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I racconti di Fernando Sparvieri

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Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XXXII
LA BREDE (LA SIV)

 
La scoperta del metano in zona, fu infatti determinante per lo sviluppo  dell’intero comprensorio.
Finalmente, molti  figli di questa terra, emigrati all'estero, sarebbero potuti tornare nelle loro case. Almeno queste erano le speranze, le aspettative e le aspirazioni di molti, che avevano i figli sparsi per il mondo.

Parafrasando una famosa pubblicità televisiva, un po' tutti speravano che il metano desse loro una mano.

Ma i fatti non andarono subito esattemente così.

Grande fu la delusione quando arrivò la notizia, che l’ENI aveva deciso di  realizzare enormi condotte di metano destinate a Roma ed alle acciaierie di Terni.

A Cupello, il comune che più di tutti vantava il maggior numero di pozzi di metano, scoppiò una vera rivoluzione, passata alla storia come i moti di Cupello (1961). Vi furono barricate, scontri. Lo stato inviò 600 agenti per sedare gli incidenti.

La situazione si tranquillizzò quando venne promesso ai dimostranti che lo Stato, proprio grazie al metano, avrebbe dato inizio ad una politica di industrializzazione della zona, che avrebbe portato benessere e posti di lavoro tra le popolazioni locali.

Non tardò tempo, infatti, che arrivò  la notizia che sarebbe arrivata a San Salvo una grande industria vetraria, la più grande fabbrica  de lu vrétrie (del vetro) del mondo (almeno così dicevano all’epoca), che avrebbe assunto 3.000 dipendenti.

Era infatti  il 1963 quando per le vie del paese si cominciò a vociferare: 

Li si’ ca mo’ ve’ la Brede
(Sai che adesso arriva la Breda).
La Brede! E chi è 'ssa Brede?
(La Breda! E cosa è questa Breda?), incominciò a chiedersi la gente.

La Brede
era la SIV (Società Italiana Vetro) .

I sansalvesi la chiamavano così perchè
 era un’azienda a partecipazione statale, costituita nel '62 a Roma, di proprietà oltre che del gruppo dell'ENI, di cui era Presidente E. Mattei, anche della Finanziaria Ernesto Breda e della Libbey Americana. Essendovi quindi tra i soci fondatori anche la  Breda, grandissima azienda italiana, leader nei settori metalmeccanico, siderurgico ed armiero, impegnatissima all'epoca nella costruzioni ferroviarie, di aerei militari, autocarri, motociclette, macchine industriali, agricole e per l'edilizia, la gente la chiamava  la Brede

Qualche vecchietta, addirittura, che aveva sentito in giro la notizia e che non ne sapeva nulla della Breda, la chiamava la “breche”, che in dialetto sansalvese era il femminile di ebreo (Uè faccie da breche-  faccia da ebreo, modo di dire dispregiativo per indicare una persona egoista), ed altri addirittura la préte (pietra, sasso).

La Democrazia Cristiana, all’epoca al potere, ne fece, com’era ovvio, motivo di vanto, spiazzando gli avversari politici, sopratutto i nemici storici comunisti, che all’inizio si trovarono impreparati di fronte all’ingombrante notizia.

Sce'!’”, disse un contadino comunista con tono polemico: ”Chesse vo’ màtte pruprie l’industrie!” (Si!, Questi vogliono mettere proprio le industrie!), a voler significare che lo scopo era ben diverso.

E’ che vo’ màtte?” (E cosa vogliono mettere?), gli chiesero.

Chesse va truvenne lu sottosuole!” (Questi cercano il sottosuolo), rispose con aria di chi la sapeva lunga.

Lu sottosuole! E chi è  lu sottosuole?” (Il sottosuolo! E cos'è il sottosuolo?), gli chiesero nuovamente.

Eja a la Madonne a que’!" rispose. "Que' ne ‘nza chi è ‘ lu sottosuole”. (Ma guarda un po'! Questo non sa cos'è il sottosuolo).

E poi si spiegò :"
'Na cucchiarinelle de sottosuole, fa zumpuà pe’ d’arie tutte Sande Salve.  Nu bicchijre de sottosuole fa zumpuà pe d’arie Sante Salve e lu Cupuelle” (Un cucchiaino di sottosuolo fa saltare per aria tutta San Salvo. Un bicchiere di sottosuolo fa saltare in aria San Salvo e Cupello)

Altri invece, più preparati politicamente, sentendo che vi era di mezzo anche la Libbey Americana, si avventurarono in temi di "guerra fredda": "Chesse vo màtte le missile pe culpe' la Russie" (il motivo vero è che devono puntare i missili per colpire l' Unione Sovietica).

