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I racconti di Fernando Sparvieri

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Ma chi sarebbero li salvanese?

(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

VII
Puntata 

FEDERICO GALANTE
(Ninuccie lu panattire)

E seguendo la strada del grano per poi trovare quella dell'amore, arrivò a San Salvo, Ninuccie lu panattire (Ninuccio il panettiere), altro frastire, all’anagrafe Federico Galante (1920 - 1986), da Palata.

La sua storia a San Salvo, ebbe inizio nell'immediato dopoguerra,  quando  nel 46' sposò Iole Cilli (1921-2017), primogenita di Zi' Vete  e di Ermelinde Zuccorononne, coppia che abitava in 1° Vico Piazza San Vitale, a fianco alla Porte de la Terre, famiglia tra le più antiche di San Salvo, che aveva altri tre figli Gina, Egidio e Evaristo, noto quest'ultimo per il suo negozio in piazza San Vitale di 'Pasta all'uovo' negli anni '80.

Ninuccie lu panattire, che a Palata chiamavano Ninuccie lu merrecane, per via del fatto che suo padre era stato in America,  non era nato fornaio e mai avrebbe immaginato che lo sarebbe diventato. I suoi veri mestieri erano camionista e commerciante di grano.


Iole
, invece, che subito dopo il matrimonio si era trasferita con il marito a Palata, dove lo aiutava nella sua attività di commerciante, una certa infarinatura con la farina già l'aveva, essendo stata impegnata, appena diciassettenne, nelle attività di famiglia, che comprendevano, oltre ad una macelleria in Piazza San Vitale, gestita principalmente dal fratello Eggidie e da Ze' Vete, che nel '34 era tornato anch'egli dall'America, anche un forno nella stessa casa, con accesso da  1° Vico Piazza. 

Anche per Iole, il pensiero di tornare a fare la fornaia a San Salvo era lontano anni luce, avendone viste di cotte e di crude, di pagnotte, nel forno di famiglia.

Sì, perchè ai suoi tempi, molte massaie portavano a cuocere il pane crudo dal fornaio.  A quei tempi, infatti, erano molte le casalinghe che ammassávene (impastavano) la farina per fare il pane in casa e cuocevano l'impasto nel forno di famiglia, ma chi non l'aveva lo portava crudo dal fornaio, a cui era demandato il solo compito di cuocerlo. Era una pratica diffusissima, sopratutto nei piccoli centri agricoli. Le casalinghe, per distinguere le proprie pagnotte (li panille de pane) da quelle delle altre, prima che venissero infornate dal fornaio, vi  praticavano dei segni di riconoscimento sulla pasta cruda, oppure la contrassegnavano con un marchio in ferro con le iniziali di famiglia. Altre vi mettevano sopra dei semi, due tre fagioli o fave, in modo da avere la certezza che il pane riconsegnato dal fornaio fosse proprio il suo.

I soldi non giravano  ed erano pochissimi anche coloro che acquistavano il pane in contanti. La gran parte della gente faciàve segna', cioè faceva annotare il pane consegnato sul cosiddetto  librátte de la credenze, che era un quadernino con la copertina nera  e pagine con bordo rosso, che ogni famiglia custodiva in casa (famme credenze, significava credi in me, ti pagherò), saldando l'intero conto previo accordo prestabilito con il fornaio.

Si faceva molta attenzione anche al peso esatto della pagnotta.

La pagnotta doveva pesare esattamente il quantitativo di pane acquistato (es. un chilogranmmo) e per questo motivo, il fornaio, quando lo pesava e mancava qualche decina di grammi, metteva la jànte (l'aggiunta), un'ulteriore fetta di pane sulla bilancia, per farle raggiungere il peso esatto. Con la fame che c'era in giro, la jànte era elemento controllatissimo dalle famiglie e per questo motivo si  raccomandava ai bambini,  quando venivano mandati a comprare il pane, di non mangiarsela per strada: Ue' mortacce'! Nghe t'avessa magna' pe la ve' la jante?" (Eih peste! Che non ti dovessi mangiare l'aggiunta per strada).  E se la mangiavano fresélle (botte a non finire).

