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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










L'esame di 5ª elementare
(Il conclave)
di Fernando Sparvieri






L'eterno bambino
(Quando andavo a scuola io)





Ed arrivò anche il giorno del mio esame di 5ª elementare.
Per la prima volta ebbi a che fare con un maestro estraneo al mio corpo insegnante familiare. Ad esaminarmi fu l'ins. Davide Angiolilli, un giovane maestro da San Martino in Pensilis (CB).

"Possibile", pensai vedendolo, "che esistano anche maestri senza baffi?". Mio padre li aveva (mi diceva sempre "io sono un maestro con i baffi"), il maestro Germani pure, anche se aveva i baffetti, ed a farci caso bene li portava anche zio Ugo, il mio maestro: aveva cinque sei peletti sul prolabio. E non erano gli unici. Avevano un bel paio di baffi anche il maestro Strever da Vasto ed un paio di baffetti il maestro Pirozzi da Chieti ed a dire il vero ce l'aveva anche qualche maestra, femmina, alla quale puzzavano i baffi.

Il maestro Angiolilli, pur non essendo un maestro con i baffi, si dimostrò subito di essere un vero maestro, con le palle.

"Se tu hai già una palla", mi chiese, "e la Befana te ne porta un'altra, tu quante palle hai?".

"Due" gli risposi.

"Bravo", mi disse complimentandosi all'istante.

Poi, per vedere se ero bravo in scienze, mi fece una domanda trabocchetto: "Quante palle degli occhi hai?".

"Quattro", gli risposi.

"Come quattro?", mi chiese fraintendendo.

"Io ce ne ho quattro. Due di sopra e due di sotto", gli risposi e poi gli parlai dell'iride e della pupilla, che sono una palla dentro l'altra, come due cerchi concentrici e quindi, se la matematica non è un'opinione due per occhio facevano in totale quattro.

"Bravo!!!", mi disse e poi, prima di congedarmi, in confidenza, per vedere se io giocavo con le biglie di vetro, simili in un certo qual modo ad una protesi oculare, mi chiese:" Ma tu ci giochi con le palline".

"Certo", gli risposi. "Ogni tanto?".

Mi mise 10, come gli anni che avevo.

Era davvero bravo il maestro Davide Angiolilli. Secondo me era sprecato come maestro elementare. Ebbi modo di apprezzarlo, qualche anno più tardi, quando diventammo amici. Avrebbe potuto fare mille mestieri: il pittore, il chitarrista, il pianista, il comico. Era uno storpiatore nato di parole italiane. Lo faceva apposta, divertendosi e facendo divertire gli amici.

Un giorno, ad esempio, dinanzi al negozio di abbigliamento di Balduzzi, notò che nella vetrina, tra gli abiti in esposizione, erano state poggiate delle foglie di fico.

"Chissà di quale albero saranno queste foglie?", chiese a zi' Pitre, un contadino, suo amico.

"Quàsse?", gli rispose zi' Pitre. "Quàsse e' la fica".

Non basterebbe un libro per raccontare quanto gli piacesse storpiare le parole italiane al maestro Davide Angiolillo. Secondo me Nino Frassica, il famoso maresciallo della serie televisiva "Don Matteo", nei suoi confronti avrebbe fatto la figura di un appuntato semplice dei carabinieri.

Dopo la pensione, si trasferì a Vasto, dove abitava la figlia, per accudire, insieme a sua moglie, ai nipotini. Mi disse un giorno incontrandolo in piazza: "Ho detto ai miei figli che quando non ci sarò più voglio essere sepolto qui, a San Salvo, perchè San Salvo è il mio paese".

"Scusa", gli chiesi:"Ma tu non sei del Molise?"

"Sì", mi rispose. "Ma amo più di me stesso San Salvo ed i sansalvesi".

Ora starà scherzando lassù con San Pietro e zi' Pitre.

Ciao maestro Davide. Che Iddio ti benedica.

Il maestro Davide Angiolilli. Foto tratta dal sito www.stefano.marchetta.it


Habemus papam

Era il 21 Giugno 1963 quel giorno in cui feci gli esami di 5ª e fu per me un giornata memorabile.

Mio padre, che aveva assistito al mio esame di 5ª dietro le quinte, nel senso che aveva origliato dietro la porta, mi riaccompagnò subito a casa. Aveva una fretta tremenda di rincasare.

Erano circa le 10:50, ancora un po' prestino per pranzare, e disse a mia madre: "Què ha passate" (Nostro figlio è stato promosso). Poi accese il televisore.

La RAI (Radio Audiovisione Italiana), che iniziava sempre le trasmissione alle 4:00 pomeridiane con la TV dei ragazzi, da tre giorni si collegava in Eurovisione con Piazza San Pietro a Roma, per trasmettere l'esito della fumata del Conclave. Era morto il 3 Giugno 1963 Papa Giovanni XIII e mio padre, che aveva fatto parte dell'Azione Cattolica da ragazzo, aspettava con ansia che i cardinali, rinchiusi dentro la Cappella Sistina, la smettessero di litigare e trovassero un accordo sul nome del nuovo Papa.