La scelta di realizzare la grande industria vetraria a San Salvo, non fu scontata come si potrebbe credere. Si  diceva all’epoca che Aldo Moro, avrebbe voluto portarla in Puglia, e precisamente nella zona di Maglie, suo paese d’origine.

Ma perchè la SIV venne proprio a San Salvo e non ad esempio nella piana di Termoli, che poi nei successivi anni ’70 accoglierà la FIAT, o nella Valle del Sangro, il cui grande processo di industrializzazione si avvierà qualche decennio ancora più tardi o in altri luoghi del Mezzogiorno d’Italia?

Furono una serie di contingenze, tutte favorevoli:

1) innanzitutto, il governo, nell’ambito di una politica governativa tesa al progresso ed allo sviluppo economico del mezzogiorno,  aveva deciso di porre rimedio ad un atavico oscurantismo statale che perdurava sin dall’unificazione d’Italia;

2) i moti di Cupello avevano strappato una promessa al governo centrale che, grazie al metano, vi sarebbe stata l’industrializzazione della zona;

3) il Presidente dell’ENI, Enrico Mattei, era molto legato al vastese, in quanto suo padre, dopo aver svolto servizio come sottufficiale dei carabinieri a Acqualagna (PE), paese marchigiano in cui Mattei era nato, era stato promosso maresciallo e trasferito a Casalbordino, dove il piccolo Enrico aveva frequentato le elementari per poi proseguire gli studi  all’Istituto Regio Tecnico di Vasto, insieme a quel Raffaele Mattioli (Vasto, 20 marzo 1895 – Roma, 27 luglio 1973), altro grande dirigente d'azienda ed economista italiano;

4) San Salvo, come dissero successivamente i comunisti, aveva una posizione geografica strategica nel senso che aveva il metano a due passi, la ferrovia a portata di mano, il fiume Trigno per scaricare le acque reflue, il porto di Punta Pennadi Vasto a qualche chilometro distanza ed una bella piana, C.da Piane Sant’Angelo, dove ubicare gli stabilimenti industriali;

5) la classe politica locale democristiana, con a capo il senatore vastese Giuseppe Spataro, un rampante On. Remo Gaspari di Gissi, ed il suo fido scudiero Vitale Artese, Do' Lelle, sansalvese, si prodigò in ogni modo affinchè non sfuggisse questa grande opportunità di lavoro per la nostra zona, intravvedendo un conseguenziale  successo politico.


Inizialmente, la notizia dell’arrivo dell’insediamento industriale a San Salvo non fu accolto dai paesi del circondario con immediato entusiasmo, specialmente a Cupello. All’epoca il campanilismo fra i paesi limitrofi era ancora forte. Questa volta non si trattava di una partita di calcio, ma era in gioco lo sviluppo economico del proprio Comune.

E poi non era come oggi in cui si prende l'aereo ed in ventiquattrore si fa il giro del mondo. All'epoca le distanze già tra paesi limitrofi erano notevoli. Molta gente non possedeva ancora l’automobile e recarsi a lavorare, anche a poche decine di chilometri da casa, era per molti ancora un problema, aggravato dal fatto che molte strade erano ancora quasi tutte bianche e brecciate. (Ad esempio, per venire a San Salvo, i cupellesi, dovevano passare obbligatoriamente per il bivio di Sant'Antonio a Vasto, immettersi  nella vecchia statale, transitare per il centro abitato San Salvo e poi prendere la  strada della vecchia stazione F.S., lungo la quale vi era la SIV. Altra strada per venire da Cupello  era
la Ve' de Pelércie, la via di C.da Polercia, che nessuno faceva perchè brecciata, che passava per Piane di Marco e riusciva dietro al cimitero).

Alle proteste dei cupellesi, che rivendicavano il maggior numero di pozzi di metano nella zona, fecero eco quelle, non meno vibranti dei politici vastesi, i quali sostenevano che Vasto era il centro demografico più importante del territorio, con il porto e la ferrovia a due passi, e quindi volevano l'industria a Punta Penna.
E quì probabilmente giocò un ruolo importante quella volpe di Do' Lelle, Vitale Artese, il fido braccio destro di Gaspari.

