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I racconti di Fernando Sparvieri

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Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo IX

Angelo Iannace
(Nine lu napuletane)


Nino Iannace   
Dipinto del genero Ergilio Monaco


E rifacendo un giro con la memoria sul motociclo a 3 ruote de lu macellare de Lentella, ne aveva un altro negli anni '50, uno dei primi esemplari di Ape a tre ruote scoperta della Piaggio, Angelo Iannace (1919-2005), detto Nine lu napuletane, per via del fatto che aveva un forte accento campano, essendo nato a Montesarchio (BN). 

La storia di Nino lu napuletane è comune ad altri frastire, che militari a San Salvo durante la guerra, alla fine si sposarono con ragazze del luogo (ve ne furono anche taluni di diverse nazionalità, non tutti però rimasti a San Salvo). (1)

Successe che al soldato Nino, gli si erano strappati i pantaloni militari e si presentò da Za' Giuvannina (Giovanna Di Falco - 1915-2013), che all’epoca faceva la sarta, chiedendole di ricuciglierli.  Za’ Giuvuannine, all’inizio tergiversò, ma poi ripensando ai suoi tre fratelli Carmine e Vitale, che erano morti in guerra, ed a Nicolino, ucciso dai tedeschi il il 3 Novembre 1943, giorno dell'entrata degli alleati a San Salvo, gli si straziò il cuore alla vista di quel povero ragazzo, e senza dargli troppa confidenza, prese ago e filo e glie li ricucì. (11)

Il giorno seguente si vide arrivare a la casa so' (a casa sua),  Ntuniatte la Parandonie (Antonietta Pierantoni), di origine ortonese, sarta, la quale, tra l’altro, faceva anche l’ammasciatrece (combinava i matrimoni). 

Grande fu la sopresa di Za’ Giuvuannine  quando 'Nduniatte le disse che quel soldato, di qualche anno più giovane di lei, al quale il giorno prima aveva ricucito i pantaloni, voleva sposarla. Zà Giuvuannine, ancora una volta tergiversò, ma alla fine, complice il destino,  accettò. Era il 15 febbraio 1945 quando si sposarono.

Non si seppe mai se il soldato Nino si strappò volutamente i pantaloni.

Nino, smessa la divisa militare, che era l'unico abito che possedeva, indossò gli abiti civili, ma non era nato con la camicia. L'unica ricchezza che aveva, oltre alla sua tromba, era la  gioventù, la voglia di vivere e tanta forza nelle braccia. 

Eravamo nell'immediato dopoguerra e molti giovani non avevano molte alternative di lavoro, se non lu zappàune (la zappa). La vita stava faticosamente ricominciando. I figli dei benestanti, che già prima della guerra studiavano fuori, tornarono a frequentare le scuole e le università; qualcun altro, la cui famiglia era povera, venne mandato a studiare a li pridde (ai preti); altri  javene a lu mastre (andavano ad imparare un mestiere ad un artigiano) ed altri ancora ricominciarono a je' zappa' a jurnuate (a zappare a pagamento le terre degli altri, pagati per ogni giorno di lavoro svolto).

Nino, che possedeva solo la sua tromba, si comprò una zappa e si unì a loro. 

Era una bella squadra composta da Bastijane Valendéne (Sebastiano Valentini), Bastijane D'Addario, che fungevano un po' da capi squadra, poi Miuccie (Emilio) Di Cola, Angelo Del Nero, Angiuline Ialacci, Iuccie (Silverio) Marzocchetti, Ntonie (Antonio) Chioditti, un certo Pellicciotta di  Montenero di Bisaccia e naturalmente il nostro Nino.

Avevano due tariffe prestabilite.

Una giornata a zappare costava 400 lire a persona, se a mezzogiorno il padrone della terra j j'ave a  purta a magnà 'ncampagne (portava loro da mangiare in campagna); 500 lire, invece, se dovevano portarsi qualcosa loro da casa. 

L'esperienza li aveva portati a conoscere bene come li avrebbero trattati i proprietari dei terreni e quindi, quando sapevano che il pranzo sarebbe stato ottimo, preferivano adottare la prima tariffa, cioè 400 lire a testa, in caso contrario, invece, quando il padrone ere nu spezzecacacate (attento alle spese), applicavano  il prezzo massimo, 500 lire, provvedendo da soli a portarsi da casa la mmappatélle (due fette di pane) nghe lu cumpuanatéche (in genere mortadella).

Nel patto, che valeva per tutti, generosi e carastìuse (avari), era compresa una bottiglia di vino a testa che il proprietario del terreno doveva consegnare loro al mattino, affinchè potessero dissetarsi durante la lunga giornata. Spesso capitava che il vino ere tràute (era torbido), ma era sempre meglio dell'acqua di lu puìzze (del pozzo). Lavoravano dall'alba sino al calar del sole con soste di ristoro ad orari prestabiliti. Alle 6:30 facevano la viviticce (una sosta con piccola bevuta); alle 8:30 la colazione; verso mezzogiorno ze magnáve (si pranzava) e a ventenàure (tre ore prima che calasse il sole) la stuzzàtte (la merenda), in cui mangiavano nu tarálle (un tarallo), accompagnato dal solito sijzze de vene (singhiozzo, goccio di vino).

