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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Zi' Vitìccie e zi' Giusténe
(Le scardille)
(Fatterelli)


Da che mondo è mondo, vi sono sempre stati i cosiddetti burloni, gente a cui piace vivere in allegria. Pensando a loro si è propensi a pensare che sia gente poco seria, che non ha capito nulla delle cose importanti della vita, ma non è così. In realtà, osservandoli ed analizzandoli un po' meglio, si scopre che sono invece persone intelligenti, dedite al lavoro ed alla famiglia, che sanno prendere però la vita con filosofia, divertendosi e facendo divertire chi li osserva.

I loro modi di essere e le loro battute cambiano in base all'ambiente in cui hanno vissuto e dal loro livello culturale, anche se il senso dell'humor non ha titoli di studio, nel senso che chi ce l'ha ce l'ha.

A furia di scavare, con i miei amici anziani, alla ricerca di fatterelli d'altri tempi, ve n'è uno, raccontatomi da Sebastiano Valentini, qualche giorno prima della sua dipartita, quando andai a trovarlo a casa e mi accolse, nonostante la malattia, con la solita allegria, mostrandomi intatto il suo abituale senso dell'humor.

La storiella, risalente all'epoca del fascio, non ha nulla di particolarmente esplosivo, anche se trattasi di piccole esplosioni corporee, che fecero esplodere l'ira di un noto commerciante e benestante locale.

Vi erano a San Salvo due personaggi eccentrici, amici per la pelle, anche se sarebbe forse meglio dire per i peti. I loro nomi erano zi’ Vitìccie de Mertalàtte e zi' Giusténe Izzarille. Entrambi, gran giocherelloni, stavano sempre insieme e divennero famosi perchè erano due gran petomani, che si esprimevano tra di loro a suon di scardìlle, così erano chiamati i peti o scoregge nel linguaggio muratoresco, in uso all'epoca tra i muratori. Ad iniziare era sempre zì Vitìccie, un omone bello e grosso, che albe e ne albe (alle prime luci dell'alba), andando in campagna, giunto all'altezza del muraglione di Via Fontana, dove c’era lu spaccie de Miccheline de Crapacotte, scendeva dall'asino e si dirigeva verso casa di zi' Giusténe. abbassandosi con il sedere all’altezza de la hattarole (della gattaiola) della porta d'ingresso della casa dell'amico, gli dava la sveglia con un sonoro peto.

Zi' Dumeneche, dall'interno, contraccambiava.

Il vicinato, ancora a letto, udiva e rideva, anche se poi in pubblico, faceva finta ca ze ne faciave hábbe (di meravigliarsi, di scandalizzarsi).

Senonchè un giorno Don Antonio, l’orefice, che abitava ed aveva il negozio nelle vicinanze, esattamente nella palazzina dirimpetto ai gradini che dal piccolo muraglione di Via Fontana immettono su Via Savoia, stanco di essere svegliato anch'egli di buonora dalla potente sveglia mattutina di zi Vitìccie, o forse anche perché non riusciva più a vendere una sola sveglia alla gente del vicinato, perse la pazienza ed andò a parlarne con il Podestà, lamentandosi.

I nostri due amici vennero convocati in Municipio e per tutta risposta, subito dopo aver parlato con il podestà, andarono a sedersi sui gradini dirimpetto alla casa di Don Antonio, il quale, poverino, fu costretto a barricarsi in casa, con le finestre chiuse, quando partì il bombardamento nemico.

Zi' Viticcie Mertalàtte il primo a destra, con il cappello in mano, ritratto durante i festeggiamente delle "Sonme di San Vitale". Foto tratto dall'archivio fotografico su facebook di Ida Candeloro


Ho voluto raccontarvi questa storiella d'altri tempi, per meglio far capire com'era quel piccolo mondo contadino antico, fatto di sudore e di sacrifici, ma anche di divertimenti "fai da te", a volte al limite della tollerabilità, come nel caso dei nostri due amici petomani, in un'epoca in cui non c'erano né le televisioni e né tantomeno i cinematografi e gli unici svaghi erano gli arrivi di qualche raro spettacolo itinerante o del famoso Circo Borzacchini, quando piantava il tendone in paese.

Era tutto un altro mondo quello, rispetto a quello attuale. Inimmaginabile ai tempi d'oggi.

Il paese, dall'alto della sua collina, immerso in un silenzio bucolico, era come un'isola adagiata tra il mare e la campagna. Nelle giornate primaverili i profumi dei campi e la brezza marina arrivavano a folate, mentre si udivano nel cielo il cinquettio dei passeri ed il garrire delle rondini. A fare da contraltare ogni tanto, però, arrivavano cirte bafénne di fumìre (alcune folate di puzze di letame), che provenivano dalle stalle. Quando i contadini arcacciávene lu fumìre (ripulivano le stalle dal letame) e lo andavano a buttare nghe le trajéne (con i carretti) in campagna perchè diventasse humus per i terreni, il fetore, al loro passaggio, era insopportabile.

Purtroppo la condizione igienica in paese era sotto il limite della decenza: non c'erano fognature; non c'erano servizi igienici nelle case; mancava l'acquedotto. Ci pensavano le stalle e lu Vallingialle (canneto del Valloncello) per soddisfare i bisogni corporei dei maschi sansalvesi. Erano invece l'acqua de la fànte vicchie (della vecchia fontana), riscaldata a le chettìure (dentro calderoni in rame), ed il mare, d'estate, a lavare i corpi della gran parte della gente, che quando ti passava accanto, tenàve 'na ttámpe (aveva un tanfo) a causa della scarsa igiene personale. Le strade, fangose quando pioveva, erano piene de mellarde (di escrementi) di cavalli, asini, cani, squécchie de halléne (cacche di galline).

Quelle puzze, però, erano naturali. Il cielo, nelle belle giornate, era terso, blu, senza alcuna traccia di inquinamento atmosferico e di surriscaldamento globale, parole sconosciute. Ci pensavano i venti e gli alberi, in un ciclo di ricambio naturale, a ripulire l’aria da odori nauseabondi, comprese le bombe corporee di zi’ Vitìccie e zi' Giusténe, i nostri due petomani.

Poi arrivò il progresso. Gli americani spararono la bomba atomica e gli alberi, colpiti, cessarono anch’essi, insieme a tanti giapponesi, di respirare. Il pianeta venne invaso da un popolo alieno, sconosciuto sino ad allora, costituito da nuovi essere viventi, che invasero paesi e città, che mangiavano benzina, respiravano ossigeno e scaricavano nell'aria monossido di carbonio. Le automobili e le ciminiere delle industrie oscurarono il sole con cappe di smog.

La Terra, da sempre abituata a convivere con i quattro elementi naturali di acqua, aria, terra e fuoco, non ci capì più niente, e si ammalò. L'acqua, dei fiumi e del mare, videro pesci galleggiare ed i ghiacciai incominciarono a sciogliersi come neve al sole.

L'umanità, che viveva sin dai suoi albori in simbiosi con la natura, divenne il più grande parassita del pianeta, distruggendo e sfruttando, in nome del progresso e del dio denaro, sé stesso ed il suo mondo.

Chissà se forse era meglio quel piccolo mondo antico di zi’ Vitìccie Mertalàtte e zi' Giusténe Izzarille.

Chissà.

Ottobre 2021

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Zi' Vitìccie e zi'Giusténe
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I racconti di Fernando Sparvieri

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Gente, usi e costumi del mio paese



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MA CHI SAREBBERO
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di Fernando Sparvieri

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I forestieri a San Salvo



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(Emilio Del Villano)















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