www.sansalvo@ntica.it
HOME




I racconti di Fernando Sparvieri

Vai alla bacheca di Fernando

continua da pag. 7

Ma chi sarebbero li salvanese?

(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo VIII
 
Giuseppe Roberti
(Lu macellare de Lentelle)

E siccome non si viveva di solo pane, negli anni trenta, arrivò  a San Salvo un altro forestiero: lu macellare de Lentelle, all'anagrafe Giuseppe Roberti (1902 -1978), chiamato dai sansalvesi Peppine, che come si intuisce dall'appellativo affibbiatogli dai nostri compaesani, faceva il macellaio e veniva  da Lentella. 

In realtà per Peppine, più che un arrivo, era stato un mezzo ritorno alle origini, scorrendogli nelle vene sangue sansalvese, essendo nipote di Caterina Cortellini, fu Carmine, di San Salvo, imparentata con chelle de Remmechele (famiglia di macellai sansalvesi), che nel 1873 era andata in sposa, nella Chiesa di Lentella, a Giuseppe Roberti fu Camillo, suoi nonni paterni.

Peppine, apparteneva ad una delle famiglie più benestanti di Lentella. 

Era figlio del commerciante Raffaele Roberti, detto lu raggiunire (il ragioniere) e di  Teresa Gizzi, antica famiglia di macellai  lentellesi che, dopo l'unità d'Italia e prima dell'inizio della seconda guerra mondiale, ebbe un importante successo commerciale nel campo della carne. Suo padre, infatti, lu raggiunire, aveva già per l'epoca una un'ampia visione imprenditoriale nel settore, realizzando una specie di antico import-export, con collaboratori a Napoli e Roma, che ritiravano e portavano le carni per suo conto.

Anche la storia di  lu macellare de Lentelle, a San Salvo, è legata, come per tanti altri forestieri di quei tempi, ai matrimoni, che erano frequentissimi tra giovani dei paesi limitrofi. Peppine, infatti, sposò  nel '25 Cesira Cilli (1901-1977), una giovane  sansalvese, esile di corporatura, che apparteneva ad un ramo de la Cillarè (dei Cilli), famiglia che abitava in piazza, che aveva anche altre figlie femmine: Lavinia, Leonilde, Argina Marietta. La coppia ebbe tre figli, un maschio e due femnine: Osvaldo, l' avvocato, scomparso purtroppo prematuramente, Agnese ed Elia.

Lu macellare de Lentelle, com'era nella tradizione di famiglia, aprì a San Salvo una macelleria in C.so Umberto I. Il negozio era all'altezza dell'attuale P.zza Giovani XXIII, angolo 1° Vico Umberto I, che all’epoca, prima che ci facessero il Municipio, come già scritto in precedenza nel capitolo riguardante l'autista Michele Masciulli, era tutto un orto (l'orte de lu Capetane, che era il soprannome di Giuseppe Di Iorio). Anzi fu proprio il suocero di Michele Masciulli, Zi' Angiliccie Cilli, appartenente ad un altro ramo de la Cillare' , a vendergli il locale, insieme ad una camera di casa sopra al negozio.

Erano tempi grami quelli, anche per i macellai. Il vitello era una rarità ed il filetto manco a parlarne. A farne le spese era solo qualche maiale e di rado qualche agnello che acquistavano in pochi, tra cui qualche benestante e qualche altro che teréve (aveva) la paghe, cioè lo stipendio.  

Tanto per rendere l'idea, si racconta che Remmechele (Michele De Francesco), appartenente alla più antica famiglia di macellai locali, parenti alla lunga anche di Peppine per via della nonna sansalvese, prima di uccidere un agnello, faceva il giro delle case per verificare se vi fossero clienti disposti a comprare tutta la carne. In caso di poche prenotazioni, l'agnello la faceva franca, rimandando la sua esecuzione a tempi migliori.   

L'acquisto della carne dal macellaio era ridotta ai minimi termini. La gente non aveva soldi per comprarla e né i macellai potevano permettersi di conservarla in negozio perché non esistevano i frigoriferi. L'unica carne che si vendeva in gran quantità, ma non sempre, era quella a basso macello, che era carne di un animale malato in procinto di sténne le pìte (morire - stendere  i piedi, le cuoia) e perciò veniva macellato per essere venduto a prezzo più basso rispetto a quella normale.

Erano per lo più le galline, galli, piccioni e i conigli, che la gente allevava in casa, a soddisfare le esigenze di carne delle famiglie.