Nino, in quel periodo, per migliorare la sua condizione economica, si era comprato degli animali domestici, che allevava in una stalla in 3° Vico Garibaldi, con lo scopo, prima o poi, di venderli, Per questo motivo, ogni mattina, si portava dietro, attacchiti a ‘na capàzze (legati ad una fune), un asino, una capra e nu pórcie (un maiale), in modo che, mentre egli zappava, gli animali potessero pascere.  

Un giorno, insieme agli amici, andò a zappare la terra  di  Nicola  Mastrocola, che si trovava nella piana sottostante la chiesetta di  San Rocco, e  legò il suo asino ad un albero con una corda molta lunga.

"E di chi è st'asene!", udirono all'improvviso sbraitare con accento casalano Pasqualino Onofrillo, il padrone della terra adiacente, la cui famiglia era originaria di Casoli. 

"E' lu mie'", rispose Nino con il suo forte accento campano.

"Nci vede c'ha messe máne a la rampalupina me'!" (Non vedi che sta mangiando la mia erba sulla?). "Nciavastéve la grannéle!" (Non bastava la grandine!). "Pure l'asena te mo' ci zi mette!"(anche l'asino tuo ci mancava!), concluse. 

Nino, volgendo lo sguardo in cielo, rivolgendosi direttamente al suo asino, che con le orecchie tese pareva ascoltarlo, gli disse: "Ah povere asene mìje! Tu senza paje e j' senza pane" (Ah povero asino mio! Tu senza paglia ed io senza  pane).

Pasqualino restò divertito dal dialogo di Nino con il suo asino, e comprendendo le difficoltà di quel giovanotto, andò via sorridendo.  

  

o

Nino, con il suo immancabile basco in testa, insieme ad un suo puledro che allevava per rivendere. La foto è stata scattata all'imbocco da C.so Garibaldi nell'appena realizzata Via De Vito. La foto è significativa perché sullo sfondo passa la pustale (la modernità), che nasconde  la puteche de Mastre Roche lu ferrare, il  maniscalco.


Le metetiure de la muntagne
e la trebbiatura

Ma non era solo Nino ad essere in difficoltà in quei giorni. Chi aveva un po' di terreno, riusciva sempre a cavarsela, mettendo qualcosa sotto i denti, ma per la gran parte della gente, anche dei dintorni, la fame era nera.

Erano quelli ancora i tempi in cui per qualche soldo ed un piatto di minestra, nel mese di giugno, scendevano li mititìure da la muntagne (i mietitori dalla montagna). Scendevano a le Pije (alle Puglie), così chiamavano la nostra zona litoranea, e venivano in gran parte  da centri dell'alto vastese. Partivano senza alcun contratto, all'avventura, sperando che qualcuno li facesse lavorare. Spesso arrivavano a piedi, o con la corriera, se la zona di partenza ne era servita. Ad esempio chi partiva da Castelguidone faceva prima un'ora di cammino a piedi sino a San Giovanni Lipioni e da lì  prendeva l'autobus.

Era una davvero una vitaccia la loro.

Appena arrivavano, la prima tappa era all'Ufficio di Collocamento Mietitori Posto di Ristoro, appositamente allestito in C.so Garibaldi, che dava loro 'na pajàtte da mititàure (una grossa paglietta da mietitore) e qualche minima forma di assistenza, e poi si avviavano verso l'Arco della terra, il loro quartier generale, dove bivaccavano in attesa che qualcuno li chiamasse. 

Era un mercato del lavoro che ricordava molto da vicino la tratta degli schiavi. 

La loro giornata di lavoro si svolgeva all'incirca in questo modo.

All'alba,  il padrone del terreno, passava nghe lu trajéne (sopra il carretto) e dopo averli guardati uno ad uno, le capáve (ne sceglieva alcuni), e se li portava in campagna.  Al calar del sole li ricaricava sopra a lu trajéne, e li riportava in paese. Dormivano sotto le stelle, sdraiati sul marciapiede in C.so Umberto I, dirimpetto all'Arco della Terra, sotto il quale non tutti riuscivano a trovare riparo in caso di pioggia. 

Il giorno seguente stessa storia sino al termine della mietitura.

Ripartivano al termine della mietitura, quando lasciato lu manuppúlame (tutti i covoni) in campagna, per farli esiccare al sole, con qualche lira in tasca, riprenedevano la via di casa.

Negli assolati campi di grano il lavoro però non era finito.

A luglio inoltrato, z'aveva tresca' (trebbiare) e le campagne si ripopolavano di contadini e operai.

Trebbiare era un lavoro lunghissimo, faticoso, meticoloso. Non c’erano ancora le mietitrebbie, che in poche ore, con il conducente in cabina con l’aria condizionata, miete e trebbia contemporaneamente interi campi di grano. A quei tempi c’era solo la trebbia ed era già una grossa fortuna perché prima si trebbiava con il bestiame.

Trebbiare con il bestiame era  un lavoro immane.

