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I racconti di Fernando Sparvieri

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continua da pag.26


Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XXVII

LA NAZIONALE  ED IL DIALETTO


 




Tornando sulla nazionale
(S.S. 16), il suo passaggio in mezzo al paese era uno dei pochi punti di contatto con il mondo esterno. Era come un serpentone che spaccava in due il paese: lu quart’abballe e lu quart’ammante, proseguendo la sua corsa per Via Trignina.

Il suo tragitto interessava maggiormente lu quart’abballe. Venendo da Vasto, passava dinanzi a  lu Calvarie, e proseguendo verso il centro, girava intorno al monumento ai Caduti, alla curva a gomito tra l’imbocco di Via Roma e C.so Umberto I, e scendeva giù sino a lu Vurriccie. Da lì continuava verso il vecchio ponte del fiume Trigno. Stesso tragitto al contrario, con l’unica eccezione che risalendo, prima di arrivare al Monumento ai Caduti, svoltava a destra, alla salita de la Jnnarìlle (2° vico Umberto I). Questa variante era stata realizzata dagli inglesi nel ’43 durante la guerra, dopo aver demolito delle vecchie case, per consentire ai loro mezzi bellici, che si recavano al fronte di guerra sul Sangro, di transitare evitando la curva a gomito tra C.so Umberto I e Via Roma.

Il traffico della nazionale era abbastanza sostenuto. Passavano gli autotreni, le automobili e d’estate molte motociclette, specialmente Vespe e Lambrette, ai cui sedili posteriori sedevano de sgrscìune (di sbieco), stringendo le gambe quando portavano la gonna, belle ragazze con il foulard in testa, quasi a non voler farsi rovinare dal vento le acconciature che si erano fatte fare in città dalle parrucchiere, prima di partire per le vacanze.

Non esistendo all’epoca nessun altra strada alternativa, tutto il mondo passava di lì. 

Era una ricchezza  il passaggio della nazionale per il paese.

Qualcuno si fermava a fare benzina al distributore AGIP di Virgilio de Jnnarille  (Cilli) in Via Roma; qualche altro sostava per prendere un caffè ai bar di Bionde Tomeo e Emilio Felicille (Del Villano), che erano vicini al distributore di carburanti, qualche altro ancora si fermava per acquistare i prodotti agricoli che molti esponevano dentro le “canestre” dinanzi casa, sperando di venderli proprio ai forestieri che transitavano di lì. 

Ogni tanto succedeva anche qualche fatto buffo, tipo Totò e Peppino con il vigile a Milano, però al contrario.

Si racconta che un giorno Giuvuánne la uardie (Giovanni Del Borrello), che era stato assunto agli inizi degli anni '60 come guardia municipale, insieme all'ex carabiniere Enzo Saturni, originario di Pescorocchiano,  genero di Peppine la guardie (Giuseppe Torricella), un ex guardia comunale degli anni '40, un giorno vide  parcheggiata un' auto sulla nazionale, in una zona il cui Comune aveva messo il divieto di sosta.

Giovanni, che era un bonaccione, ma che aveva un piccolo difetto, quello di parlare pochissimo, o meglio per niente in italiano, si avvicinò all'auto e disse al forestiero: "Giuvuno'! Da esse ha da trusciuluje'!" (Giovanotto! Da lì deve andare via).

"Come?", gli chiese il forestiero con accento del nord, non avendo capitò un acca di quanto gli avesse detto Giovanni.

" T'aja dette ca da esse ha da sbuchele' " (ti ho detto che da lì devi svicolare), ribadì Giovanni pensando che questa volta era stato più chiaro.

"Scusi ma non capisco!", gli rispose di nuovo il forestiero.

"E tretanghete" (ed un'altra volta), concluse Giovanni, "le vu' cape' u ne lle vu cape' ca da esse t'ha da move, senna' mo te faccie la contravenziaune!" (lo vuoi capire si o no che da li te ne devi andare, altrimenti ti faccio la multa!".

Il forestiero, senza profferir parola, forse intuì cosa volesse dirgli Giovanni, mise in moto e andò via.

