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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Lo scialle della Befana
e Babbo Natale

(Fatterelli)

di Fernando Sparvieri


“Fernando! Fernando! Guarda la Befana”.

Guardai, fuori dal vetro, e nel buio della notte, vidi uno scialle, di quelli di lana fatti a mano, di colore celeste, ornato con qualche disegno marrone, che ondulava nell’aria, risaliva su, e poi riscendeva giù e poi risaliva su, all’altezza della finestra, dove mia madre, tenendomi in braccio, mi faceva vedere, aldilà del vetro, la Befana. Io a dire il vero vedevo solo uno scialle, in lana, fatto a mano, molto simile ad un altro che indossava mia madre, quando erano il fuoco del camino e la stufa, a riscaldare le gelide serate invernali. Dopo un po’ scomparve e non la vidi più, mai più, di persona, la Befana in vita mia.

Ogni qualvolta che ripenso alla Befana, mi ritorna in mente quello scialle . Era la sera del 5 Gennaio, del 1956 o del 1957, avevo all’incirca tre anni e a ripensarci oggi, non mi ero sbagliato. Era proprio lo scialle di mia madre, che mio padre, dal balcone al 2° piano della casa di mio nonno Sebastiano Napolitano, dove c’era la Porta della Terra, in cui abitavo da bambino, agitava volendomi far credere che fosse la Befana.



Babbo Natale, invece, da piccolo, non l’ho mai visto di persona. Ai miei tempi non veniva a San Salvo, paese abbandonato da Dio, dalle istituzioni e da Babbo Natale. Se ne stava al Polo Nord, prima che il consumismo e le televisioni lo facessero sbarcare anche in Italia con la sua slitta trainata dalle renne. Era una tradizione che non ci apparteneva, come la notte di Halloween. Babbo Natale era raffigurato solo nel libro di lettura, quando andavo alla scuola elementare. Non gli scriveva nessuno. Sì, il maestro ci faceva scrivere una letterina da mettere sotto il piatto capovolto del papà, promettendo di essere più buoni , sperando in qualche monetina e ci insegnava la poesia di Natale, da recitare in piedi sulla sedia alla fine del pranzo del giorno di Natale, ma di Babbo Natale, a San Salvo, nemmeno l’ombra. Era lontano da noi anni luci, nella sua notte boreale.

D'altronde in una società economicamente povera come quella degli anni '50, era già difficile per la Befana accollarsi le spese dei doni da portare ai bambini la notte del 6 Gennaio. Figuriamoci se la gente poteva permettersi dieci giorni prima, cioè la notte della vigilia di Natale, di fare già regali ai propri figli con Babbo Natale, replicando all'Epifania.

Veniva solo la Befana e basta. Arrivava, ieri come oggi, a bordo de 'na granare (una ramazza), gne quàlle de lu monnapiazze (come quella dello spazzino), si posava sui tetti, si infilava a la ciummuníre (nel camino), e portava doni ai bambini, ma anche cenere e carbone. I doni li portava ai bambini buoni e la cenere e carbone a quelli cattivi, che spesso erano stati più buoni dei bambini buoni, ma chissà perchè la Befana li considerava cattivi. Vent'anni prima c'era stata la Befana fascista a fare lo stesso ragionamento, dividendo non solo i bambini in buoni e cattivi, ma anche i propri genitori. La prima Befana repubblicana non cambiò di molto opinione, adottando gli stessi metri di giudizio, perseverando nella distinzione.

Oggi, invece, nella seconda repubblica globalizzata, i tempi sono per fortuna cambiati e la Befana è diventata molto più giusta.

Ed anche Babbo Natale, a bordo della sua slitta trainata da renne supersoniche arriva in un baleno.

Quest’anno è venuto anche a casa mia.

Ai miei nipotini, con i quali ho trascorso le feste natalizie, ha portato tanti di quei doni la notte della vigilia, che la mattina di Natale, mi ero stancato a far su e giù per le scale, a portare in cantina gli scatoloni vuoti, in attesa che passasse il camioncino de lu monnapiazze, cioè dell’ operatore ecologico, così si chiama oggi lo spazzino.

E mentre facevo su e giù per le scale, ripensavo ai tempi andati e mi è tornata in mente una storiella, che mi raccontò mio Zio Antonino Sparvieri, il fratello di mio padre, capostazione alla Stazione Termini di Roma, che abitava a Ciampino.

Mi raccontò che una sera, qualche giorno prima del Natale, portava a spasso per Ciampino, tenendolo per mano, il suo primo nipotino Andrea, oggi adulto, figlio di Anna Maria, mia cugina.

Andrea era un bel bimbo vivace, paffutello al punto giusto ed anche un po’ birichino.

Mentre passeggiavano per Ciampino incontrarono Babbo Natale.

“Vieni! Vieni Bambino”, gli disse Babbo Natale.

Si avvicinarono. “Bimbo, infila la manina in questo sacco. C’è un bel dono per te”.

Andrea infilò la sua manina nel sacco e tirò fuori un pezzetto di carbone.

“Mi spiace bambino”, gli disse Babbo Natale. “Riprova”.

Andrea infilò di nuovo la sua manina nel sacco e tirò fuori un altro pezzo di carbone.

“Riprova di nuovo, Bambino”, lo esortò ancora Babbo Natale.

Carbone, di nuovo.

“Mi spiace bambino”, gli disse Babbo Natale, calandosi nella sua veste di educatore. “ Se hai trovato solo carbone vuol dire che non hai fatto il bravo quest’anno. Cerca di essere più bravo, ubbidisci di più ai genitori, e vedrai che l’anno prossimo, quando ripasserai di qui, troverai dentro il mio sacco un bel dono”.

Muahhh!

Andrea ridiede la sua manina al nonno e ricominciarono la passeggiata.

Non fecero nemmeno dieci metri, che all’improvviso Andrea si fermò, e con la sua manina in quella del nonno, si voltò, guardò verso Babbo Natale, che era fermo ancora lì, e con accento romanesco gli gridò: “Babbo Natale! Ma vaffanculo!!!”.

Ripensavo ad Andrea, mentre scendevo le scale, carico di scatoloni vuoti dei regali che Babbo Natale, aveva portato ai miei nipotini.

E ripetevo dentro di me, ridendo: “Babbo Natale! Ma vaffanculo!!!”.

“Il troppi è troppi” (Il troppo e troppo), diceva Zi’ Véte, quando c’era qualcosa che superava i limiti.

Ma non ditelo ai bambini.

E nemmeno ai genitori.

5 Gennaio 2022
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(Emilio Del Villano)















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