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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Pierine Rasannélle
(E 'na vodde, dìue e trà...)

di Fernando Sparvieri


Tra i personagggi più simpatici sansalvesi che mi sono capitati a tiro quand’ero ragazzo, merita un posto particolare, almeno per l’originalità, Pierino Argentieri, detto Pierine Rasannélle o la Rasannélle, che era il suo soprannome di famiglia.

Era un tipo esile di corporatura, magrissimo. Gran bevitore, scapolo, pesava più o meno 50 chili. Da ragazzo aveva lavorato con i muratori.

Lo ricordo un pomeriggio d’estate seduto su un gradino in C.so Umberto I, con la sua cannottiera bianca, pulitissima, il pantalone lungo nero e le scarpe lucide, come si usava a quei tempi dopo la commercializzazione delle prime moderne mutante e canotte intime di cotone.

Mi disse: “Haja ringrazie’ stu vraccitélle" (Devo ringraziare questo mio piccolo braccio). Aveva due braccia esilissime. Era caduto da un’impalcatura canda jave appresse a ‘na squadre de frabbecatiure (quando lavorava con i muratori) ed aveva su quel braccio delle cicatrici evidenti, postumi di un intervento chirurgico. Mi disse, mostrandomelo, che doveva ringraziare quel suo gracile braccio, perché grazie a quell’incidente poteva godere di una pensione, che seppur misera, gli consentiva di vivere con tanti problemi, ma dignitosamente.

Era un buon pagatore Pierino.

Faceva debito un po’ dappertutto, al negozio di alimentari, ai bar, ma quando riscuoteva la pensione, era preciso e puntuale: pagava tutti.

Anche il tabaccaio. Andava a comprare le sigarette a Marie Tacchelle (Mario D’Achille), che si era ricomprato lo spaccio di Miccheline de Crapacotte (Michele Fabrizio), la rivendita N.1 di sali e tabacchi del paese, trasferendolo dal muraglione piccolo di Via Fontana all’inizio di C.so Garibaldi, vicino l’Arco della Terra (dov’è oggi Foto Gino).

Un giorno Pierino andò da Mario e gli disse:“Damme nu pacchette e naziunale (Dammi un pacchetto di nazionali). Mario, seduto dietro il bancone, prese il pacchetto dallo scaffale e glie lo posò sul pianale. Pierino, lasciò le sigarette sul banco e gli disse: “Mo acchiappe chèsse è mettele vecene a chell’eddre” (Adesso prendi queste e mettile vicino alle altre), volendogli far intendere di aggiungere anche il costo di quest’ultimo pacchetto di sigarette al debito che già aveva aperto con la tabaccheria.

E Mario, interpretando alla lettera ciò che gli diceva Pierino, riprendeva il pacchetto di sigarette e lo rimetteva nello scaffale. Pierino, serio, senza scomporsi, gli ripeteva: “Marie. T’aje dette damme nu pacchette e naziunale”. Mario riprendeva le sigarette e glie le riposava sul bancone. E Pierino di nuovo: “Mo acchiappe chèsse è mettele vecene a chell’eddre”. E Mario riprendeva il pacchetto di sigarette e lo rimetteva al suo posto, nello scaffale.

Parea di stare in una specie di teatrino quando si incontrava Pierino. Non aveva un innato senso dell’humor, nel senso che gli piaceva fare battute. Erano i suoi modi di fare, le sue uscite, spontanee e divertenti, a renderlo unico. Ogni tanto qualcuno, come fece Mario quel giorno in tabaccheria, lo sfotteva, scherzandoci un po’. Raramente si arrabbiava. Aveva sempre la solita faccia, triste, che non lasciava mai trasparire né emozioni e né nervosimo.

Gli piaceva farsi nu bicchijre (bere il vino), ma anche il liquore e si vedeva. Quando camminava, sin dal mattino, aveva un andamento lento: un passetto avanti, un altro ancora e poi mezzo passo indietro, alla ricerca dell’equilibrio. Pareva ubriaco, ma quando parlava affeléve, cioè sapeva quel che diceva.