La specie avicola più allevata, insieme a qualche papera e hallinaccie (tacchino), erano naturalmente proprio le galline innanzitutto perchè fetávene (facevano le uova), almeno quando 'nz'ave' brucchiti (non covavano le uova per far nascere i pulcini) e poi perché, oltre ad essere una preziosa fonte di nutrimento, spesso, con la fame che c'era in giro di quattrini, venivano vendute per pagare le pesìure (le tasse). 

Il massimo per una famiglia era allevare il maiale.

Chi poteva permetterselo lo allevava nelle stalle e lo ammazzava con il freddo, a Dicembre o nei primi giorni di Gennaio. Si uccideva il maiale aspettando la mancanze, cioè quando la luna era calante, perché a la criscenze (con la luna crescente) era opinione diffusa che anche la carne sarebbe ricresciuta e le salsiccie e le ventricine sarebbero andate a male. 

Era  festa grande in famiglia quando z'accidàve lu porcie (si ammazzava il maiale), fatta eccezione naturalmente per il povero  maiale a cui fiaciavene la feste (che veniva scannato). Tutti davano una mano: gli amici, i vicini di casa. Vi era una sorta di gara di solidarietà a partecipare, anche perché un po' di  arrosto sempre ci poteva scappare. Il vero incubo in quella giornata era lu ddaziarole (il daziere). Bisognava pagare il dazio e se qualcuno lo uccideva de  contrabbande (di nascosto), incorreva in pesanti contravvenzioni.

Non c'era il mattatoio e per il maiale era una morte orribile. Con le zampe legate con funi, tenuto a stento da tre quattro persone, veniva forzatamente adagiato tra grugniti disumani su un grosso tino capovolto (a nu tinéccie) e mentre tentavano di immobilizzarlo, aiutandosi con le mani e ginocchia, lo scannatore gli infilava un grosso coltello al collo, all'altezza della vena giugulare. Il sangue fumante che gli sgorgava dalla ferita veniva raccolto e girato in continuazione per non farlo solidificare perchè le donne ci avrebbero fatto lu sanghinaccie, una specie di marmellata che mischiavano nghe lu mustecotte (con il mosto cotto). 

Con il maiale a volte ancora agonizzante, gli buttavano sul corpo trégne (secchi) di acqua bollente, per facilitare con un coltello la rasatura delle setole, e dopo averlo appeso con un gancio a testa in giù si procedeva alla squartatura. Non si buttava niente. Ogni parte del suo corpo veniva riusato: con  la sugna (il grasso di maiale) si ricavava lo strutto; con le budella (li vidélle) si riempivano li saggeccie, lummille, sprisciate e mentricene(gli insaccati); con la cotica e le zampe, dopo aver tolto le unghia, si preparavano succulenti pasti con i fagioli, ed  il sangue solidificato si mangiava fritto.  Insomma tutto era commestibile, persino le 'nnùje, cioè le budelle grasse grandi, che intrise di peperoncino, venivano fatte esiccare vicino al fuoco per poi essere mangiate (è questo il motivo per il quale, quando qualcuno dimagrisce o è mal ridotto, gli dicono : "Z'è fatte gne' na 'nnùje")  

Le uniche parti del maiale che si scartavano erano gli ossi, le unghie e le setole, e di quest'ultime non tutte perché quelle de la gréje (della criniera), che erano più lunghe e robuste, erano ambite dai ciabattini che le innestavano con un nodo e con la pece ai capi degli spaghi, in modo che entrassero più facilmente nei buchi praticati nel cuoio nghe la sibbule (con la lesina), durante la manifattura delle scarpe.  

"So fatte lu porcie", era solito dire soddisfatto il proprietario del maiale dopo che l'ammazzava, che non significava che era stato un maleducato, ma di aver ucciso il suo maiale.  

Sansalvesi, imparentati con i Granata, durante l'uccisione di un maiale. Riconoscibili dalla sinistra Michele Molino, Igino Granata, Antonio Artese, il piccolo Marco Granata ed infine Filiberto Mancini.

Ma non erano solo i maiali, galline ed altre specie avicole, ad essere allevate a scopo di sostentamento.

Certe famiglie contadine, dentro le stalle, che puzzavano gne nu morbe (fetore insopportabile), specialmente prima che ricacciávane lu fumìre (le pulissero dal letame), allevavano le pircillìccie (i porcellini d'india), piccoli roditori che vivevano tra le zampe e gli escrementi di cavalli ed asini, nutrendosi dell'avena ed altri avanzi de le bistie (delle bestie). Nonostante fossero in molti a mangiarli, venivano però schifijte (schifati) da alcuni, in quanto, sostenevano, vi era il dubbio che si accoppiassero 'nghi li zoccole (con le femmine del topo).

