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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Se ve vulàte 'mbriaca'...
(Se volete ubriacarvi)

di Fernando Sparvieri


Quand'ero ragazzino lo svago preferito dai maschi sansalvesi era la passatélle.

Cos'era la passatélle?

Gli anziani del paese sicuramente la ricorderanno. I più giovani, invece, dubito che sappiano tutti di cosa si tratti, anche se ho saputo che per molti ragazzi, sopratutto nei piccoli centri, è un passatempo ancora attuale.

La passatélle, che ha origini risalenti all'antica Roma, da quel che ricordo io, si svolgeva in tutti i bar e cantine dell'allor piccolo paese ed era il momento clou successivo ad un gioco con le carte napoletane, in cui, quattro giocatori, seduti intorno ad un tavolino, dopo una partita a tressette, a scopa o ad un altro gioco, giocandosi una bottiglia di birra o altra bevanda, davano vita a la legge (alla legge), altro nome de la passatélle, che consisteva, ridando una mano di carte, estesa a volte anche ad altri avventori presenti che vi partecipavano, nello stabilire chi fossero lu patràune (il padrone) e lu sàtte (il sottoposto). Lu patràune, in parole povere, era colui che aveva ottenuto il punteggio più alto in base a delle regole di gioco prestabilite e quindi aveva la facoltà di comandare sulla bottiglia di birra e scegliere, a suo piacimento, a chi offrirne un bicchiere. Per farlo, però, doveva avere il consenso de lu sàtte, che aveva ottenuto il secondo punteggio più alto, senza l'autorizzazione del quale non poteva dare da bere a nessuno.

Per questo motivo la cosa più logica era che il padrone facesse lu passe, cioè si ingraziasse da subito in qualche modo il "sotto" offrendogli il primo bicchiere di birra, per poi sperare di avere il suo consenso per offrirne altri a chi voleva lui, ma ciò non sempre avveniva per ripicche e controripicche tra di loro, spesso derivanti da vecchie ruggini. Accadeva spesso, quindi, che tra sfottò reciproci tra i due, il padrone, per sua decisione o costrizione, alla fine decidesse o fosse costretto a scolarsi da solo l'intera bottiglia, mettendo a serio rischio la sua sobrietà. Faceva parte del gioco, inoltre, che qualcuno venisse preso di mira e jave ilmue (andava olmo, in forma italianizzata), che significava lasciarlo per l'intera durata del gioco a secco, cioè senza fargli bere un solo goccio di birra. Insomma a volte era una specie di guerra di logoramento di nervi tra le parti e non si capiva bene se a comandare fosse veramente il padrone o il sotto.

Era un divertimento vederli giocare nei bar, prima che molti baristi abolissero il gioco delle carte. A pagare le birre era chi perdeva. Le partite, sopratutto nei pomeriggi invernali, dentro bar con i vetri appannati dal fiato e pieni di fumo di sigarette, si protraevano ore ed ore, sino all'ora di cena ed anche oltre.

"Seee! Purte n'andre!" (Silvio porta un'altra bottiglia di birra), si sentiva gridare al termine di ogni partita a Silvio Ialacci, il barista che aveva il suo bar Roma in C.so Garibaldi, con il bancone in una camera ed i tavolini, con bigliardo e biliardino, in un'altra adiacente, dove si giocava anche a carte.

Il risultato erano certe panze (pancie) prominenti, che dopo anni di "imbirramento", diventavano simili a botti e botticelle, a seconda della costituzione fisica dei bevitori, che mettevano a dura prova i bottoni della camicia nella zona del ventre.

I baristi, per non perdere il conto delle decine di bottiglie di birra scolate, ponevano accanto ai tavolini dei giocatori una cassa di birra vuota, che spesso e volentieri si riempiva dopo qualche ora, costringendoli ad accatastarne altre, una sopra l'altra. Era inevitabile che qualcuno prima o poi se 'nciucianásse (si ubriacasse). Allora, con i fumi dell'alcool nel cervello, cominciava uno spettacolo nello spettacolo, in cui davano vita ad interminabili e chiassose discussioni, che sfociavano, non di rado, in memorabili liti e talvolta in risse.

"Uaglio'!!!" (Ragazzi!!!), si sentiva gridare Sélve (Silvio) ad alta voce, da dietro il bancone, quando si accorgeva che nella camera accanto, stavano iniziando discussioni fuori dalle righe.

Da sinistra il barista Silvio Ialacci, titolare del Bar Roma in C.so Garibaldi. Al centro Rolando Ialacci, sansalvese emigrato a Rosario (Argentina); a destra Antonio Pracilio, cognato di Silvio.


Spesso erano frequenti scaramucce tra coppie di compagni di gioco.

"Si sbajáte! Tu aveva arspónne nghe la donne de bastúne
" (Hai sbagliato. Tu dovevi rispondere con la donna di bastoni), disse un giorno Silvine Menna, originario di Atessa, a 'Ndunine Kikinílle (Antonio Di Carlo), suo compagno di gioco molto più anziano di lui, un tipo mingherlino, con i capelli bianchi, un buon uomo, mentre quest'ultimo, al bar di Vitarille, in piazza, al termine di una partita a tressette, si era alzato momentaneamente dal tavolino e con la mano appoggiata sulla maniglia della porta mezzo aperta del bagno, con l'anta che si apriva all'esterno, stava andando a scaricare la birra che aveva in corpo.