Bisognava prima preparare l'are (l'aia), che era uno spiazzo rialzato di terreno, generalmente a forma circolare, dove doveva avvenire la trebbiatura. Poi lo si doveva bagnare per giorni e giorni per indurirne il terreno come una pietra. Quando tutto era pronto si portavano 'nghe le trajéne (con i carretti) li manuppele (i covoni) nei pressi dell'aia e si realizzava la màte de grane, che era una montagnola di fascine di grano, raccolte e legate tra di loro, già preparate durante la mietitura (lu manuppulame), che erano state lasciate ad esiccare al sole nelle campagne. A questo punto li manuppele venivano buttati sull’aia e calpestati dagli zoccoli degli animali, che girando e rigirando sui covoni, avrebbero dato inizio ad un primo procedimento di separazione dei chicchi di grano da la came (dalla pula)  (12). 

Era uno spettacolo vedere quegli animali girare sull'aia, sopratutto i cavalli.  

Ogni  tanto, chi li comandava, come in una quadriglia, invertiva il loro senso di marcia per far pestare in modo uniforme le manuppele. Poi, quando l'occhio esperto riteneva che la separazione fosse giunta a buon punto, si toglievano gli animali dall'aia e si iniziava a ventelà. Questa era un'operazione che consisteva  nel lanciare in aria, infilzandoli con le forche, tutti i covoni pestati, confidando nell'azione del vento che avrebbe fatto volare lontano la pula e la paglia, più leggere, e ricadere nell'aia i chicchi di grano, più pesanti. Il lavoro era quasi finito, ma un'altra operazione mancava: ripulire ancora il grano dalle ultime impurità rimaste, usando un grosso setaccio (lu crivillàune), sostenuto da cordame legato a tre pali.


Momenti di trebbiatura con gli animali  e sotto  la  successiva fase di pulizia del grano 'nghe lu crivillaune.


Per fortuna ai tempi di Nino e dei nostri amici che andavano a zappa' a jurnate, questo antico modo di trebbiare con gli animali, era stato ormai superato. C'erano le trebbie, che già prima della guerra, rendevano il lavoro più celere e meno faticoso.

Ne arrivavano parecchie di trebbie a San Salvo a quei tempi, tutte da fuori.

La più antica e famosa, sicuramente quella più rimasta nella memoria collettiva, era la trébbie de Pajàte (la trebbia di Paglieta), che arrivava in treno alla stazione. La prima tappa la faceva, risalendo verso la pianura, al campo di grano de Gelarde (di Gerardo  D'Aloisio), il procaccia postale, che era a due passi dalla stazione ferroviaria. Poi in base ad un programma già prestabilito, si spostava in altre zone. Ad organizzarne il programma era Nicola Sabatini (detto Cocò), calzolaio, che abitava in Via Savoia, il quale fungeva come una specie di  rappresentante locale.

Ma non era l'unica.

Vi era  la machene de Piazzane (la trebbia di Piazzano), quella di San Pitre Avellane (San Pietro Avellana), un'altra di Ciangutténe, che era il cognome del proprietario della trebbia,  di Montenero di Bisaccia.

Com'era nella cultura contadina dell'epoca, non mancavano filastrocche in rima sulla loro efficienza.

Una di queste diceva: "La machene de Pajate ugne haure fa ma mate!" La machene de Ciangutténe fa remaùre, ma nen caméne"(La macchina di Paglieta ogni ora trebbia una montagna di grano. La macchina di Ciangottini fa rumore, ma non cammina).

A dire il vero non è che in zona non vi fosse nemmeno una trebbia. Una c'era e l'aveva acquistata nel '39 Don Giorgie (Don Giorgio Di Michele) che trebbiava però unicamente i terreni dell'Azienda D'Avalos a Montalfano, in agro di Cupello, di cui ne era il fattore. Il lavoro durava oltre un mese. Don Giorgio, essendo  sua la trebbia, faceva trebbiare prima i terreni di cui ne era il diretto responsabile e poi la faceva spostare a quelli dei contadini affittuari, che spesso erano costretti a trebbiare quasi fuori tempo massimo. Era  lo scotto da pagare da parte di chi aveva in affitto i terreni.   

Al suo seguito, essendo Montalfano a due passi da San Salvo, vi era sempre un gruppo di operai sansalvesi che a turno facevano ritono a casa, una volta alla settimana,  per far lavare i panni sporchi e riposarsi un po'.  

Si racconta che un giorno, Ze Mecchele di Caifasse (Michele Suero), che poverino era orbo ad un occhio e che faciave lu tummulare (riempiva i sacchi di grano) appresse a la trébbie de Don Giorgie (seguendo la trebbia di Don Giorno) , un giorno fece ritorno a casa e appena rientrato, chiese a Za' Irme, sua moglie di... 

Ma sul più bello qualcuno bussò alla porta. 

"Ascegne! Ascegne! E' minìute cacchidìune" (Scendi! Scendi! E' venuto qualcuno!), gli disse Za' Irme, allarmata dal rumore. E Ze' Mecchele di rimando: "Je' da ecche na' sciagne, manche se me fréchene 'staddr'ucchie" (Io da qui non scendo neanche se mi fregano quest'altro occhio). 



Momenti di trebbiatura  nei terreni dei casolani a la Miramele (C.da Mirandola).

Là puteche de Nine e Za' Giuvuannine
e l'orte de la fànte

Nino, in questo tipo di realtà agricola, non possedendo terreni di proprietà, intuì che per progredire doveva cercare altre strade. Oltre che a saper zappare, si ricordò che in gioventù era stato un buon ortolano, mestiere che prima di partire militare, aveva svolto insieme alla sua famiglia d'origine a  Montesarchio (BN), suo paese natio.