Che personaggio, Giovanni, era una bravissima persona, altrimenti non gli avrebbero fatto fare la guardia municipale, solo che come direbbe Modesto Della Porta, il noto poeta dialettale abruzzese, nella sua poesia "Lu testamente de zi Carminuccie", teneve nu difette arradecate (aveva un grosso difetto da sempre), quello di  non saper parlare quasi per niente in italiano. D'altronde in una società contadina come quella locale, in cui il dialetto era la lingua principale, serviva pochissimo, anzi per niente parlare in italiano.  E poi  i suoi predecessori non è che fossero state delle guardie laureate.



La Guardia Municipale  Giovanni Del Borrello, il primo a destra.

A quei tempi, quasi nessuno in paese parlava in italiano, 
che per molti era una specie di lingua straniera. Tutti in dialetto, persino tra di loro i laureati. Spezzechéve taliane (spiccicava, ostentava una parlata di lusso in italiano), tra l’altro maccheronico, solo qualcuno o qualcuna che voleva far vedere ca hasse ere segnàure (che non era di basso rango) o che era un intellettuale, anche se le i e le o, si sprecavano, sopratutto tra gli anziani.  

Il vero problema era che molta gente, tra cui anche qualcuno non  proprio anziano, non era andata oltre la licenza elementare e continuava a trascinarsi dietro antiche lacune scolastiche, che si evidenziavano proprio quando parlava in italiano.   

Disse una volta Celestre la panattìre : “Sono stata dal dottore m’ha date una pilla rossa (una pillola rossa)". Poi aggiunse."'Na cosa sante! (una pillola miracolosa) ”. Ma anche tra i rappresentanti del sesso forte ce n'erano tanti che spezzechevene in italiano. C’era ad esempio ze' Vete lu macellare (il macellaio), che quando si esprimeva faceva terminare quasi tutte le parole con la vocale i . Famosa era rimasta nel tempo una sua affermazione: “Tutto ferniti coccetti e rognonati” (Tutto finito, testina di agnello e reni). Non da meno era Dumunicuccie che prendeva per mano il nipotino e gli diceva in italiano:" "Vieni scioro, andiamo piazzi, compriamo gelati" (vieni nonno, andiamo in piazza, compreremo il gelato) e per far notare quanto fosse intelligente il nipote gli faceva delle domande dinanzi a qualche amico, chiedendogli: "Dove sta occhie?" (Dove sta l'occhio?), ed il bambino con il ditino mostrava l'occhio, e subito dopo: "E nase? Orecchie? Bocche? E i dito dei man?" (Ed il naso? Le orecchie? La bocca? E le dita delle mani?)

Poi vi erano quelli che facevano la traduzione simultanea dal dialetto all'italiano, scambiando il participio passato del verbo avere con quello del verbo essere:"Sono mangiato e sono bevuto", oppure invertendo gli stessi verbi  al contrario: "Abbiamo stato, ho caduto, ho partito".

E che dire, tornando indietro solo di qualche anno, di Zi' Pauliccie De Lique (Paolo De Luca), il banditore e becchino comunale, che  jettave lu bánne (buttava il bando) per le vie del paese spiccicando l'italiano. Famoso resta un suo bando, sulla cassa armonica, una sera della festa di San Vitale: "Avvisaziono! Avvisaziono! Quando la bando sei fernito il pezzo d’obbro,  tutti  colui che vuol veder la foca andasso schininzo il  trappito di Ciovitto vicino la caso di Carminuccio di Cosomitto”  (trad. Avviso! Quando la banda avrà terminato il pezzo d'opera, tutti coloro che vorranno vedere i fuochi pirotecnici, andassero nei pressi del frantoio di Civetta (Civetta era il  soprannome del frantoiano), vicino la casa di Carmine Cosomitto, quest'ultimo probabile discendente di qualcuno che si chiamava Cosimo, o meglio piccolo Cosimo).   
  
