www.sansalvo@ntica.it
HOME




I racconti di Fernando Sparvieri

Vai alla bacheca di Fernando


continua da pag.27


Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XXVIII

I VENDITORI AMBULANTI


A pensarci bene, ai tempi in cui passava la nazionale per il paese, era come se vi fossero due mondi in uno. Il primo era quello della vita quotidiana, in cui la gente, continuava a fare sempre le solite cose: spannave lu grane 'nterre (lasciava asciugare per terra al sole il grano), le grandénie (il granoturco), li ciéce (i ceci), la cunzérve (salsa di pomodoro) sopra tavoli e sprenatìure (spianatoi) in mezzo alle strade; l’altro, invece, era quello interessato al tragitto della S.S. 16, in cui tutti i giorni transitavano i forestieri

Erano talmente scissi i due mondi che nessuno faceva caso ai forestieri che transitavano per la nazionale, che era diventata normalità, mentre bastava che qualche faccia sconosciuta si addentrasse a piedi per le altre vie del paese, che subito scattava la curiosità.

La gente, appena intravvedeva uno di fuori , con occhio furtivo, quasi a volersi sincerare dall’aspetto che non c’era nulla da temere, iniziava dapprima a scrutarlo da capo a piedi, per capire già dalla faccia o dall’abbigliamento che tipo potesse essere, e poi, appena si allontanava, partiva la solita domanda a qualche vicino: “E chi è ssu frastire?” (Chi sarà mai questo forestiero?), sperando di saperne di più ed avere conferma di non essersi sbagliata nella sua valutazione.

Gli unici forestieri a cui i sansalvesi, per modo di dire, avevano fìtte l’osse (fatto l’abitudine), erano li pisciarúle (i venditori di pesce), entrambi vastesi:  Zì Jnnàre, appartenente alla famiglia Raimondi, papà di Lellàine (Lellino), storico calciatore della Pro Vasto, e poi a Zi’ Prédde (zio prete, così lo chiamavano), i quali vendevano il pesce nello spiazzetto dirimpetto alla casa di Don Gaetano De Vito. Poi andava in giro anche qualche ova ova (compratore e venditore di uova ed altri prodotti della misera economia contadina), in concorrenza al nostro Nonsaccie (Luigi Nuzzaci), di cui abbiamo già scritto in uno dei primi capitoli.

Sicuramente non erano più i tempi di Siva Sive, che mio padre, Evaristo Sparvieri così descrive in un articolo scritto per un giornalino locale:

"Nel secondo dopo-guerra, spesso, almeno per una volta alla settimana, girava per il paese un vecchio “Vuastarole” povero, macilento e mal ridotto.

Veniva a piedi da Vasto e portava con sé un piccolo sacco, una cesta (con della paglia dentro)  e una piccola stadera ottonata, che usava nel vendere i suoi miseri prodotti.

Girava per le vie del Paese gridando:”Siva Sive”e… “Siva  Sive” era diventato il suo” nome d’arte”perché, per individuarlo, tutti lo chiamavano così.

La sua principale attività commerciale era quella della vendita del “sego”di cui i contadini, ne facevano largo uso, sia per rendere morbide  le scarpe da lavoro, sia per togliere la durezza ai finimenti e alle bardature dei loro animali da lavoro.

La vendita avveniva, quasi esclusivamente con scambio di prodotti locali (formaggio, uova, vino, olio ed altro) che, poi, il vecchio, o rivendeva “in loco” o portava a Vasto per lo scambio in moneta".

Ed erano da poco passati anche gli anni in cui ogni tanto arrivavano le viatichére, cioè venditori ambulanti, che dimoravano per qualche giorno a la taverne de Zi’ Pitre de Ufrazie (Pietro Fabrizio), in Piazza Municipio (ora Piazza San Vitale), chiamata taverna anche se in realtà era una stalla. Giravano per il paese con carretti, trainati quasi sempre da asini, carichi di vaccéle (catini), tijélle (tegami), pisciatìure (pitali) ed altri cúmude (altri oggetti utili), che in mancanza di denaro barattavano con piccole quantità de grandenie o de grane (di mais e di grano).

In compenso, però, si vedevano parcheggiate dinanzi a qualche negozio del centro le prime automobili de li viaggiatiure (i rappresentanti di commercio), che andavano da Balduzze (Leone Balduzzi) in C.so Umberto I, o da Maste Uide (Guido Monacelli, chiamato mastro perchè prima era stato barbiere) che aveva aperto un bel negozio di alimentari in C.so Garibaldi.  Era lì davanti che noi bambini aspettavamo con ansia che arrivasse il furgoncino O.M. a striscie beige e marrone della Ferrero, che ci portava il pallone di plastica, dopo aver fatto la raccolta, almeno chi se lo poteva permettere, di figurine triangolari che erano appiccicate su antichi cioccolatini, raffiguranti Pinocchio, Ezechiele, Sora Volpe.