Abitava in 1° Vico Garibaldi, scendendo in fondo, quasi all’imbocco su Via Savoia , in una casetta nghe nu biancatélle (piccola scalinata con pianerottolo esterno). Ricordo che ero studentello delle superiori a Vasto, ed un mattino, per prendere uno dei due pulmann scassatissimi di Tessitore (la pustale de Ujunéscie o de Tufèlle), che fermavano in Piazza Papa Giovanni XIII, mentre percorrevo a piedi C.so Garibaldi , lo sguardo mi cadde verso il vicolo in cui abitava Pierino. C’era il camion dei pompieri. “Cos’è successo?”, chiesi a qualcuno. “Z’è bbruscéte Pierine” (S’ è bruciato Pierino), mi rispose.

Arrivò l’ambulanza e lo portò via. Mi dissero che Pierino, nella stessa camera in cui dormiva , aveva una botte di vino a cui aveva collegato un tubo di gomma sino al letto. Ogni sera, prima di prendere sonno, già supino, si faceva ‘na viviticcie (un sorso di vino) e fumava.

Quella notte, forse gli venne sonno mentre fumava: la sigaretta gli cadde sul letto e si bruciarono Pierino e materasso. Per fortuna dopo qualche giorno si rivide nuovamente in giro per il paese. Dissero che si salvò perchè nel sonno, con il caldo che faceva in camera, si lasciò scivolare dal letto, cadde e si arrotolò sotto la botte, non respirando molto il fumo che si propagò verso l'alto, nella stanza.

Era per noi ragazzi, ma anche per molti adulti, un divertente personaggio Pierino. Non era lo scemo del paese, come qualcuno potrebbe pensare. Non era fesso.

Anzi, a modo suo, era molto intelligente. Solo che i suoi modi di fare lo rendevano vulnerabile a le rifricamìnde (alle prese in giro) dei ragazzi, specialmente de le mannébbele de le frabbicatìure (degli apprendisti muratori), che spesso e volentieri, quando capitava, approfittando del fatto che era esile di corporatura e quindi non faceva paura dal punto di vista fisico, conoscendolo, si divertivano un po’ con lui, ma senza cattiveria.

Pierino se ne accorgeva ed agiva di conseguenza, con risposte secche, mai banali.

Lo ricordo un pomeriggio mentre giocava a scopa al Bar Corso, locale che Umberto Pollutri aveva aperto in C.so Garibaldi, quasi all’incrocio con Via de Vito, frequentatissimo dai giovani. Disse una frase che mi è rimasta appiccata adosso sino a diventare un mio modo di dire.

Lo trovai lì che stava giocando pétte a pétte (uno di fronte all’altro) seduto ad un tavolino insieme ad un suo coetaneo forestiero, scapolo come lui, nu sbracciáte (che aveva una mano di legno), che era venuto a lavorare alla SIV.

Dietro di lui c’era un gruppo di ragazzi, circa una decina, quasi tutti mannébbele (apprendisti muratori), che assistevano alla partita. Ma quella partita era l’ultimo dei loro pensieri.

In realtà cosa combinavano: cimendávane a Pierino (lo importunavano).

Ogni tanto, a turno, come nel gioco dello schiaffo del soldato, sbucava dal gruppo un piede tra i piedi, che spostava lateralmente la sedia sulla quale era seduto Pierino, che leggerissimo di peso, scivolava via, per mezzo metro sul pavimento levigato.

Pierino con santa pazienza, faceva finta di niente. Senza voltarsi dietro, zétte ti e zétte jé (in silenzio), come se niente fosse successo, faceva riscivolare la sua sedia riaccostandola al tavolino e continuava a giocare.

Con quel suo atteggiamento era come se volesse far capire a quei ragazzi che era inutile che continuassero a dargli fastidio, tanto lui aveva capito che lo volevano far incazzare, ma che lui non si sarebbe mai incazzato e quindi era meglio smetterla.

Ma niente da fare.