Era ricco, invece, chi possedeva una pecora o una capra, che qualcuno  portava a pascere in campagna con una fune legata dietro a lu trajéne (al carretto), o affidata a qualche raro pecherále (pecoraio), che ogni tanto si improvvisava tale in paese. 

Chi poteva permettersi un ovino era come un privilegiato: aveva il latte per la famiglia,  poteva fare la ricotta e qualche pézzele de cascie (forme di formaggio pecorino), ricavare un po' di lana quando lo faceva casurà (tosare) e per di più, una volta macellato, ricavava lu sàve (il sego), che veniva adoperato come crema per le scarpe, quasi sempre sporche de làute (di fango). 

Trattamento migliore, invece, era riservata ai bovini.

I buoi, le vacche, i vitelli, raramente venivano uccisi, se non come già detto, quando si ammalavano e si vendeva la loro carne a basso macello. Erano considerati, da quei pochi benestanti che li possedevano, animali quasi  sacri, perché, oltre a produrre latte, venivano impiegati, come gli animali da traino, per tirare gli aratri nei duri lavori dei campi. Possederne anche pochi esemplari era considerata una vera ricchezza perché valevano molto ed avevano mercato nelle fiere boarie.  (Si dice che il primo ad ammazzare a San Salvo un vitello sano, per vendere la sua carne fresca nella sua macelleria, fu negli anni '50 Nine de Remmechele, uno dei figli di Michele De Francesco). 

In questo tipo di società contadina, è facile intuire, come fosse davvero problematico gestire una macelleria. 

Non vi era trippa per gatti , figuriamoci per gli uomini,

Non trascorse tempo, infatti, che Peppine serrò i battenti.

Dopo un breve periodo che nello stesso locale vi aprì, con scarsa fortuna,, un negozietto di generi alimentari sua moglie Cesira,  lo affittò a Gine de Remmechele  (Gino De Francesco), primogenito di Remmichele, che vi aprì anch'egli una macelleria.

Ho molti ricordi legati a quella macelleria di Gine de Remmechelle.

Ero un bambino e mi ci portava mio padre.

Ricordo una scena come fosse oggi. Appeso ad un gancio vi era un unico agnello, scotennato, sempre quello, rosso, reso ancor più rosso dai timbri che gli aveva messo un po' ovunque addosso il veterinario. Mi fissava, serio, con l'occhio aperto, che mi pareva di vetro, che di nascosto gli toccavo con il mio ditino, appannadogli la pupilla, che poi volevo gli ritornasse lucente, ma più toccavo e più diventava opaco.  A fargli  compagnia vi era sempre qualche mosca che gli ronzava attorno, nonostante il macellaio per pararlo,  lo copriva a volte nghe na velàtte gialla (una specie di velo). 

Tornando al nostro Peppine, dopo aver smesso il camice di macellaio, non restò con le mani in mano. 

Si diede all'agricoltura, coltivando i terreni di sua proprietà  a le Pèzze, in una zona di C.da Bufalara, in cui  molti lentellesi come lui,  avevano la terra.

Era un uomo, politicamente parlando, di destra il nostro Peppino, così come tanti, checchè ne dicano molti passati ad altre sponde nel dopoguerra.

In molti lo ricordano quando, durante il fascio, di cui era stato più che simpatizzante, ebbe l'incarico di controllare i quantitativi di grano trebbiati in zona, che i contadini dovevano portare per legge all'ammasso a lu Silosse (al silos), edificio in c.da Stazione, che dopo la guerra venne adibito a distilleria. Era un lavoro che non ispirava molte simpatie: il grano da consegnare all'ammasso veniva venduto di controvoglia dai contadini allo Stato, in proporzione al raccolto, ad un prezzo più basso rispetto a quello di mercato. 

Poi arrivò la guerra e fece la campagna d'Africa. Venne decorato. 

Doveva essere stato un buon macellaio Peppino, anche se io, come tanti miei coetanei, non lo vidi mai uccidere neppure una gallina. Lo ricordo piuttosto anziano, quando negli anni '60, girava in paese con una moto a tre ruote, scoperta, con il cassone dietro.

Dal portamento serio, pacifico, sempre elegante, non aveva la faccia da macellaio, ma più da avvocato, da medico, che, a dire il vero, a quei tempi, sopratutto quando operava le tonsille ai bambini o estraeva qualche dente senza addubbie (anestesia), pure un macellaio era. 

Aveva un aspetto distinto, il nostro amico Peppine, come suo padre, che non a caso a Lentella, pur facendo il macellaio come lui, chiamavano lu raggiunire

Sono certo che chi non llo conosceva, l' avrebbe scambiato  facilmente per un medico o per un avvocato. 