Stanco di andare a zappare, aprì un negozietto di frutta e verdura in C.so Umberto I, a casa di sua moglie, Za' Giuvuannine, ubicata tra quella di  Do' Ureste Sabbatene, scapolo d'oro come i suoi fratelli Harebalde e Zi' Peppinne, e  di Leone Balduzzi, che invece si era sposato 'nghe 'Ndonette (con Antonietta Terreri), originaria di Muntenire (di Montenero di Bisaccia). Il posto, in pieno centro, era ottimo per un negozio in quanto, proprio dirimpetto, vi era  il Municipio, che in quegli anni era in affitto ad una casa dell' '800, che era stata la prima dimora sansalvese del capostipide della famiglia de Vito (Gaetano fu Sisinio da San Buono), dopo che la sede prima sede municipale, con annessa scuola elementare, a fianco alla Chiesa, venne distrutta una notte da un incendio.  

A dire la verità più che un negozio vero e proprio, sembrava più una camera di casa adibita a deposito di  prodotti ortofrutticoli, ma per quei tempi andava più che bene: quello passava il convento. 


Nino e Za Giuvuannine all'interno del loro negozio di frutta  e verdura in C.so Umberto I.

Erano quelli ancora i tempi in cui i contadini vendevano i propri prodotti agricoli nei canestri dinanzi casa dal produttore al consumatore, e la parola frutta e verdura non ancora entravano a far parte del vocabolario locale. 

Le verdure si chiamavano li fuje, le arance li partheélle,  le pesche  li pricoche, le albicocche li virlingocche, le nespole le giappiùne, le susine le làciene, le ciliegie le cirescie, il melograno lu murecanáte ed il cocomero lu citràune. Solo le mele, le pere ed i limoni venivano chiamati più o meno con il loro nome, tutto il resto, per chi non conosceva il dialetto della zona, erano parole  sdréuse (linguaggio difficile da comprendere, straniero: es. quesse parle sdreuse). 

Nino, che nel frattempo si era comprata 'na laparelle (un Ape scoperta della Piaggio), non faceva mancare nulla al suo negozio, persino alcuni  caschi di banane, che si vendevano solo a Vasto. Vi si trovava di tutto, frutta di ogni stagione, e naturalmente in autunno, le cachis (i cachi) e le castagne. 

Che poesia era il periodo delle castagne. 

Il profumo delle caldarroste inebriava l'aria, mentre il fumo che usciva da le furnacélle (dalle fornacelle), si mischiava ad una leggera foschia, che preannunciava l'arrivo dell'inverno e del Santo Natale. Erano serate povere quelle, ma ricche di profumi, di atmosfere semplici, che suscitavano nell'animo una grande serenità. 

Ve n'erano più d'uno di venditori di castagne. Ricordo Tumuásse (Tommaso Ciccotosto), che vendeva le lupéne (lupini) ed aveva anch'egli un negozio di frutta e verdura in un locale in affitto al palazzo di Don Gaetano de Vito, distante non più di cento metri dal negozio di Nino; poi c'era Caffittìre (Luigi Gottardo), così soprannominato perchè si era scolato, in un sol colpo un’intera caffettiera ricolma di caffè, personaggio famosissimo in gioventù per esere stato un grande organizzatore e autore di parti de le mescaráte (delle rappresentazioni carnevalesche),  che ormai anziano, aveva aperto,  in un locale di Virgilie Ciaralle (Virgilio Fabrizio), nell'attuale Piazza Papa Giovanni XXIII, un negozietto dello stesso genere, specializzato più alla vendita di cecie e fafe aschite (cieci e fave abbrustoliti), sumìnde (semi secchi), sciuscelle (carrube).

Naturalmente anche Nino, alla sera, dinanzi al suo negozio, accendeva i carboni a la furnacélle e dentro 'na vessàure (una padella  bucherellata), ascáve (abbrustoliva) le castagne. 

E fu in una di quelle sere che per battere la concocorrenza, a sorpresa tirò fuori la sua tromba. Bastarono pochi squilli per radunare dinanzi al suo negozio un sacco di gente, facendo indispettire non poco Tumuásse, che osservava sott'ucchie (senza darlo a vedere), serioso, tutta la scena da lontano.

Molto importante per lui fu l'acquisto di quella sua prima laparelle. Aveva molta volontà di migliorare la condizione economica della sua famiglia e per questo si mise a fare l'ambulante. Ogni mattina, si alzava di buonora  e se ne andava a vendere i suoi prodotti nei paesi limitrofi, mentre sua moglie  Za' Giuvannine, si occupava del negozio.

Sospinto, sempre, da questo suo desiderio di migliorarsi , prese in gestione nei primi anni '60, anche l'orte de la fànte (l'orto della fonte).

Cos'era  l'orte de la fànte ?

Era un orto, privato, che aveva avuto già diverse gestioni, che sfruttava l'acqua perenne de la fànte vicchie (della vecchia fontana), che era a monte, lungo la strada omonima Via Fontana.

Era una vera opera di ingegneria idraulica contadina e nel contempo orto botanico sansalvese.