Per non parlare, di mio nonno, Bastiáne (Sebastiano) Napolitano, capo comunista, ex assessore anziano al Comune nel dopoguerra e per un periodo anche Sindaco facente funzioni, che in un infuocato comizio in piazza contro il capitalismo e la Democrazia Cristiana, che nel ‘56 per la prima volta aveva conquistato il Comune dopo un decennio di amministrazione social-comunista, riferendosi probabilmente a Don Gustavo Cirese, all’epoca segretario democristiano, proprietario di una elegantissima auto dell’Alfa Romeo, così se ne uscì: “Vanno in giro con machine setto otto metro lungo”. Famosa resta anche la sua frase, quando in un solito comizio in piazza contro la Democrazia Cristiana, rea secondo lui di fare clientelismo nell’assegnazione dei terreni dell’ex bosco Motticce, rivolgendosi ancora al solito Don Gustavo Cirese, all’improvviso sbottò in dialetto: "E’ chi j l’ha landate a Cirascìlle le terre de lu bosche, l’alme de la mamme e de lu patre?" (E chi glie li ha lasciati a Cirascille, soprannome dei Cirese, i terreni del bosco, l’anima della madre e del padre?). (1)

Non da meno era stato zi' Carmenìccie (Carmine) Chinni un decennio prima, il quale insieme a mio nonno Sebastiano Napolitano ed a Carlo Alberto Camicia, tutti contadini, costituivano il politburo del partito comunista locale e quindi erano convinti antifascisti.

Era successo che al giardinetto del Monumento ai Caduti era stato piantato durante il fascismo un pino, a ricordo ed in onore di  Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, il quale morì improvvisamente, per un attacco cardiaco, a Milano il 21 dicembre 1931, a soli 46 anni. 

Finita la guerra e morto ormai anche il celebre fratello Benito, i comunisti, capeggiati da Zi' Carminìccie Chinni, armati di scure ed accette, decisero di recarsi in massa al Monumento ai Caduti per tagliare il pino.

"Abbattete la pina!!!", disse Zi' Carminìccie. Ed il pino cadde al suolo terminando la sua esistenza "terrena".

Insomma anche le figure istituzionali, portandosi dietro antichi retaggi culturali, si sforzavano di parlare in italiano,  ma solo quando non ne potevano fare a meno, prediligendo il dialetto, la vera lingua madre. 

Praticamente il dialetto, nonostante fossimo agli inizi degli anni '60, lo parlava ancora lu popele e lu Cummìune (il popolo ed il Comune), modo di dire locale per indicare un qualcosa che fanno o sanno tutti (le sa lu popele e lu Cummìune) e quindi anche Giuvuánne la uardie, essendo un dipendente comunale, lo parlava quotiniamente, anche perchè non pregiudicava in alcun modo in paese, la sua autorità di guardia comunale.

Mi raccontò un giorno mio zio, Mimì' Napolitano, figlio di Zi' Bastijane, che quando aveva il camion, era solito parcheggiarlo in Piazza San Vitale, vicino la palazzina dell’Arco della Terra, dove abitava.

Una sera, dopo il rientro dal lavoro, mentre era intendo a radersi, suonarono al campanello.

Era Giuvuánne la uardie, che in dialetto sansalvese, gli disse: “Mimì, pe piaciare ne pusa’ lu camie a elle. Si che vu fua’ mettele vecene a la chijscie” (Mimì , per piacere non lasciare più il tuo camion dove solitamente lo parcheggi. Lascialo vicino alla chiesa).

Vabbune Giuvua’ " (Va bene Giovanni), gli rispose Mimì, "me faccie la varve, e sciàgne” (mi faccio la barba, e scendo).  

Dopo aver terminato di radersi Mimì scese e spostò il suo camion nel posto indicatogli da Giovanni, ma non trascorse neppure una settimana che ricominciò a parcheggiarlo nuovamente dove lo lasciava prima.

Ed ecco nuovamente squillare il campanello. Era sempre Giuvuánne: “Mimì! Te l’aje dette! Lu camie ne pusa’ chiu’ elle, da mbeccie”. (Mimì, te l'ho già detto! Il camion non parcheggiarlo più là. Da' fastidio).