Ad un incontro a Roma con i rappresentanti della SIV, si impegnò in prima persona, garantendo che i terreni di C.da Piane Sant’Angelo sarebbero stati ceduti gratis dai sansalvesi, o tutt'al più a prezzi irrisori.

Da quel che mi ha raccontato Virgilio Cilli, amico fidato di Artese, un giorno lo chiamò Do' Lelle da Roma, che gli chiese di raggiungerlo la sera successiva a casa sua a Chieti, dove avrebbe anche pernottato, perchè doveva parlargli urgentemente. Virgilio prese l’automobile e partì. Artese, dopo avergli dato la notizia dell'arrivo di una grande industria a San Salvo, lo incaricò di sondare i proprietari dei terreni di C.da Piana Sant’Angelo e di promettere loro che se avessero acconsentito ad una cessione bonaria delle terre, avrebbero avuto in cambio il posto di lavoro per i loro figli. Virgilio, al ritorno, contatto alcuni proprietari dei terreni, tra cui Antonio Boschetti, Tomassino Russo, ex segretario DC, Di Gregorio Virgilio e Nicola, i quali furono i primi ad  acconsentire alla cessione delle terre. Man mano aderirono alla cessione, seppure confusi ed a malincuore, anche gli altri proprietari dei terreni interessati.

E fu così che San Salvo, la privilegiata, sacrificò i suoi terreni migliori alla causa industriale, che per un’economia ancora prettamente agricola non era poca cosa.  Gli altri, quelli degli altri paesi, che volevano la SIV sotto casa, fecero, a mio avviso, un tredici al totocalcio: terre ed industria.

Dopo l’esproprio dei terreni  a Piane Sant’Agne, così chiamavano i sansalvesi C.da Piane Sant'Angelo, nel '63 iniziarono i lavori.
Questa prima fase venne caratterizzata dall’afflusso in paese dei primi lavoratori addetti alla costruzione dello stabilimento industriale. Erano lavoratori della ditta Cambogi, della Pali Frank, della ditta Guidi, tanto per citane alcune, imprese che realizzarono lo stabilimento industriale.
 
Giorno dopo giorno, il paese cominciò ad essere sempre più frenetico, caotico. Si intravvedevano mezzi meccanici mai visti prima e soprattutto tante  e tante facce nuove, alcune  delle quali diverranno familiari negli anni successivi, in quanto non andarono mai più via da San Salvo.
 
Ne arrivarono tantissimi di forestieri a quei tempi, un po’ da ogni parte d‘Italia.
 
Tanto per citarne qualcuno, fu nel '63 che arrivarono i cosidetti napoletani, tutti scalpellini, come Raffaele e Giovanni Sannino, Scafuri Giuseppe, Domenico e Raffaele Matrone, provenienti da Comuni dell' area vesuviana come Ercolano, Boscotrecase, Portici, Torre del Greco.  Agli inizi alloggiarono da Emilio Del Villano, che oltre al bar aveva anche un affittacamere in Via Roma, per poi andare ad abitare a gruppi di due tre persone, in camere di casa in affitto, dove vi cucinavano, dormivano, nelle ore non lavorative.
Sempre nel '63, a maggio, arrivò a San Salvo Gerardo Luongo, lucano di  Tito (PZ).

Gerardo arrivò, insieme ad alcuni suoi conterranei, come muratore della Cambogi per poi, al contrario dei suoi compaesani, che andarono via insieme  alla ditta al termine dei lavori, stabilirsi definitivamente a San Salvo dove mise su famiglia, sposando la sansalvese Maria Del Casale. Di quel periodo ricorda i carretti trainati dagli animali che affollavano le strade all'alba ed al tramonto e sopratutto che era difficoltoso recarsi giù al cantiere non esistendo mezzi pubblici. Spesso e malvolentieri, quando il tempo era buono, insieme ai suoi compagni,  si recava al  lavoro a piedi, percorrendo una stradina in terra battuta vicino alla Chiesetta di San Rocco, in aperta campagna (attuale Via Sandro Pertini).

Nonostante questo continuo flusso di forestieri, il piccolo paese, non si spaesò affatto.
Anzi forte dell’esperianza maturata precedentemente con  i  lavoratori  della diga di C.da Caprafico di Tufillo e di quelli del metano, la gente dopo un po’ cominciò quasi a non farci più caso.  
 
Man mano che un’impresa terminava il suo lavoro, ne arrivava un’altra, in un ricambio continuo di operai che affollavano alla sera le vie e i bar sansalvesi.


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