Ciò nasceva anche da una certa diffidenza nei confronti del fornaio, temendo che imbrogliasse sul peso.

Significativa in tal senso era una canzone popolare, che trattava dei mestieri in voga in quegli anni, che quando arrivava alla strofa del panettiere, così recitava: "Lu panattire che cóce lu pane quanda le pése ci mette la mane, ti le fa lu pése leggire, scatte 'ncurpe lu povere artire" (il panettiere che cuoce il pane, quando lo pesa ci mette la mano (sulla bilancia), te lo fa il peso leggero, schiatta in corpo il povero artiere (artigiano).

A tal proposito si racconta che un panettiere di San Salvo, pare che avesse fatto un po' di confusione nel segnare  sopra librátte de la credenze, il pane che aveva consegnato in un periodo ad una famiglia, aggiungendovi, nel dubbio, qualche pagnotta in più.  Alle rimostranze della famiglia che glielo fece notare, mentre ricontrollava il libretto, cancellava con un segno di penna le pagnotte di cui egli stesso non era sicuro di aver effettivamente consegnato, esclamando più volte, per ogni segno che tirava: " E chi lo sa?". J'arcacciarene (gli affibbiarono il soprannome): "E' chi lo sa".

Più o meno in questo tipo di tessuto sociale, ancora molto diffuso nel dopoguerra, simile a quello di tutti i paesi limitrofi,  con Ninuccie e Iole felicemente sposati a Palata, il  destino, che a volte scrive pagine di vita a suo piacimento, volle che Nicola Di Gregorio, appartenente a chelle de Jseppecóle (discendente della famiglia di Giuseppe Nicola), che abitava e faceva il panettiere in una casa all'angolo tra Strada del Popolo e Via Mazzini, emigrasse in Australia, dove vivevano i suoceri.  

Il suo forno venne acquistato da Amedè de ze' ngrelle (Amedeo Fabrizio), altro storico fornaio locale, il quale, dopo qualche tempo, avendo altre cose per la testa,  propose a Ninuccie, che spesso veniva a San Salvo a trovare i suoceri, di ricomprarselo.

Ninuccie, che a tutto pensava fuorchè di fare il panettiere, ne parlò con Iole, la quale, conscia delle difficoltà del mestiere, dopo qualche iniziale titubanza, complice anche la nostalgia, alla fine acconsentì. Si trasferirono a San Salvo  tra il '57 ed il '58, anche se per Iole si trattava di un ritorno, accingendosi a scrivere insieme una delle pagine più belle della storia dei panificatori della nostra ancora piccola cittadina.

Non passò tempo, che i due riscossero un gran successo, riuscendo a fregiarsi entrambi, in par condicio, per la prima volta nella storia dei fornai locali, del titolo di panattire (Ninuccie lu panattire e Iole la panattire), riconoscimento assegnato loro dal verbo popolare, anche se dentro alla bottega era Iole a farla da padrona, o almeno questa era l'impressione, in quanto era quasi sempre lei a stare dietro al bancone.

Questo non significa che Ninuccie si stesse con le mani in mano, anzi. Affondava anch'egli le mani negli impasti, solo che era più addetto ad altre mansioni. Per questo motivo girava in paese con una Topolino FIAT a camioncino, giallina, che con il tempo divenne un po' bianca, come le sue scarpe, per il trasporto della farina.

Eh si, doveva essere davvero un gran marito Ninuccie, tanto grande che Iole si mise a fare i maritozzi, che per la loro fragranza mettevano scopa persino alle brioches della Ferrero.  

Maritozzi a parte, ciò che li rese famosi, oltre alla fraganza del pane, furono però le pizze, le famose pézze de Iole (pizze di Iole).

Cosa avessero di così straordinario queste pizze? Mistero. All’apparenza erano condite semplicemente con olio e pomodori, un po’ tarrachiùte, cioè alte di spessore, ma talmente gustose da far leccare i baffi a studenti e professori.

Sì, perchè, essendo stato appena aperto l’Istituto Professionale ed istituita nel ’63 la Scuola Media Unificata (quella in cui per legge si doveva far finta di studiare il latino), le cui sedi erano nello stesso palazzo con unico accesso da IV Vico Cavour, a due passi dal forno, la mattina, prima di andare a scuola, quelle pizze iniziarono ad essere prese d’assalto dagli studenti, che le mangiavano alla ricreazione, con il profumo che non tardò a giungere alle narici dei professori.