La sua estensione era di circa un ettaro di terreno e declinava a valle sino al ponte dei casolani. Confinava da un lato con le ultime case della discesa di Via Fontana, da un altro con la vecchia nazionale (SS16) e dall'altro ancora 'nghe lu Vuallinciàlle (attuale Via Valloncello), un canneto acquitrinoso, dove i maschi sansalvesi andavano a caca' (a  defecare), che raccoglieva oltre ai bisogni corporali, le acque piovane che arrivavano da lu caviute de la ràne (una cava di sabbia e pietrisco che era nell' attuale zona di Via Adige) e da lu Trafóre, una zona più a monte, che poi defluivano a valle passando sotto a lu puànte de le casulene.

L'orto, che aveva l'ingresso vicino alla vecchia fonte, dove vi era anche la casa dell'ortolano,  era costituito da decine di terrazzamenti, che declinavano a valle, su ognuno dei quali vi era una diversa coltivazione di ortaggi. 

L'irrigazione avveniva all'incirca in questo modo: sfruttando la pendenza del terreno, l'acqua, proveniente dalla vecchia fontana, veniva convogliata a li pischire, che erano due vasche di raccolta poste vicino alla casa dell'ortolano. Da lì,  per mezzo di un canale principale, all'occorrenza, l'acqua veniva fatta scorrere a valle, verso i terrazzamenti, sui quali, su ognuno di essi, vi era un  solco irriguo, nghe na' ncippataure, cioè  sbarrato all'ingresso da piccoli cumuli di terra. Quando l'ortolano doveva irrigarne uno, apriva l'acqua nel canale prinicipale e nghe nu zappinàtte (con una piccola zappa), toglieva il terreno che ne ostruiva l'ingresso al singolo terrazzamento. Quando la quantità d'acqua entrata era ritenuta sufficiente per innaffiare, rimetteva un po' di terra dinanzi all'imboccatura del solco, ostruendone nuovamente l'ingresso.

Con questo sistema l'ortolano produceva, su ogni singolo terrazzamento l'anzaláte (l'insalata), li finúcchie (i finocchi), li vrócchele (i cavolfiori), li cappìccie (le verze), lu láccie (il sedano), la bijate (la bietola) li chicàccie (le zucchine), li turtarélle (il tortarello), li pammadóre (i pomodori), lu pitrisànne (il prezzemolo), la jusubbìrde (la menta), la vasánicola (il basilico), insomma tutti i prodotti dell’orto.

Quand'ero bambino ci andavo spesso con i miei genitori.

Ricordo che c'era un cagnolino che come ci vedeva arrivare abbaiava ed era tenuto a bada a stento dall'ortolano, confermando il vecchio detto popolare: "Quesse fa gne' lu cane dell'urtuluane: la cipalle né le vo e né le vo fa magnà! "(Costui fa come il cane dell'ortolano: la cipolla né la vuole e né vuol farla mangiare), il cui significato si riferisce a persona a cui  non piace qualcosa e non vuole che anche altri la ottengano.

L'orto ebbe diverse gestioni.

Dopo la morte del proprietario 'Ntunine (Antonio) De Filippis, avvenuta in circostanze tragiche, che aveva sposato Olimpia, che era stata una componente del famoso Circo Borzacchini, lo coltivò in gestione per un periodo Angelo Chioditti (classe 1916), che aveva sposato Grazia Dolce (1921), genitori di Vitale e Antonino Chioditti. Il possesso temporaneo in quel periodo lo aveva Uarduccie de Remmechéle (Edoardo De Francesco), macellaio, che ne aveva acquisito il diritto, avendo prestato una somma di denaro alla vedova, signora Olimpia, soldi che le erano serviti per emigrare in Australia. Uarduccie, essendo macellaio, non essendo del mestiere, lo aveva dato in gestione alla famiglia Chioditti.   

Dopo Chioditti arrivò Nino.

In questo terreno, com'era prevedibile, si mise a coltivare principalmente gli ortaggi,  che riportava nel suo negozio di C.so Umberto I. Per l'occasione acquistò anche il suo primo motocoltivatore (fu il secondo ad acquistarlo a San Salvo), un mezzo agricolo che avrà l'onore, alcuni anni dopo, insieme a le laparelle (alle Api Piaggio) de caccia' l'asene da la stalle (di cacciare defintivamente gli animali da traino dalle stalle).

Nonostante nel frattempo avesse comprato una nuova APE Piaggio e subito dopo un 1100 FIAT blu a camioncino di seconda mano, sul cui cassone posteriore, nel ’64, ebbe l’onore di trasportare dalla stazione ferroviaria al paese, la nuova statua di Sant’Antonio, dono della famiglia Balduzzi alla chiesa, incaricò suo figlio Nicola, ormai adolescente, anche per educarlo al lavoro, di trasportare a piedi, dall’orto al negozio, le cassette ricolme di ortaggi raccolti in giornata.


Nino Iannace alla guida del suocamioncino che trasportò la nuova statua di Sant'Antonio.

Era un lavoro molto faticoso per un ragazzino, sopratutto quando le cassette erano più d'una e quindi Nicola, che doveva percorrere più volte al giorno il tragitto dall'orto a casa, con di mezzo la salita di via Fontana, alla fine escogitò un sistema.   