Le vìsse (Le spinte) diventavano sempre più frequenti con Pierino, che senza degnare mai di uno sguardo quei ragazzi alle sue spalle, si riaggiustava in silenzio la sedia.

Ad un momento, dopo l’ennesima spinta, si alzò e continuando ad ignorare totalmente chi aveva alle spalle, si mise a giocare in piedi.

Stette in piedi circa cinque minuti. Lui a la rétte (in piedi) e lu sbracciate seduto. Poi si risedette.

Ma haimé non fece in tempo neppure a poggiare il sedere sulla sedia che arrivò una nuova spinta, fortissima, che lo sospinse violentemente a circa un metro dal tavolino. E fu allora che Pierino, si alzò dalla sedia e guardando per la prima volta in viso quei ragazzi, con tono di voce un po’ alterata, disse loro: “E che cazze è! Mo avaste nà. E na vo’, e diue e trà… (E una volta, e due e tre)… e quattre e cenghe (e quattro e cinque)", concluse.

Colse nel segno. I ragazzi risero ma la smisero di fare i cretini. Quel quattre e cenghe fece capire loro che stavano esagerando.

Non l’ho mai dimenticato quel quattre e cenghe udito quel giorno al bar del Corso ed ogni qualvolta mi capita di sentire o vedere qualcuno che esagera, mi tornano in mente Pierino e quella sua frase.

Come dicevo, difficilmente Pierino perdeva le staffe. Stuccave adderette (non le mandava a dire), però, quando qualcuno gli diceva Rasannélle, il suo soprannome.

Era quello il periodo, negli anni '60, in cui la gente si arrabbiava per davvero se qualcuno gli diceva il soprannome ed anche Pierino non poteva essere da meno. Era un' offesa infamante, un disonore.  Pierino non si arrabbiava di certo ai livelli di Zi' Biasce Sagnitelle, che quando i soliti mannébbele (apprendisti muratori) gli dicevano il soprannome, li inseguiva e se l'acchiappave (se li avesse presi), li avrebbe ammazzati, tutti, veramente. Pierino faceva volare al massimo qualche parola grossa. Zi' Biascie, invece, in quei frangenti, metteva paura, diventava pericoloso. Era come se perdesse il ben dell'intelletto. Non molto alto di statura, con un paio di gambe arcuate alla cowboy, con la coppola in testa, appena udiva Sagnite', partiva a razzo, ad una velocità supersonica, inseguendo, con il coltello, per serate intere, quei ragazzi, che per precauzione, gli dicevano il soprannome a distanza di sicurezza, essendo Zi' Biascie, nonostante l'età, velocissimo, quanto e forse più di molti di loro.

C'era insomma una differenza abissale di incazzatura tra i due.

Chi fece arrabbiare Pierino fu un giorno Vetale lu barbire (Vitale, il barbiere). Vitale, che era un gran giocherellone e che aveva il suo salone dirimpetto al piccolo muraglione di Via Fontana, per un periodo gestì nello stesso locale in cui aveva la barberia, anche un posto di telefonia pubblica della SIP, con relativa cabina telefonica.

Pierino, che era suo cliente, in quel periodo, aveva in corso la sua pratica di pensione di invalidità, di cui ho scritto all'inizio di questo racconto, ed ogni tanto andava a telefonare da Vitale all'ufficio INPS di Chieti per conoscerne l'esito.

Dava un biglietto a Vitale, dove c'era scritto il numero di telefono dell'Ufficio di Chieti e dopo avergli chiesto di chiamare quel numero, parlava con l'impiegato addetto.

Vitale venne a sapere che l'impiegato gli aveva detto a Pierino di richiamarlo tra una settimana.

A Vitale gli venne in mente di fargli uno scherzo. Parlò con Mucci Bruno, di Torino di Sangro, che si era trasferito a San Salvo ed aveva aperto una macelleria in C.so Umberto I, e concertò insieme a lui, lo scherzo da fare a Pierino.

Lo scherzo consisteva nel fatto che quando Pierino sarebbe tornato nel suo salone per telefonare all'INPS, egli, invece di chiamare l'INPS, avrebbe chiamato Bruno, il macellaio, facendo il numero della macelleria.

