava per il paese un vecchio “Vuastarole” povero, macilento e mal ridotto.

Veniva a piedi da Vasto e portava con sé un piccolo sacco, una cesta (con della paglia dentro) e una piccola stadera ottonata, che usava nel vendere i suoi miseri prodotti.

Girava per le vie del Paese gridando:”Siva Sive”e… “Siva Sive” era diventato il suo” nome d’arte”perché, per individuarlo, tutti lo chiamavano così.

La sua principale attività commerciale era quella della vendita del “sego”di cui i contadini, ne facevano largo uso, sia per rendere morbide le scarpe da lavoro, sia per togliere la durezza ai finimenti e alle bardature dei loro animali da lavoro.

La vendita avveniva, quasi esclusivamente con scambio di prodotti locali (formaggio, uova, vino, olio ed altro) che, poi, il vecchio, o rivendeva “in loco” o portava a Vasto per lo scambio in moneta.

Un giorno, Mastro Luigi, vedendolo passare avanti alla sua bottega lo fermo’ e gli chiese di vendergli un “pezzo di cacio”

Il vecchio, poso’ per terra la cesta, entro cui aveva alcune uova e qualche pezzo di formaggio, si tolse dalla spalla il sacchetto contenente il” sego “( dal nauseante tanfo), e diede mano alla stadera per procedere al peso del prodotto richiesto.

Ma per sua disgrazia, capitò che entro il piatto della stadera, vi si trovasse, per caso, un filo di paglia.

A tal punto Mastro Luigi (che non doveva comperare nulla) si rivolse al vecchio dicendogli: ”Mo pure lu pese di lu file di paje t’haja paga?”.

Il vecchio, con santa pazienza, rimise nel cesto il formaggio e rigirò il piatto della stadera per far cadere la paglia e mentre faceva tale operazione, diretto a Mastro Luigi gli disse: “Oh quanda sì cacante!!!” (quanto sei cavilloso!).

Non l’avesse mai detto!!!

Mastro Luigi, che non doveva comprare niente e voleva forse solo divertirsi un pò, lo aggredì dicendogli:”Ma va’ ffa ‘nc... ; vedi che vi’ ha da fa’ , e ne j cimintenne cchiù la gente!”.

Il povero vecchio rispose:”I’ ti so’ cimintate? Tu mi si chiamate!!! Vattene a fa’ ‘nc... ti ; ma tu vedi nghi chi razza di cristijane haja cummatte je’ “ e, cosi dicendo, se ne andò, mentre Mastro Luigi lo seguiva con lo sguardo ridendo sotto i baffi.



ZI’ LISANDRE
di Evaristo Sparvieri

Mastro Luigi aveva uno zio di nome “Zi Lisandre” col quale non andava d’accordo per il motivo che temeva che questi, non avendo figli, ed essendo di condizione economica abbastanza buona, alla sua morte, avrebbe lasciato tutti i suoi beni al nipote Sandruccio, (figlio di Giovanni Di Iorio) che per “rinnovo” portava il suo stesso nome.

Mastro Luigi, pertanto, non lo sopportava affatto e spesso ci si scontrava anche per futili notivi di carattere semplice e familiare.

Diceva che Zi’ Lisandre faceva “pantire” (pozzanghera) dalla parte del nipote Sandruccio, nel senso che come l'acqua piovana stagna in una pozzanghera, così Zi' Lisandre "stagnava" denaro che avrebbe donato alla sua morte al nipote prediletto.

Un giorno Mastro Luigi disse che quando lo zio fosse morto avrebbe fatto sigillare tutti i suoi beni , e che alla successiva spartizione dei terreni avrebbe preteso che gli venisse assegnata una striscia di terra per ogni appezzamento di terreno che lo Zio aveva lasciato.

E’ da mettere in evidenza che i terreni di Zi’ Lisandre non erano in unico “corpo”, ma sparse in zone diverse dell’agro di San Salvo, e ne erano parecchi.

E alla domanda che il notaio avrebbe potuto rivolgergli del perché tale scelta e cosa ne avrebbe fatto di piccole e inutili strisce sparse, Mastro Luigi, diceva che gli avrebbe risposto: “ Ci-aia je’ a caca’! “ (Ci devo andare a cacare).


N.B. All’epoca a San Salvo non vi erano ancore le fognature e sopratutto i maschi erano soliti andare “al bagno grande” in aperta campagna.