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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Quando Cristo morto
lo "cacciavano" a mezzogiorno

di Fernando Sparvieri


Foto di Giomix 68


Canda hàsse li sà ca ugne anne li l’hóme acchiappe, chi ci va a fa' a èlle!” (quando Egli lo sa che ogni anno lo catturano, cosa ci va a fare lì!).

Così disse un vecchietto ad un suo amico, anch’egli anziano, seduto accanto a lui in chiesa, quando il prete, durante la messa del Venerdì Santo, predicava che il Cristo, dopo il bacio di Giuda, venne catturato dai soldati romani nell’Orto degli Ulivi per essere condotto dinanzi a Pilato.

Erano anni, evidentemente, che quel nostro amico vecchietto si struggeva l’anima sentendo quella storia. In cuor suo, forse, sperava che il Cristo, imparata la lezione, ci paresse senno evitando quel Calvario e che il prete, prima o poi, annunciasse finalmente al mondo una Pasqua migliore.

Non ricordo i nomi dei nostri due antichi concittadini e forse non li ricorderò mai, perché sono andati via, insieme a chi mi raccontò l’aneddoto, tutti all’altro mondo. La storiella però è vera. Successe prima della guerra, quando il prete era Don Oreste Scatozza e la chiesa , oltre ad essere un luogo di culto, era un raggio di luce in un oscurantismo culturale quasi totale.

Erano quelli tempi neri e non solo per via del Fascio che, almeno da quel che dicono, pare non fosse un bel fascio di luce. Erano tempi oscuri, talmente bui, che la processione del Cristo morto, stando a ciò che mi raccontava mia madre, la si faceva di giorno, intorno a mezzogiorno.

"Quando sei nato tu", mi raccontava, "il 3 Aprile del 1953, era Venerdì Santo e tu diedi i primi vagiti verso mezzogiorno, proprio mentre passava la processione del Cristo morto sotto l'Arco della Terra", casa che era di proprietà della famiglia di mio nonno Sebastiano Napolitano.

Nulla di strano, avevo sempre pensato. In fondo i preti hanno sempre fatto un po' di testa loro con l'orario delle processioni e poi, a quei tempi, con la scarsa illuminazione pubblica esistente, pensavo che fosse più che una necessità svolgere il rito processionale in pieno giorno, con la luce del sole.

Invece mi sbagliavo.

Chiedendo lumi ad alcune nonnine ho scoperto che in realtà il Venerdì Santo a San Salvo se ne facevano due di processioni: la prima, di mattina, che rievocava la Via Crucis; la seconda, invece, alla sera, quella solenne, del Cristo morto.

Durante la processione antimeridiana, si effettuavano soste in punti prestabiliti del paese, le cosidette stazioni, in cui predicava il prete ed a volte qualche frate. Questa rievocazione ripercorreva allegoricamente la strada per il Calvario sino all'orario della crocifissione del Cristo (ore 12.00 del 3 aprile del 33 d.C., data più accreditata) e non mancavano i simboli della Passione: una grossa croce nera portata a spalla, una colonna per rappresentare il luogo della flagellazione del Cristo, un galletto in legno tra due lance, a ricordare ciò che disse Gesù a Pietro nell'imminenza dell'arresto (prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte), il martello ed i chiodi con i quali crocifissero il Signore.

Don Cirillo Piovesan nel suo libro "La città di San San Salvo" parla di 12 stazioni. Le testimonianze delle nonne si fermano invece a tre o quattro: una in C.so Garibaldi, dove il prete predicava dal balcone della casa di Don Oreste Artese, un' altra a casa dell'orefice Don Antonio Gentile riscendendo da Via Savoia, un'altra ancora al Calvario, e l'ultima, per finire, al muraglione della curva de Donna Emma la mamméne (Donna Emma Frasca, la levatrice), prima di scendere giù, alla chiesetta della Madonna delle Grazie.

Altro particolare suggestivo raccontatomi dalle nonne è quello che durante la via Crucis, la Madonna, vestita a lutto, la mattina j'ave artruvuénne lu feje se' (andava alla ricerca di suo figlio) e quindi, nel corteo, precedeva la statua del Cristo morto, che veniva ugualmente portata in processione, però alla fine del corteo, come a volerla far entrare in scena dopo la Crocifissione.

Giunti alla Chiesetta della Madonna delle Grazie, lasciate le statue al suo interno, la processione di mezzogiorno si scioglieva ed ognuno tornava alle proprie case ed attività quotidiane.

Alla sera, verso l'imbrunire, aveva luogo la processione solenne, con la statua del Cristo morto che precedeva quella della Madonna.

Il corteo risaliva lungo l'attuale via Trignina e faceva ritorno alla Chiesa di San Giuseppe. Vi partecipava la stragrande maggioranza delle persone. Mia nonna Maria Fabrizio, deceduta ultracentenaria, mi raccontava che la processione serale era frequentatissima da molte donne, che non potendo sfoggiare di giorno abiti nuovi, speravano di nascondere, con il calar della sera, i vestiti troppo spesso miseri che indossavano.

Negli anni '60, con i tempi ed i costumi che iniziarono a mutare, e forse grazie anche alle prime moderne illuminazioni pubbliche, il Cristo morto iniziò ad uscire sempre e solo di sera.

Nel pomeriggio, i chierichetti, per annunciare al popolo l'imminenza della messa, che non poteva essere preceduta dai rintocchi delle campane, che erano attacchìte (legate, non suonavano), in segno di lutto, giravano per le vie paese nghe lu trìc e trác, che era un aggeggio con dei ferri attaccati ad una tavola, che agitandolo a destra e a manca emetteva un rumore assordante, seguiti da frotte di bambini nghe le racanélle, altri aggeggi in legno o di canna, che mettevano a rebbélle (a rumore) l'intero paese.

E finalmente, dopo la messa, usciva la processione.

Le donne sfilavano davanti e cantavano: "La passiona del signore, il dolore di Maria, impresto sempre sia... la nostra córa (impresso sempre sia, nei nostri cuori); i maschi, invece, che chiudevano il corteo, cantavano anch'essi con le loro voci robuste, conferendo alla serata un'atmosfera di grande sacralità.

Prima di far ritorno in Chiesa, c'era la predica.

La processione si fermava in Piazza Municipio, illuminata a giorno da un grosso lampione conico collocato su di un palo altissimo di metallo, che sembrava un disco volante. Lì, Cristo morto, adagiato su un catafalco, pareva ascoltasse anch'Egli, insieme ai fedeli, la predica che faceva Don Cirillo dal balcone centrale del Municipio.

San Salvo - Piazza Municipio anni '60


Chissà quanti preti, prima e dopo Don Cirillo, avrà ascoltato in tutti questi anni il nostro Cristo morto.

La lezione però, come disse quel vecchietto, non l’ha ancora imparata: continua ogni anno a recarsi all’Orto degli Ulivi, canda hàsse li sa' ca a elle le l’home acchiappe” (quando Egli lo sa che lì lo cattureranno).

Secondo me forse vuole farsi acchiappare Lui.

E sapete perché?

Perché la lezione non è ancora servita a chi era effettivamente rivolta.

Auguri per Pasqua.

Augurie! E mo me le dece! Mo' so' magnate!”.

(Auguri! E adesso me lo dici! Ho già mangiato!), rispose un sansalvese agli auguri di Pasqua, ricevuti nel pomeriggio.

Fernando Sparvieri

3 Aprile 2015 (Venerdì Santo)









I racconti di Fernando Sparvieri

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