Scuse Giuvua''” (Scusa Giovanni) gli rispose di nuovo Mimi’, mentre si faceva anche quella sera la barba. “Mo ’rsciagne e le sposte” (Adesso ridiscendo giù e lo sposto).

E così fece. Ma non trascorse  tempo che Mimì se ne tornò
alla sua vecchia abitudine, ricominciando di nuovo a parcheggiare il suo camion al solito posto di prima. “Me stave chiu coméde” (Mi era più comodo), mi disse mio zio, raccontandomi la storiella.

Ed ecco ripetersi la solita scena.

Squilla il campanello, Mimì si affaccia e trova Giovanni, il quale appena lo vede, gli dice:
“Mimì fi’ pruprie schefe” (Mimì fai proprio schifo).  

Giovanni, girò i tacchi e  ando’ via senza aggiungere altro. Fu talmente efficace "quel Mimì fi pruprie schefe" che da quella sera Mimì non posò piu’ il suo camion nel luogo in cui era solito parcheggiarlo.

Mi disse mio zio in conclusione: "Quella frase valse più di dieci contravvenzioni"

Purtroppo Giovanni, dopo qualche tempo fu costretto a smettere la divisa di  guardia comunale, e non per colpa di Mimì. Probabilmente proprio a causa di evidenti difficolta ad esprimersi in italiano, con i tempi che stavano mutando, gli venne riconvertito il posto da guardia municipale in quello di autista operaio comunale. Accusò il colpo e ci rimase un po' male, ma non più di tanto. Lo ricordo sempre in giro con il furgoncino della carne dell’ammazzatoje (del mattatoio comunale), con il quale riconsegnava la carne degli animali macellati ai macellai del paese. Restò sempre quella brava persona che era, dedicandosi a far parte in modo costante delle deputazioni delle feste di San Vitale.  Il destino lo strappò, ancor giovane, prematuramente alla vita ed all’affetto dei suoi cari.


Tornando al traffico sulla nazionale, di lì non passavano solo gli italiani.
 Sopratutto in estate passavano anche molti stranieri: francesi, inglesi, tedeschi e persino qualche americano, a bordo di quelle automobili lunghissime, come quelle che si vedevano nei film dei gangster con Al Capone.

E con loro comprendersi era ancor più complicato.

Si racconta che in un caldo e torrido pomeriggio estivo, un americano, rimasto in riserva con la benzina, si infilò per sbaglio con la sua auto in Via Circonvallazione (attuale Viale Duca degli Abruzzi), forse ingannato dal fatto che vide in lontananza il cane a sei zampe dell'AGIP del deposito di gasolio per mezzi agricoli di Virgilio Cilli, che aveva invece il distributore di carburanti  in Via Roma.

Arrivato nei pressi, vide Pasquale
Panzotte (Di Santo) e gli chiese: “Gasoline? Gasoline?”, per chiedergli se lì si vendeva la benzina. 

Ue’ piccà ni pighe ‘na buttè de berre?” (Uè perche non paghi una bottiglia di birra?), gli rispose Pasquale, che con il caldo che faceva aveva 'ncurpe 'na setàccie (in corpo una forte sete).

La nazionale era considerata pericolosa dai genitori. Si raccomandava ai bambini di non andare a giocare dove passavano le macchine. E non avevano tutti i torti. Una sera, se ne uscì una ruota ad un autotreno in Via Roma. La ruota colpì il povero Vitale Di Biase, che negli anni ’60 fu bidello alla Scuola Media, che stava camminando sul marciapiede, mandandolo in Ospedale a Vasto.

Ed a proposito dei bambini, qualche buontempone aveva detto loro che avrebbero ricevuto un pallone di calcio in dono se avessero preso mille numeri di targhe delle automobili che passavano sulla nazionale. La voce si sparse in un baleno. Molti bambini si armarono di quadernini con la copertina nera e bordino rosso, come quelli sui quali si annotavano la credenze (i debiti) dal panettiere, e vi riportavano le targhe delle automobili in transito. Era uno scherzo, ma servì a tanti bambini, me compreso, ad imparare un po’ di geografia, leggendo le sigle delle targhe automolistiche che indicavano i nomi delle citta di provincia in cui le auto erano state immatricolate.