Era il periodo in cui ogni ragazzino ambiva ad autocostruirsi un carretto in legno. Andava da un meccanico, si faceva dare quattro ruote a sfera, difficilissime da reperire, e le montava alle estremità di due listelli in legno, che poi fissava sotto un pianale, sempre in legno, che era il posto di guida. Al listello anteriore, girevole, al contrario di quello posteriore che era fisso, veniva applicata una corda, fissata in prossimità delle ruote, che tirata a destra e sinistra, fungeva da manubrio.

Nicola, che naturalmente ne aveva uno, lo modificò mettendogli quattro ruote di un carrozzino, ed iniziò a fare su e giù dall'orto al negozio. L'innovazione si rivelò efficace, ma era faticoso spingerlo in salita ed allora ebbe 'na penzate (un'idea): farlo trainare a mo' di slitta, da Lupe, il suo cane, un pastore tedesco.

L'idea si rivelò ottima per Nicola, un po' meno per  Lupe, al quale in salita j sdillettévene (gli scivolavano) le zampe, graffiando con le unghia l'asfalto.

Senonchè un pomeriggio, mentre stavano risalendo a stento, con il carretto ricolmo di ortaggi, la salita di Via Fontana, giunti all'altezza dell'incrocio con Via Savoia, ecco all'improvviso pararsi dinanzi a loro la  hatte de Nonsaccie (il gatto di Luigio Nuzzaci).

Fu un attimo.

Lupe j ze 'ngarre appresse (Lupo inizia a corrergli dietro). Va' scrizzénne pe' d'arie fuje, finucchie,  pammàdore, cappicce  (volarono in aria verdure, finocchi, pomodori, verze).

Non vi fu verso di fermarlo.

Lupe, fuori di sé, con il carretto capovolto e ormai vuoto, abbaiando abbaiando, lo inseguì lungo tutto il muraglione di Via Fontana, sino a quando il gatto, a forte velocità, sbandando sbandando, si rificcò a la hattarole  (piccola apertura nella porta di casa per far rientrare il gatto) della casa di Nonsaccie, proprio nel preciso istante in cui quest'ultimo, richiamato dal fracasso, si affacciò sull'uscio, finendo a terra, investito da Lupe che non fece in tempo a frenare. 

All'aneme di chi te' murte, si mise a sbraitare il povero Nonsaccie, rialzandosi, inveendo contro il povero Nicola che temendo le fenucchie (i finocchi), non quelli che erano volati via dal carretto, ma le botte che avrebbe potuto ricevere da suo padre, si era fatto cento metri di corsa sul muraglione, inseguendo il cane ed il gatto.

La famiglia di Nino ,insieme ad alcuni parenti. Lupo è il cane abbracciato da Annamaria, sorella di Nicola.

La terre a lu Sàlatte e l'Ape beat di Nicola

Non coltivò per molto tempo Nino l'orte de la fànte e non certo per colpa de Lupe e de la hatte de Nonsaccie. Finalmente qualche anno dopo, riuscì a prendere in affitto da Don Giorgie (Don Giorgio Di Michele), il fattore ed amministratore dell'Azienda D'Avalos di Cupello, un ettaro di terreno  in C.da Saletto (a lu Salatte), vicino al fiume Trigno. Lì oltre a coltivare i suoi ortaggi, si mise ad  allevare un maiale e sopratutto i polli, di cui ogni tanto ne spariva qualcuno e non per colpa degli zingari. A far loro la festa era suo figlio Nicola, che organizzava in loco laute cene, a cui partecipavo anch'io, suo amico. Ricordo una sera, sul finire degli anni '60, arrivammo in 15, tutti dentro a lu melleetrà (alla FIAT 1300) di Ennio Di Petta, e fu lì che presi l'unica vera sbornia della mia vita. Ricordo che quando Nino scoprì chi erano i ladri, ne fu felice. 

Quel terreno divenne il suo regno, il suo paradiso. 

Era sempre lì quando gli era possibile. Ad eccezione naturalmente della notte, quando arrivavano i ladri di galline.

Fu in quel periodo che acquistò un'altra APE Piaggio, possedendone contemporaneamente due. Quella vecchia divenne l'APE di suo figlio Nicola, ormai quindicenne. 

Quanti ricordi della mia adolescenza sono legati a quell'APE Piaggio.

Nghe la lape de Ciole (con  l'Ape di Nicola), ci portavamo gli strumenti musicali quando andavamo a suonare la sera a le spuse (ai ricevimenti serali dei matrimoni), che si svolgevano negli unici due ristoranti del paese, quello di Vito Tomeo in Via Circonvallazione, che fu il primo ad aprirlo, e di Rocco Martelli, che era in aperta campagna in contrada Stingi, dove per arrivarci vi era un'unica piccola strada brecciata. 

Nicola, influenzato dall'epoca beat,  vi aveva scritto   sugli sportelli e sulla cabina frasi come "Scalzo, ma libero", "Fate l'amore e non la guerra", slogan  molto in voga all'epoca tra i figli dei fiori,  che non ho mai capito se suo padre gradiva o meno. Quando ci vedeva su quell'Ape, con tutte quelle scritte beat ed i capelli lunghi, ci guardava in silenzio, serioso, come per dire, con accento campano: "Muahh! Ma guarde chi m'attocche a vede' me! " (ma guarda un po' cosa mi tocca vedere).
  


