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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi








Tite zi' Mè'
(Fatterelli)

di Fernando Sparvieri

Tite zi' Mé' e tite zi' Mé'! E frechéte zi' Ménghe.

Sino a pochi anni addietro, la suddetta frase dialettale, tipicamente locale, era forse il modo di dire più in voga tra i sansalvesi. La si sente tutt'oggi dire in giro, sopratutto tra gli anziani del paese, ma credo che tra non molto tempo, con la dipartita degli ultimi rappresentanti dell'ormai estinta civiltà contadina, entrerà a far parte definitivamente del mondo dell'oblio.

Il suo significato, rispetto alla storiella da cui ne trae origine, ha assunto più di un significato nel corso del tempo, adattabile a più circostanze, ma si riferisce principalmente ad una specie di imprecazione, quando qualcosa va storto.

A volte viene usato anche con il significato di aver perso la pazienza, specie quando qualcuno dice cose inesatte, non veritiere, e chi ascolta, dopo averlo pazientatemente ascoltato, stócche adderétte (va dritto, senza troppi giri di parole), spiattellandogli in faccia la verità. Ad esempio: "E tite zi' Me' e tite Zi Me'! A la féne ne j le so' calìute chije e j le so' 'mmullate 'mbaccie la veretà" (E dopo aver tanto pazientato, alla fine non ce l'ho fatta più e gli ho sparato in faccia la verità).

Ma come nasce questo modo di dire, esclusivamente sansalvese: "Tite zi' Mé' e tite zi' Mé'!"

Il detto ha radici lontane e risale intorno agli anni '20 del secolo scorso.

Protagonisti furono zi' Ménghe (zio Domenico Cilli), il cui nome abbreviato in dialetto e proprio zi' Mé', e Nucénde (Innocenzo Cilli).

Zi' Ménghe era un vecchio sansalvese, alto e magro, famoso per la sua longevità. Nato nell'800 passò a miglior vita negli anni '30, alla veneranda età di 98 anni. Da quel che si racconta era persona seria, ma abbastanza stravagante, nonostante l'età avanzata, quando si trattava de festeje' (di far festa). Appartenente ad una famiglia locale benestante, che abitava a fianco alla Porta della Terra, aveva una grande passione per il ballo, e sebbene avesse superato da un pezzo la novantina, era ancora un esperto ballerino, capace di dirigere la Quadriglia ed altri balli dell'epoca. I sansalvesi lo invitavano nelle loro case quando ze mettàve bballe (si ballava), ad esempio in occasione di feste di fidanzamento, matrimoni oppure la sera prima della partenza di un figlio pe' suldate (per il militare), che era una specie di festa per il raggiungimento dell'età adulta del ragazzo. Naturalmente ciò accadeva, in tempo di pace, quando il figlio partiva per la naja e non per la guerra, in cui erano il pianto e la disperazione ad impossessarsi degli occhi e dei cuori delle famiglie.

Zi' Ménghe era quindi come un antico disk jockey senza microfono, chiamato ad allietare le feste nelle misere case dei sansalvesi, che si protaevano spesso sino all'alba, in cui si recava senza alcun compenso, così, tanto per trascorrere una serata in allegria, tra amici, bicchieri di vino, resolie (rosolio) e pezzàlle (dolcetti fatti in casa).

Per rendere l'idea di quanto fosse famoso questo personaggio tra i sansalvesi, ma anche nei paesi del circondario, a distanza di trent'anni e più dalla sua morte, sopravviveva ancora una simpatica canzoncina che lo vedeva protagonista, che veniva cantata per gioco dai genitori ai bambini, sovente ancora in fasce. La canzoncina prevedeva un giochino che consisteva nel prendere in braccio il bambino e zullujérele (giocarci) ballando, mentre gli cantavano: "E 'bballe 'bballe zi' Minghe e zi' Minghe ne vo' bballa'". Il bimbo, ballando tra le braccia dell'adulto, squacarijéve, cioè si faceva quelle prime risatine a crepapelle, interagendo con chi lo faceva giocare, muovendo la cucciutélle (la testolina) a ritmo del ballo. La cantarono tante volte anche a me ed anch'io l'ho cantata da adulto ai mie figli ed ai miei nipoti. L'effetto risatina era assicurato.