Non ci volle molto tempo che quel profumo si diffuse oltre le mura scolastiche.

Tutti iniziarono a mangiarle. Ovunque: nei bar, al mare, in campagna, il lunedì di Pasqua, a Ferragosto, nei cantieri. Insomma, divenne talmente famosa quella pizza, tutt’oggi ricordata da molti nostalgici palati, che sicuramente fu la prima pizza sansalvese ad evere un suo brand ufficiale: la pèzze de Iole

E Ninuccie?

Ninuccie, nel contempo, che possedeva ancora il suo camion verdino, un FIAT 642, che il tempo aveva reso pisellino, a furia di impastare farina, ci prese gusto ed un giorno si mise ad impastare anche l'argilla. Gli venne in mente di realizzare 'na fumante de matìune (una fabbrica di laterizi) a li Zumpafusse (C.da Zompafossi di Cupello). Dopo aver fatto le prove tecniche sulla qualità dell'argilla, con esperimenti di cottura nel suo forno, costituì una società invitando ad entrarvi dapprima i suoi vicini di casa, nonchè amici, Giovanni Miscione, mastro muratore, e Donato Cristini, e poi altri soci, tra cui l'immancabile Virgilio Jnnarille (Cilli), che aveva una pompa di benzina in Via Roma.

Non si riposavano mai  Iole e Ninuccio, lavoravano notte e giorno, ventiquattro ore su ventiquattro. Il pane era diventata tutta la loro vita.  

Ninuccie era il primo ad alzarsi al mattino di buonora e con l'aiuto di Rocco Torino, lu lavurante (l'apprendista), una specie di giamburrasca che faceva la consegna del pane pane porta a porta con un triciclo con cassone, preparava l'occorrente. Poi, si sedeva in cannottiera su una sedia a sdraio ed attendeva che scendesse albe e ne albe (alle prime ore dell'alba) dal piano di sopra la mastre (la maestra), la sua Iole , che dava il tocco di classe finale ai prodotti.

Solo la domenica e non sempre, un po' di riposo.

Li ricordo una domenica pomeriggio al porto di Punta Penna (negli anni '60 era aperto al pubblico e specie nelle domeniche primaverili  era pieno di sansalvesi), quando a bordo di una  FIAT 1100 D con codino, color antracite, li vidi arrivare sul molo: Ninuccie era alla guida, sedute dietro le belle figlie Maria Antonietta e Clara, e davanti la sua Iole, a cui era riservato, com'era regola indiscutibile a quei tempi,  il posto d'onore.

E quel posto d'onore Iole lo meritava davvero tutto, e lo merita tutt'oggi nella storia della panificazione sansalvese.

Mai pizze, che crebbero intere generazioni, furono più gustose delle sue.

La sua ricetta resterà per sempre un mistero, come quella della Nutella della Ferrero, che mia nonna Maria Fabrizio, analfabeta, morta ultracentenaria,  chiamava non a torto la Lotella,  forse perchè le somigliava tantissimo a la laute, cioè al fango, sia per il colore del cioccolato che per la sua morbida densità.  

E tornando al nostro caro amico Federico Galante, da Palata, Ninuccie lu panattire, è proprio vero, i detti popolari non sbagliano mai: dietro ad un grande uomo, c'è sempre una grande donna.



Da sin. Maria Antonietta Galante, Iole, nonna Ermelinda Zuccorononno, nonno Vito Cilli, Clara Galante e Ninuccie (Federico Galante).

Il triciclo di Ninuccio che era guidato per la consegna porta a porta del pane dall'apprendista panettiere Rocco Torino, che non è il ragazzo ritratto nella foto. ( Foto www. stefanomarchetta.it)
La foto è stata scattata dinanzi al 6° vico Garibaldi,  dinanzi al negozio di Donato Cilli, unico fotografo del paese negli anni '50, padre di Calvino, oggi titolare dello studio fotografico Cilli. Sullo sfondo si vede C.so Garibaldi, la puteche da falegname dell'ex Sindaco Domenico Cervone ed alla sua sinistra la puteche dei rinomati fabbri Mastr'Antonio e Mastre Rocche Castorio, fratelli.