Il dilemma televisivo era: uscirà bianco o nero il fumo da la ciummunìre (dal comignolo) del Vaticano?

Gli occhi di tutto il mondo erano puntati su quella ciummunìre, ma il fumo non usciva. L'unico fumo che si vedeva in giro era quello della pentola da cucina di mia madre, che aveva messo a bollire l'acqua per cuocere la pasta, pensando che fosse l'una.

Ed ecco all'improvviso, dopo un po' che la televisione inquadrava solo che la ciummunìre, uscire dal comignolo uno sbuffo di fumo. Sembrava bianco. Poi un altro sbuffo ancora: bianco. E poi via... il fumo iniziò ad uscire bianchissimo come il fumo bagnato de lapaje de machene (della paglia di risulta della trebbia dopo la trebbiatura), che la povera gente, che non aveva legna in casa, usava per accendere il fuoco nei camini.

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La fumata
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"Lidie! Lidie!" (Lidia! Lidia!), gridò euforico mio padre a mia madre, che stava indaffarata in cucina. "Lu fimue è sciúte bianche! Hanne armésse lu pape" (Il fumo è uscito bianco. Hanno eletto il nuovo Papa).

Furono momenti concitati quelli a casa mia. Mio padre, concentratissimo, aveva gli occhi incollati sul televisore e pareva essersi estraniato dal mondo. Democristiano e fervente cattolico, non vedeva l'ora di conoscere il nome del successore di Giovanni XXIII, sul trono di San Pietro.

Ma aspitte e 'spitte... niende. Il cardinale prodiacono, che doveva annunciare il nome del nuovo Papa, non usciva sul balcone centrale della Basilica di San Pietro. Pareva essersi dimenticato che era lui a dover annunciare al mondo il nome del nuovo pontefice.

Poteva uscire però da un momento all'altro. Anzi doveva uscire per forza e mio padre, ormai in estasi, non staccava più gli occhi dal televisore.

Ed ecco finalmente alle ore 11:22, spalancarsi piano pianino le enormi ante della loggia principale della Basilica di San Pietro ed il Cardinale protodiacono Olivieri, con un codazzo di preti e chierichetti appresso, affacciarsi al balcone:

"Nuntio vobis gaudium magnum, habemus papam", disse in latino e si fermò, interrotto da un boato della folla.

"Evarì'! Assaggie sta fàzze de maccarìune. E cutte?" (Evaristo! Assaggia questa forchettata di pasta. Vedi se è cotta), chiese mia madre a mio padre.

"Zette! Zétte!" (Zitta! Zitta!), le rispose mio padre. "Mo dece lu nome de lu Pape! Assiaggele ti le maccarìune" (Sta per dire il nome del Papa! Assaggiala tu la pasta). Mia madre assaggiò lei la pasta. Ere bbune (Era cotta al punto giusto).

Il protodiacono ricominciò:"Eminentissimum et Reverendissimum Dominum..."

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Habemus papam
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"Evari! Magne ca mo' ze gnelescie" (Evaristo! Mangia altrimenti la pasta si raffredda), disse di nuovo mia madre a mio padre, proprio mentre il protodiacono annunciava il nome del nuovo Papa.

"Lepuzzenalumacciéte! Ne me se fatte accapé 'na parole" (Che possano ammazzarlo! Non mi hai fatto capire una parola), si arrabbiò di brutto mio padre con mia madre. Il cardinale aveva detto proprio in quel momento chi era era stata eletto nuovo Pontefice e Vescovo di Roma, e lui non aveva capito il suo nome.

Dovette uscire dopo un quarto d'ora il nuovo Papa in persona, con il suo vestito bianco, che gli andava in verità un po' largo, prima che mio padre riuscisse a capire, per sommi capi, chi fosse il sommo pontefice.

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Il Papa
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Era stato eletto Papa il cardinale Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini, che si accingeva con il nome di Paolo VI, a salire sul trono di Pietro, o meglio sulla sedia gestatoria lasciata libera da Sua Santità Papa Giovanni XXIII.

Quanto mi piaceva vedere il Papa seduto su quella sua sedia gestatoria. Ne ero affascinato.

E mi tornò in mente quella gita a Roma da zio Antonino.

Chi era zio Antonino?

Era un figlio di una buona nonna, il fratello maggiore di mio padre, e quindi della mia buona nonna Giuseppina. Ve lo spiegherò meglio al capitolo successivo.





I racconti di Fernando Sparvieri

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Gente, usi e costumi del mio paese



Un libro sul web

MA CHI SAREBBERO
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di Fernando Sparvieri

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di Fernando Sparvieri
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(Emilio Del Villano)















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