"Tu si' sbajate! No je'!" (Tu hai sbagliato non io), gli rispose 'Ntunìne Kikinìlle, richiudendo  la porta del bagno, pronto a riaprirla, con la mano appoggiata sulla maniglia, dopo aver risposto per le rime a Silvino, che gli aveva indirettamente detto che era un fesso, che non sapeva giocare a tressette.

"No! Tu si' sbajáte! Nci si' capite niente a lu joche!" (No! Tu hai sbagliato. Non ci hai capito niente nel gioco), rincarò la dose Silvino, mentre Kikinìlle, sempre con la mano poggiata sulla maniglia, aveva mezzo riaperta la porta del bagno per entrarvi.

"Ma che cazze t'acchinde ti" (Ma che cacchio dici), gli rispose Kikìnille, richiudendo per la seconda volta di fila la porta del bagno, restando sempre lì, con la mano appoggiata sulla maniglia, pronto per riaprirla, mentre tentava d'arpellecciéreze (di rispondere a tono) a Silvino.

Insomma quella porta del bagno, ad ogni botta e risposta fra i due, si apriva e si richiudeva, sino a quando Silvino, non disse a Kikinìlle:

"'Ssu Mammuccélle! Ambarete a juca'" 
(Sei davvero un mammoccetto! Impara a giocare)

Non glie lo avesse mai detto: "Je' so mammucciàlle! Je' so mammucciàlle!" (Io sarei un mammocetto!), gli rispose alzando la voce Kikinìlle, che per l'ennesima volta, richiuse la porta del bagno, mollò la maniglia, avviandosi minaccioso verso Silvino.

"Mo te le vede?"
(Adesso la discussione si mette male), pensai dentro di me. Kikinìlle si avviò verso Silvino, ma fece retromarcia. La prostata stava cedendo. Si ficcò nel bagno e lì scaricò tutta la sua ira e la birra che aveva in corpo, facendo in tempo in tempo a salvare il pantalone e la reputazione.

Nella foto Vitarìlle e Cresténe (Vito Ialacci, fratello maggiore di Silvio, con sua moglie Cristina Marinelli), gestori del Bar Sport in Piazza San Vitale.


La passatélle
era un'ottima fonte di guadagno per i baristi. L'orario di chiusura dei bar era a mezzanotte ed era frequente che qualche barista fosse costretto quasi a cacciarli a notte inoltrata. Ma chi giocava non lo capiva. "N'andre gére" (Un altro giro), gli rispondevano "e doppe jame a cupujè'" (e poi ce ne andremo a dormire). Povere mogli.

I fatterelli buffi si susseguivano ad ogni passatella. C'è l'imbarazzo della scelta.

Si racconta che un giorno si misero a fare la passatelle al bar de Felicille (di Emilio Del Villano) in Via Roma, alcuni studenti e neo diplomati. Non essendo avvezzi a bere birra si sfidarono a caffè. Tra di loro vi era anche Sandrúccie (Alessandro Cilli), il ragioniere. Fatto sta che il giovane Sandrúccie, sebbene fosse ragioniere, perse il conto, bevendone, nel volgere di alcune ore, una decina e più di caffè. Non si sentì un granché bene e se ne tornò a casa. Rientrato a casa, disse a za Giuliàtte (Zia Giulietta), sua madre: "Ma'! 'Ntante me sénte. Me vaje a màtte nu ccuàune a lu létte" (Mamma! Non mi sento molto bene. Vado a mettermi un po' a letto). Non trascorsero dieci minuti che si vide arrivare in camera Za' Giuliàtte, che con un vassoio in mano, gli disse: "Sandrú'! T'aje purtate 'na tazzetélle de cafè" (Sandro ti ho portato una tazzina di caffè). Amore di madre.

Via Roma. Lu bar de Felicille (il bar di Emilio Del Villano), sullo sfondo, dietro la pompa di benzina del Cav. Virgilio Cilli. (Foto tratta dal profilo Facebook di Ida Candeloro


Sempre al bar de Felicille, lì successe un altro simpatico fatterello, adattabile allegoricamente a tante circostanze che sovente capitano nella vita. Mi è tornato in mente durante l'ultima campagna elettorale amministrativa del giugno 2022, quando ogni candidato cercava di portare acqua al proprio mulino, riempiendomi la memoria telefonica di santini e propaganda varia.

"Ma nghe la coccia ma' chi c'jaja fa a palle?" (Ma con la mia testa ci devo giocare a pallone?), avrebbe detto mia suocera, se ai suoi tempi avesse avuto anch'ella lo smartphone.

La storiella sulla passatella è invece questa.

Un pomeriggio di una domenica, un gruppo di amici, iniziò a giocare a tressette, con relativa passatella.

Fra di loro vi era Rocche Fusélle (Rocco Fusilli), che di mestiere faceva il muratore. Era una bravissima persona, pacifica, sempre con il sorriso sulla bocca. Al povero Rocco, come si suol dire, i suoi amici quel pomeriggio lo misero a giro: praticamente perse tutte le partite e quindi, oltre a pagare la birra, andò sempre "olmo". Nessuno gli offrì da bere.

E così, dopo parecchie partite, senza bere un solo goccio di birra, ad un certo momento Rocco si alzò dalla sedia ed abbandonando il tavolo di gioco, così se ne uscì: "Ue'! Si che ve deche jè! Se ve vulàte mbriaca' 'mbriacateve nghe le solde a vustre" (Sapete cosa vi dico io, se volete ubriacarvi, ubriacatevi con i soldi vostri). E se ne tornò a casa.


15 Luglio 2022


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La passatélle
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Emilie de Felicìlle
(Emilio Del Villano)















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