   
Prima  che inventassero la Nutella, le nonne ci spalmavano sul pane la ragnate (la marmellata), e lu sanghinaccie, una gustosa crema animale fatta con il sangue del maiale, prelevato ancora caldo appena scannato.

Il forno di Iole e Ninuccio, venne acquistato negli anni '80 da Granatello Italo, che proseguì con uguale impegno e successo, l'attività di panettiere, compresa la produzione delle famose pizze di Iole, la quale dopo la morte di Ninuccio, si traferì nel 1988  in Sicilia, dove si erano sposate  le figlie  Maria Antonietta e  Clara.

A Nicola Di Gregorio,  l'attività di panettiere andava a gonfie vele, tant'è che era uno dei pochi che all'epoca si poteva permettere di comprare il pesce che veniva a vendere da Vasto Zi' Innare lu pisciarole (fonte Virgilio Cilli).

Rocco Torino da giovaneRocco Torino (nella foto da giovane), era un bravo fornarino, che dava manforte a Iole e Ninuccio. Dotato da ragazzino di un caratterino tutto pepe, sfotteva ed era sfottuto un po' da tutti, che lo avevano soprannominato lu cacate de lu diavele. Da giovanotto calmerà notevolmente i suoi bollenti spiriti, facendosi apprezzare dapprima da famosi fornai vastesi, come Monteferrante (soprannominato Zupunille) e Del Borrello, forni  in cui andò a fare lu lavurante (l'apprendista).  Ancor giovanissimo emigrò in Germania, dove, dopo una settimana di lavoro da muratore, lo scoprirono ottimo panettiere, assumendolo immediatamente in forno-biscottificio tedesco. Tornato in Italia ed in procinto di aprire un panificio, venne bloccato in questa sua iniziativa dal servizio militare, quando già aveva moglie e figlio carico. Dopo il servizio militare lavorò in panifici del circondario, anche nel vicino Molise, prima  di abbandonare ogni velleità di panettiere, quando venne assunto come operaio dalla Magneti Marelli.  Impastare la  farina restò sempre la sua grande passione. La sua presenza divenne costante nei preparativi annuali delle "Sagne di San Vitale" e di li pircillete in occasione delle feste patronali.

Le biciclette a tre ruote (la cui marca era Doniselli), erano diffuse in quel periodo a San Salvo e non solo tra i panettieri. Ne avevano due  identiche anche  Virgilio e Guerino Cilli, i quali, pur essendo fratelli, ognuno svolgeva per proprio conto un'attività, usandole per trasportare le prime bombole di gas. Tornando ai panettieri ne aveva  una anche Amedeo de Zengrelle (Fabrizio), che dopo aver venduto il forno a Iole ne riaprì un altro in Via San Giuseppe ed un'altra Vincenzo Tinarille (Di Rito), il quale deve essere considerato tra i più antichi fornai locali. Il suo forno era ubicato nell'attuale P.zza Papa Giovanni XXII, alll'epoca non ancora realizzata, in un locale lungo e stretto. Il forno di Vincenzo Di Rito  venne rilevato negli anni '60 da Berchicci Emilio di Petacciato, che qualche anno dopo lo trasferirà in C.da Stazione, divenendo il primo fornaio della nascente San Salvo Marina.

Altro fornaio anteguerra fu Carmine Pollutri che aveva il forno ed una specie di spaccio-emporio cooperativa "rossa" nell'attuale VII Vico Umberto I, nella casa della famiglia Fabrizio, ove oggi vi è il "Bar Centrale" (fonte Tonino Longhi).  Altri panettieri sansalvesi operanti negli  anni '50-'60, furono Niculine lu panattire (Nicola Artese), che aveva il suo forno in 5° Vico Garibaldi,  e  Luigi  Mancini , che aveva un  panificio con annesso negozio alimentare in S.da Portanova, dietro al palazzo scolastico di  P.zza San Vitale, oggi sede di molti uffici comunali.  


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