Per i sansalvesi però era e resterà per sempre  lu macillare de Lentelle

  

Piazza Papa Giovanni XIII anni 60 - Nella seconda casa a destra, all'angolo, dove si intravedono delle insegne, prima del palazzo de Vito, vi era la macelleria de lu macellare de Lentelle , poi riaperta da  Gino de Remmechele (De Francesco).


Anno 1977 - Inaugurazione della nuova macelleria  del compianto Franco De Francesco (a sin.), figlio di Gino (a destra) insieme ai suoi familiari durante il brindisi augurale. Sullo sfondo dopo la benedizione brinda anche Don Cirillo Piovesan. La macelleria De Francesco, in P.zza Papa Giovanni XXIII, è stata nuovamente ristrutturata nel 2015.


NOTE:

La palazzina
di Ntunine Cartelle (Antonio Fabrizio), sarto sansalvese emigrato a Vasto, venne demolita e ricostruita negli anni '50, dopo la realizzazione dell'attuale Piazza Papa Giovanni XXIII. Il piano terra, dopo la ricostruzione,  fu sede negli anni '60 dapprima del Banco Di Napoli, che vi si trasferì dopo un periodo in affitto  in un locale a piano terra, sotto il portico del  Municipio, e poi della Farmacia Di Croce. Nel 1977, venne acquistato da
Franco De Francesco, figlio di Gino Remmicchéle, che vi trasferì la sua nuova macelleria.

Oltre a Gino, già citato nel racconto, Remmicchele aveva altri figli macellai, tra cui ricordo con simpatia Nino, per il suo modo di fare spavaldo e sicuro di sé, ed Eduardo (Uarduccie),
che dopo aver aperto una macelleria a San Salvo, pur continuando ad abitare nella nostra cittadina, ne aprì una modernissima, all'avanguardia, a Vasto, nella zona comunemente conosciuta da vastesi come Shangai. 

Nino De FrancescoNino, nella foto, continuò con alterne  fortune l'attività paterna. Negli anni '50 aprì una macelleria in C.so Umberto I, dirimpetto a  Balduzzi, ex sede del Bar Bruno, per trasferirsi più tardi negli anni '60  in Via Fontana,
dirimpetto al piccolo muraglione de lu spaccie de Meccheline de Crapacotte, in un  negozio, con annessa abitazione al piano superiore,  che era stata la casa paterna e già sede dell'antica macelleria di Remmichele. Questa macelleria aveva un accesso anche da 1° Vico Piazza, ove abitavano i miei nonni materni. Non essendo ancora stato costruito il mattatoio comunale in Via Istonia, realizzato verso la fine anni '50 e poi demolito per la costruzione del teatro comunale, gli animali venivano  macellati per strada. Nino uccideva gli animali  in uno spiazzetto 1° vico Piazza. La tecnica da lui usata per ammazzare un vitello, di cui io da bambino ne fui testimone oculare, era quella di dargli all'improvviso un colpo sulla fronte con un grosso martello, che  faceva stramazzare l'animale al suolo. Un giorno, con la neve per terra, ricordo un che un maiale, prima di essere ucciso,  riuscì a fuggire verso piazza San Vitale, facendo fare una sciata a Senzafamiglie (Vitale Napolitano), un aiutante di Nino, che con gli stivali che gli scivolavano sulla neve, cercava di frenare la corsa dell'animale. Lo  rincorreva anche Nino e dopo un po' per il maiale non vi fu scampo. Nino era un macellaio molto esperto.  Ricordo quando scuoiava le pecore e gli agnelli:  praticava un foro con un coltello sulla pelle dell'animale appena ucciso e vi soffiava  dentro direttamente con la bocca, gonfiandolo come un pallone e scuoiandolo con il fiato in pochi minuti. Purtroppo il destino non fu benevolo con lui. Negli anni '70 emigrò in Germania, dove si era trasferito in famiglia per lavoro:  un incidente in fabbrica  lo strappò alla vita ed ai suoi cari. Ricordo con affetto anche suo figlio Michelino (classe '52), mio compagno di scuola alle medie ed alle elementari. Tornato a  San Salvo dopo la morte del padre, aprì una macelleria in Via Montegrappa. Ancor giovanissimo un crudele destino si accanì anche contro di lui: mentre era intento a pulire il bancone della sua macelleria, una forte scossa elettrica gli fu letale.
 


Vai a pagina 9 

pag.8





 

Vai alla bacheca di Fernando

HOME