Sulla destra Pasqualiccie a la piazze, dinanzi al suo negozietto

Non erano finiti però i tempi  in cui giravano, per le vie del paese, altri classici venditori ambulanti.

Arrivavano da Vasto li cinciére , una famiglia di rigattieri che acquistava cenci e ferro vecchio. Il padre guidava un Ape Piaggio, con il cassone posteriore stracolmo di ferri arrugginiti e stracci gualciti, al cui seguito camminavano a piedi la moglie e quattro cinque  figli ancora bambini, quest'ultimi in estate tutti scalzi.


Immancabilmente, poi, almeno una volta l’anno, arrivava lu scardalane (lo scardatore di lana), a cui le nostre mamme facevano scarda’ (rendere soffice per un nuovo uso) la lana per rifare i materassi e le chìtere (le coltri), e l’arrotino che gridava per le vie del paese :“E’ arrivato l’arrotino, l’accongia chitarre, l’ombrellaio”.

Ma chi a vederlo mi faceva impressione ere lu capìllare.

Chi era lu capìllare ? Era un compratore di capelli.

E’ arrivate lu capillare”, andava gridando per le vie del paese.  

A quel grido uscivano le donne, sopratutto arzille vecchiette che sacrificavano i loro bianchi tuppi, aggomitolati come lana bianca, che a dire il vero a vederli facevano un po’ ribrezzo, ricevendo in cambio a scelta mandrécchie e mandrecchìune (strofinacci) oppure le pípue (bambole), che  se adagiate supine chiudevano le pinnázzzere (le ciglia) ed in posizione eretta le riaprivano.

Erano delle bambole molto ambite dalle giovani donne, che le usavano come soprammobili. C'era chi le metteva sedute nghe le cóssa scacchìjte (con le gambe divaricate) e la vestina sino alle ginocchia  sul comò, chi sulle coperte del letto matrimoniale, chi su un mobilio di un'antica sala da pranzo.

E restando in tema di soprammobili, non vi era casa in cui non vi fosse, per la gioia dei bambini, un cane o un gatto di gesso. Le casalinghe li poggiavano sàprue a la banghe (sul tavolo della cucina), oppure sopra su un centrotavolo insala da pranzo, per chi l'aveva, o su quelle poche radio, alcuni dotati anche di grammofono, che gracchiavano di giorno e fischiavano con le onde lunghe di notte.

Si racconta che un giorno,  per le vie del paese, girò un camion di un ambulante con il cassone pieno di cani di gesso, tutti uguali. Qualche giorno dopo vi fu un matrimonio. Gli sposi appartenevano a li Taschìune (ai Tascone).

Fecero un trentina di cani come regali di nozze.


NOTE:

Altri negozi di generi alimentari 
chiamati comunemente puteche, oltre a quelli storici  de la Jnnarille in C.so Umberto I, de Pasqualiccie a la piazze (Pasquale Cilli) e de Margiséppe (Maria Giuseppe Fabrizio) nell'attuale piazza Giovanni XXIII, erano la putéche de Haliane (Galliano Grimaldi, ex sarto), il cui negozio era in una casa demolita negli anni '60 a fianco alla Chiesa, de Ide e Eneche (Ida Raspa ed Enea Marzocchetti) in Via Fontana, de Cannaruzzatte (Nicola Molino) in C.so Garibaldi, de Giuliette (Giulia Torricella in Ialacci), dirimpetto alla vecchia Chiesa di San Nicola, de Cecchine (Francesca Pollutri in Di Biase) in Via San Giuseppe, de Marchiunétte (Michelina Raspa in Di Cola) in Via San Giuseppe, de Mafalde (Mafalda Rossetti in Mariotti) in Via Gioberti,  de Cristinuccie (Cristina Piscicelli in Romondio) in 1° vico Gioberti, de Za’ Pippinelle (Giuseppina Castorio in Cianci), in Via Savoia,  de Marì de Sabbijccie (Maria Domenica Ciavatta in Tascone) in Piazza del Popolo. In rapporto al numero degli abitanti vi erano anche numerosi  negozi di tessuti, come la puteche de Tumuassìne Russe (Ottorino Russo) in piazza San Vitale (ex piazza Municipio), de Ntonie De Narde (Antonio Di Nardo)  in C.so Umberto I, che confinava con la casa canonica di Don Cirillo, de Ntunine Artese (Antonio Artese)  in  IV Vico Savoia, de Vetuccie Mariotte in Via Savoia, de Misciaune in Piazza del Popolo, gestito Lizzi Eleonora, detta Ninette,  moglie  del muratore Giovanni Miscione.



Vai a pagina 29

pag.28



Vai alla bacheca di Fernando

HOME