La lape di Nine. Nella foto suo figlio Nicola ed Enzo Marzocchetti mentre mangiano le sagne al mulino  Larcinese in Via Circonvallazione.

L'ultimo mezzo che acquistò Nino, che non aveva mai smesso di fare l'ambulante, fu un rosso fiammante camioncino, un Orsetto della OM, il suo orgoglio, che purtroppo un giorno gli si infiammò veramente, mentre era in campagna a lu Salàtte (C.da Saletto), forse a causa della sua stessa sigaretta, dopo un probabile malore che lo colse all’improvviso. 

I
Piazza San Vitale, prima della ricostruzione. Nel parcheggio vi è  il 
rosso ORSETTO OM di Nino e sulla destra si intravede il tendone arancione del negozio Fruit House  gestito in quegli anni dai figli.

Era molto preoccupato in quel periodo Nino. Il  terreno che da decenni coltivava in affitto,  aveva cambiato proprietà, da D'Avalos a Cirulli, e sentiva che stava per arrivare la fine del suo regno, del suo paradiso terrestre, dove aveva trascorso molti anni  belli della sua vita.

I familiari, per puro caso e forse perché così aveva scritto il destino, si recarono per puro caso in campagna e riuscirono a tirarlo fuori dal rogo, riprendendolo per i capelli, nerissimi, nonostante fosse un giovanotto di 80 anni e passa. 

Da quel momento Nino non fu più lo stesso. 

Si ammalò.

Per ironia della sorte, dopo qualche anno  di  malattia, se ne andò il 6 gennaio del 2005, mentre stavamo cantando "La Pasquetta", di cui suo figlio Nicola era ed è il principale organizzatore. 

Nino, il soldato trombettiere, a cui gli si erano strappati i pantaloni e che li portò a ricucire a Za' Giuvuannine, che faceva la sarta, se n'era andato in silenzio, così come in silenzio dignitoso era stata tutta la sua vita, simile per sacrifici e tenacia a quella di tanti altri nostri padri lavoratori, lontani dai clamori di una società in cui vengono ricordati a caratteri cubitali  solo i "grandi" personaggi, come se la nostra storia l'avessero scritta solo loro. 

Chissà quante volte Angelo Iannace, detto Nino, da Montesarchio (BN), avrà suonato con la sua tromba, nel periodo bellico,  "Il silenzio" d'ordinanza  prima che i soldati andassero a letto.

A volte nel silenzio, sento ancora la sua voce.

Aveva una voce inconfondibile, dal forte accento campano.

Perciò tutti lo chiamavano: Nine lu napuletane. 


NOTE:

Fra i militari che dopo la guerra si sposarono a San Salvo vi fu Antonio Longo, da Segusino (Treviso) classe 1914, un bell'uomo distinto, alto e snello, con l'accento veneto, il quale era stato un fante addetto  al disboscamento del Bosco Motticce. Antonio rimase per sempre a San Salvo sposando la sansalvese D'Adamo Antonia.  Chi invece andò via fu il soldato Bertoncini Sergio, bersagliere, che sposò la sansalvese Emma Cortellini, coppia che dopo guerra andò a vivere a Mestre, paese d'origine del marito. 

Za' Giuvuannine Di Falco, ebbe tre fratelli:  Carmine, Vitale e Nicolino, tutti morti in guerra. Carmine morì a seguito di una battaglia navale mentre era imbarcato sul sommergibile Perla; Vitale perì a seguito dell’affondamento di un cacciatorpediniere, mentre l'altro fratello Nicolino venne  freddato  dai tedeschi a San Salvo, scambiato per un inglese, mentre con un impermeabile chiaro addosso, scendeva l'orte de la fante,  per recarsi a  Montenero di Bisaccia, dove si era recata, sfollata, proprio Giovannina. Venne soccorso dagli inglesi e portato ad un locale a piano terra in C.so Umberto I  di proprietà don Gaetano de Vito, ove morì.  Si racconta che aveva la pancia sventrata sulla quale misero 'na paiole (un cestino)  per coprire le parti di 'intestino che erano fuoriuscite dal ventre.

Il vento era elemento fondamentale per trebbiare. Per questo motivo i contadini costruivano l'aia in una zona ben ventilata e preferibilmente su un colle, più esposto al vento. Da ciò deriva il nome di molte località che portano il nome di Colle dell'Ara.  