E così fece.

Pierino si recò al posto di telefonia e Vitale fece il numero di Bruno.

"Pronto, pronto", disse Pierino al telefono, "io sono Pierino Argentieri".

"Chi?", rispondeva dall'altro capo Bruno.

"Pierino, Argentieri", ripeteva Pierino.

"Chi?", gli rispose Bruno: "Pierine Rasannelle?".

"Valleapijealuc...", lo mandò all'altro paese Pierino che si accorse che c'era qualcosa che non quadrava nella telefonata e disse a Vitale: "Ma chi cazze si' chiamate?" (Ma chi cavolo hai chiamato?).

"L'Inps! Me le se date ti lu nnìmmure" (L'Inps. Me lo hai dato tu il numero), gli rispose  Vitale.

"Ma che cazze di Inps e Inps" (Ma che cavolo di Inps e Inps), si incavolò Pierino, aggiungendo: "Gna faciave quelle de Chijte a sapa' lu soprannome me" (Come faceva l'impiegato di Chieti a sapere il mio soprannome).

"Forze so' sbajate nìmmure" (Forse avrò sbagliato numero), si giustifico serio Vitale, che poi gli rifece il numero esatto.

Un altro a cui piaceva prendersi qualche pizzicata con Pierino, ma senza cattiveria, era Gine lu municarille. Seduto davanti al bar Roma, in C.so Garibaldi, ogni qualvolta che passava lì dinanzi Pierino, che abitava nel vicolo a fianco, ordinava al barista ad alta voce: "Seeee! Purteme nu bicchìjre de Vecchia Romagne Etichetta Nera! Rase, rase, però." (Silvio. Portami un bicchiere del brandy Vecchia Romagna Etichetta Nera! Colmo colmo sino all'orlo, però).

Pierino, che non era fesso, quando Gino diceva al barista "rase rase", capiva che gli stava dicendo indirettamente Rasannélle, si fermava un istante e gli diceva, dinanzi a tutti: "La fr... de mammete". E se ne andava.

Pierino mi incuriosiva, mi intrigava. Era simpaticicissimo. Volli conoscerlo meglio. Tanto feci che quando divenni adulto iniziai a soffermarmi con lui. Nacque tra di noi una buona amicizia. Quando lo incontravo, gli offrivo volentieri da bere al bar e questo fatto lo rendeva felice ed orgoglioso della nostra amicizia. Mi diceva sempre: “Tu si’ de uneste” (Tu sei onesto, sei una persona per bene).

Un mattino lo incontrai al Bar Bruno, in C.so Umberto I.

Appena lo vidi lo salutai e gli chiesi se prendeva qualcosa. Mi rispose “Nu vermút” (Un vermouth).

E ti che te péje?” (E tu che ti prendi), mi chiese. “Jé mo me péje nu bicchijre de latte” (Io prendo un bicchiere di latte), gli risposi.

Che cazze!”, esclamò’, “’Nt’ha vastiute lu látte che se vàvete a la sàse de mammete canda ere quatrále?” (Che cacchio! non ti è bastato il latte che hai bevuto al seno di tua madre quando eri un infante?).

Era fatto così Pierino. Un personaggio unico, con il quale era piacevolissimo trascorrere qualche ora insieme. Aveva sempre la stessa faccia, seria. Non abbozzava neppure un sorriso, e per questo motivo, quando se ne usciva con quelle sue tipiche frasi ad effetto, era ancor più divertente.

Ho già intramezzato in alcuni miei racconti delle sue uscite che non ho mai dimenticato. Se volete leggerne un altra, cliccate qui. A dire il vero, sicuramente la sua battuta più bella è in un altro racconto in cui ho preferito conservargli l’anonimato.

Non so se l’avete già letto. Magari leggendolo, capirete che mi riferivo a lui. Ma essendo Pierino un amico, non potevo fargli un torto, parlando chiaramente di una sua questione personale, molto personale.

Tu si de unéste”, mi diceva.

7 Agosto 2022







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