(La canzone di zi' Minghe)



Nucénte, invece, che era parente alla lunga di zi' Ménghe, avevano difatti lo stesso cognome, era un bel giovane alto e robusto, che in età matura purtroppo sarà affetto da grave cecità, ma che all'epoca in cui successe il fatto, riusciva ancora a vedere discretamente, pur avvertendo i primi sintomi della malattia.

La storiella accadde vicino a lu quadreve', ad un incrocio di quattro viottoli di campagna andando verso lu Puràte (C.da Prato). Oggi in quella zona sorge la ex Magneti Marelli.

Lì, a lu quadreve', quando pioveva, si formava ad un punto nu panteràune (una grossa pozzanghera) ed era molto difficile transitarvi, in quanto ai lati delle strada, vi erano de le frátte (siepi selvagge) che i contadini avevano fatto crescere per non far invadere la cumbéne da le trajéne (i confini dei loro terreni dai carretti) che vi transitavano. Restava ai lati della pozzanghera pochissimo spazio, tra l'altro lievemente scosceso, e bisognava fare molta attenzione a dove si mettevano i piedi, perché con il fango era molto facile scivolare nella melma e finire in acqua.



Successe che dopo una pioggia abbondante, si ritrovarono a passare di lì', zi' Ménghe, a cavalle all'asene (sopra il suo asino), e dietro di lui, a péte (a piedi), Nucénde, che aveva la sua masseria (la massare' de Nucénte), proprio dietro la ex Magneti Marelli, scendendo verso lu Puráte (C.da Prato), nella zona denominata i Colli.

Nucénde, che come già detto non era ancora affetto da cecità totale, resosi conto che l'asino con sopra zi' Ménghe, potesse da un momento all'altro scivolare nella pozzanghera, iniziò a gridargli alle spalle: "Tite Zi Mé!' Tite zi Me'!" (Tieniti forte zio Domenico, fai attenzione a non scivolare). Ma zi' Ménghe ave' 'ncucciáte (si era interstardito e non gli dava ascolto) e così, dopo pochi metri, l'asino scivolò e caddero nella pozzanghera aséne e zi' Ménghe.

"E frechete zi' Ménghe", esclamò a quel punto Nucénde, costretto ad aiutare a rialzarsi dapprima Zi Ménghe e  poi l'asino.

A dire il vero, il modo originale in cui Nucénte tentò di avvisarlo fu: "Tite zi Ne'! Tite ze Ne'", perché , da quello che mi raccontò Pasqualino Cilli, pronipote di zi' Ménghe, Nucénde era un po' checco, cioè aveva anche un lieve disturbo nella pronuncia e pronunciava la N invece della M.

"Tite zi Ne' o Tite zi Mé'", fatto sta che la caduta di zi' Ménghe ed il suo asino nella pozzanghera, insieme alla frase finale pronunciata da Nucénde (E frechete zi' Menghe), fece il giro del paese, suscitando, come succede sempre quando qualcuno cade, l'ilarità della gente, fino a diventare un modo di dire popolarissimo fra la gente.

In pratica, successe un po' come quando, molti anni dopo, Mastro Luigi il sarto, cadde con la sua motocicletta all'altezza della Porta della Terra, svoltando da C.so Garibaldi in C.so Umberto I. Iniziò una processione di gente nella sua bottega e tuttti a chiedergli come era successo. 

"Core de Sante Vetale!" disse Mastro Luigi bestemmiando San Vitale, non potendone più. "Casche tanta ggente! U veda' ca la caschenne de Mastre Luéggie mo 'rmane a la storie?" (Cade tanta gente! Vuoi vedere che la caduta di Mastro Luigi resterà nella storia?).

Non toccò a Mastro Luigi restare alla storia per una caduta.

C'era già zi' Ménghe.

"E Tite zi' Mé' e tite zi' Mé'! E frechéte zi' Ménghe".

11 Gennaio 2022


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Tite zi' Me'! E tite zi' Mé'! E frechete Zi Ménghe!
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Zi mènghe e la manguláre
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