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Ogni mondo è paese, ma il mio paese è il mio mondo.
Fernando Sparvieri







Ma chi sarebbero li salvanése

I racconti di Fernando Sparvieri



Un po' di storia locale raccontando personaggi










Lu morte
(I funerali a San Salvo)

di Fernando Sparvieri




Di questi tempi, con la Pandemia non debellata, che ha stravolto  le abitudini e le consuetudini della gente, anche je' a lu morte (andare ai funerali) è mutato. Vedendo proprio in questi giorni, un'antica foto della vecchia Chiesa di San Giuseppe, è balzato immediatamente ai miei occhi, un addobbo funebre di colore nero, con finimenti dorati, che nella giornata in cui vi era lu mórte (un funerale), Uggénie lu sagrastane (Eugenio De Francesco, il sagrestano), collocava dinanzi al portone d'ingresso della chiesa.  Stesso addobbo, facente parte della serie, veniva collocato, sempre da Uggénie, appena veniva a sapere ca z'ave' morte cacchedìiune (che qualcuno aveva reso l'anima a Dio) sul  portone della casa del defunto, in segno di lutto.

Erano addobbi, quelli, che rendevano, nel piccolo paese di quei tempi, l'aria cupa, anche se c'era il sole. E poi, che la cambane che sunave a morte (quei rintocchi della campana che suonava a morto), finivano a chiude l'opere (a chiudere l'opera), nel senso che rendeva ancor più triste l'atmosfera paesana.

Non era come oggi, che per tramite facebook, arrivano le ferali notizie delle persone decedute, ma c'era il facebook dell'epoca, tra le ruàlle (tra i vicoli), dove sopratutto le donne anziane, con quelle gonnone lunghe nere ed i fazzolettoni in testa, come sentivano suonare a morto, si affacciavano sull'uscio e chiedevano a qualche vicina: " Chi z'ha vulute mure'?" (Chi sarà morto). "Ni saccie", rispondeva quasi sempre la vicina, sopratutto se il morto era fresco (recente). E poi partiva: "Dece ca ze vuléve mure'..." e lì iniziava la sua supposizione, facendo nome e cognome di una persona che aveva saputo che stava a muretàure (malissimo) e quindi "ze vuléve mure'", inteso non come desiderio di morire, ma con il significato che stava per rendere l'anima a Dio.

E qui lascio la parola a Sebastiano Valentini, per una spiegazione con un termine dialettale più esauriente.

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Vi era una differenza sostanziale all'epoca nei funerali, che il tempo ha parzialmente cancellato. Il defunto ricco, nonostante la Livella di Totò, sino a quando il suo corpo esanime non trovava degna sepoltura in cimitero, riceveva un funerale in pompa magna, con tanto di carrozza funebre, che l'aveva Valérie (Valerio Torricella), anche se non era sua ma di un'impresa di pompe funebri vastese. I suoi familiari potevano permettersi di chiamare "il Capitolo", una lunga fila di frati  del convento dell'Incoronata di Vasto, che precedeva il feretro durante i funerali, nghe le municiarìlle annénte annénte (con i fraticelli, bambini che frequentavano il collegio, vestititi da frati, che camminavano davanti) ed i frati anziani che chiudevano il loro corteo. Il poveraccio, invece, lo portavano a spalla e non vedevano l'ora di scaricarlo, ma non solo quelli che trasportavano la bara, ma anche gli altri che li seguivano: tutti avevano fretta di tornare prima degli altri a casa del defunto per dare le condoglianze alla famiglia. Così si usava.

il 19 Ottobre 1959 un grave lutto colpisce San Salvo. Il dott. Gustavo Cirese, medico, segretario DC, perisce in un tragico incidente  stradale. Notare in primo piano alcuni frati del"Capitolo" ed in fondo, sul portone di casa, l'addobbo funebre.


E qui lascio la parola a Pasqualino Cilli, che lo sa meglio di me.

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Anche all' epoca, ai ricchi o a persone importanti del paese, si faceva il discorso funebre al cimitero, elogiando la sua persona e le sue azioni in vita. Il poveraccio invece, se ne andava da morto di fame, e spesso questa era la vera causa del decesso, solo tra la disperazione dei suoi cari, che z'avevena fa' curaggie (dovevano farsi coraggio) da soli, spesso a chiécchiere murte (a chiacchiere morte), trattandosi di un funerale.

Come già detto, anche le condoglianze ai familiari non si davano su Facebook e neppure al cimitero. Si tornava a casa del defunto e lì si creava una processione di persone che saliva e scendeva le scale di casa, spesso ripide. Una parente più stretta o qualche famiglia amica portava "Lu cunsole", un pranzo consolatorio offerto ai familiari del morto, che a quel punto era bello e sistemato, sotto tutti i punti di vista, da solo al cimitero.

Diceva Mastr'Angelo De Felice, il fabbro, a proposito della morte: "Io non temo di morire. Quando una persona muore è una festa. Vengono i parenti, gli amici, ti fanno visita, ti portano i fiori". Poi concludeva: "Il bruttì è quando rimano soli!!!", riferendosi alla prima notte della salma in cimitero.

Come dice un detto paesano, 'Nci sta 'na spose senza chiande e 'nci sta nu morte senza rése (Non c'è una festa nuziale senza un momento di pianto e non c'è un funerale senza che scappi da ridere), ma a questo punto mi è d'obbligo lasciare la parola nuovamente a Sebastiano Valentini.

Meglio di lui non vi potrà far ridere mai nessuno.

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25 Settembre 2021





I racconti di Fernando Sparvieri

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Gente, usi e costumi del mio paese



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LI SALVANESE

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