In quegli anni in cui Nino gestiva l'orto della fonte e coltivava gli ortaggi, anche alcuni suoi colleghi di zappa di gioventù, come Sebastiano Valentini, Angiolino Ialacci, si misero a fare gli ortolani ed i venditori ambulanti. Anche se non lo si direbbe, i sansalvesi sono stati da sempre anche un popolo di ortolani. Infatti, anche se molti lo ignorano, la tradizione ortolana sansalvese, è sempre stata di prim'ordine e non ha mai avuto nulla da invidiare a nessuno, compresi i famosi ortolani vastesi.  L'acqua, che è linfa vitale per la produzione,  non mancava a San Salvo e quindi la coltivazione degli ortaggi era molto diffusa tra i contadini. Le campagne, pianeggianti, erano irrigate dal fiume Trigno e dalla Farmue, che era un canale artificiale del medesimo fiume, che aveva la ncippatàure a la répe de Regginalde, cioè veniva deviato alla ripa di Reginaldo, all'incirca all'altezza della confluenza del fiume Treste nel Trigno, per finire la sua corsa in mare.  Anche il paese era ricco di pozzi e attraversato da numerosi corsi d'acqua provenienti da sorgenti o acque piovane, oggi non visibili perchè canalizzati sotto terra. Sparsi per il paese vi erano tanti ponti e ponticelli, scomparsi con il progresso. Un esempio per tutti era lu pànte de le casuléne (il ponte dei casolani), che raccoglieva l'acqua che proveniva  da lu vallingiàlle, che a sua volta raccoglieva   le acque piovane che arrivavano da lu cavìute de la rane  (cava della sabbia) in C.da Stingi, da lu Trafòre in Via Savoia da la fanta vicchie (dalla vecchia fontana). I
l più importante dei corsi d'acqua era ed è quello interrato che dal cimitero (almeno così dicevano i nostri nonni) alimentava proprio la fanta vicchie in Via Fontana, che è la parte terminale di un 'antico acquedotto romano, della cui esistenza, prima dei recenti scavi archeologici, né si aveva idea e né importava niente a nessuno. In questa antica fonte, che era fonte anche di ispirazione di poeti dialettali locali, avveniva  il maggior approvvigionamento idrico del paese. Era lì, in quelle cannelle  che le donne, con le conche in testa, andavano a prendere l'acqua potabile ed a lavare i panni, ed era sempre lì, nella vasca adiacente, che si portavano ad abbeverare  gli animali da lavoro.  Ricordo che ogni tanto qualche bambino ci cadeva accidentalmente dentro e piangendo ze n'arjave a la case zippue zippue  (se ne tornava  a casa zuppo fradicio)  e culénne culénne (mentre l'acqua gli  colava a terra dagli abiti bagnati). Lu trafore , invece, che era ubicato sotto Via Savoia, tra il  IV e V Vico,  era così chiamato perchè vi era un traforo che raccoglieva l'acqua piovana dalla zona di C.so Garibaldi. La zona terminale era costituita da un muraglione alto una decina di metri, in cui al centro vi era che un'apertura da cui fuoriusciva l'acqua che defluiva a valle, verso il valloncello. Vi erano poi altre fonti alimentate da sorgenti come  quella di Via Fontana Nuova, ed altre scomparse, probabilmente interrate, come la fonte sotto la chiesetta di  San Rocco e quella di Sant'Antonio, che si trovava nella zona dell'Istituto comprensivo n.2 Sant'Antonio.

A proposito di ortolani, si racconta che negli anni '30, ogni anno, il giorno della festa di San Vitale, venivano a vendere gli ortaggi alcuni ortolani vastesi.  Un anno ne arrivò uno che al mattino della festa si mise a vendere le chicoccie (le zucchine)  in C.so Umberto I, nello spiazzo antistante il palazzo De Vito.  Mastr'Angele De Felice, fabbro, e mastr'Antonie Sparvieri, falegname carraio, quell'anno erano componenti del comitato feste. I due, amici intimi ed arguti buongustai, rinomati in paese
per  essere grandi mangiatori di carne e ventricine, alla vista di tutte quelle chicoccie non gradirono. Mastr' Angelo disse a Mastr'Antonio: "Mast'Anto', vi' nghe ma', ca jaja fa' fa  'na magnite de chiccaccie a 'stu bastàune." (Mastr'Antonio vieni con me , che devo far fare una mangiata di zucchine a questo bastone). Si avvicinarono all'ortolano e le  acquistarono tutte. Subito dopo  iniziarono a prenderle a bastonate. " Fermateve, ma che faciàte!!!", diceva loro sconsolato l'ortolano. Non ci fu nulla da fare, si fermarono quando ridussero a poltiglia l'intero mucchio di zucchine.  Accorse in loro aiuto  Zi Angele Balduzzi, che vedendoli all'opera arrivò subito dopo con una pala con la quale raccoglieva e rimetteva nel mucchio i pezzi di zucchine spatriìte pe' ella fore (i pezzi di zucchine  che sotto l'effetto dei colpi erano sparsi tutt'attorno). Quando terminarono Mastr'Angelo si rivolse all'ortolano e gli disse: " Giuvunò! Chi n'tavesse armenè 'nmente a uannechebè d'armene' a 'rvànne le chicaccie a Sante Salve lu jurne de la feste di Sande Vitale! (Giovanotto! Che non ti dovesse saltare in mente  di tornare l'anno prossimo a vendere le zucchine il giorno della festa di San Vitale). "Vete chesse!" (Vedi questa poltiglia), aggiunse indicandogli con il dito lo stato in cui erano state ridotte le zucchine, "a uánne 'ssa sàrte j'attucchite a li chicaccie! Auannechebe' 'ssa sàrte la j' ti!" (Quest'anno questa sorte è toccata alle zucchine! L'anno prossimo stessa sorte la avrai tu).  Vennero denunciati e  passarono un brutto quarto d'ora, anche se tutto finì  a tarallucci, vino e ventricina.

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