E sempre a proposito di bambini, mi raccontò il mio amico Tonino Longhi, che era nato nel '36, a proposito dell'ignoranza che regnava a San Salvo, che un giorno una nonna analfabeta chiese al nipotino, che frequentava la 1^ elementare, di prendere il libro di scuola perchè voleva sentirlo leggere. La nonna aprì a caso una pagina del libro, dove era raffigurato nu vucale (un boccale per il vino) e disse al nipotino: "Lìggi, lìggi, nipote me' " (leggi, leggi, nipotino mio).  

Ed il bambino, che non ancora imparava a leggere, vide lu vucale ed improvvisò la lettura: "Lu vucalette... che caccie lu vine" (il piccolo boccale... che spilla il vino).

"Brave a   lu nipote me!" (ma quant'è bravo  il nipotino mio,) si complimentò la nonna. 

Ed il bambino, euforico per il complimento ricevuto, aggiunse "...e cacche vódde... caccie pure l'acque" (e qualche volta 'caccie'  lo si riempie anche con l'acqua ). 

"Ma gna sa legge bbelle lu nupaute me' ", concluse la nonna.

Eh si! Moltissimi nostri nonni, putroppo, non sapevano neppure fa' la O nghe lu bucchìjre (fare la O con il bicchiere).

Figuratevi che mia nonna Maria, analfabeta, dopo che mia madre si diplomó maestra, con le pagine della Divina Commedia ciappecciéve lu foche (ci accendeva il fuoco).

Ed a proposito di argomenti divini e trascendentali, mi raccontò mio padre, che come già detto era un maestro elementare,  che un giorno zi’ ‘Ndrà’ (zio Andrea), un anziano contadino alto e magro, mentre ze secáve (si stava tagliando) i capelli dal barbiere, gli chiese: "Signore maje’, chi è più potente Padro Puglio o Sande Vetale?” (Signor maestro, secondo te chi è più potente Padre Puglio o San Vitale?).

Non so cosa gli rispose esattamente mio padre, essendo solo un insegnante e non il Padreterno, ma una cosa è certa: riuscì immediatamente a fare l’analisi “logica” alla domanda di zi' ’Ndrà'.

Padro Puglio, altro non era che Padre Pio, all’epoca agli albori della sua religiosa popolarità, ed evidentemente zi’ ‘Ndrà’, avendo sentito parlare del frate di Pietrelcina, che compiva miracoli nel convento dei Cappuccini di San Giovanni Rotondo (FG), cercava di appurare da persona che tenàve la làttere (aveva la lettera, cioè istruita), se la prolificità miracolosa del padre cappuccino, fosse superiore o meno a quella di San Vitale Martire, patrono del paese.

Ma perchè Padre Puglio e non Pio?

All’epoca in dialetto la Puglia i sansalvesi la chiamavano le Pije e probabilmente zi’ ‘Ndrà’, sentendo parlare di Padre Pio, che sempre in dialetto veniva chiamato Padre Pije, fece un po’ di confusione credendo che il suo nome fosse il maschile di Puglia e quindi trattandosi di un frate e non una suora, era corretto chiamarlo in italiano Puglio. 

Un po’ tutti gli anziani di quei tempi facevano spesso un po' di confusione. L’analfabetismo era ancora un dramma non solo locale, ma nazionale. 

Sempre mio padre mi raccontò che sul finire degli anni '50,  si recò un mattino a scuola il papà di un alunno, chiedendogli come procedesse l'andamento scolastico del  proprio figlio. Mio padre gli rispose che più o meno se la cavava benino, ma in italiano ciuppucáve (zoppicava), proprio non riusciva a cucchie' du parole (a mettere insieme due parole),

"Core de Sante Vetecchie!", esclamò il padre dell'alunno tutto sconsolato. Poi quasi a voler dire che il figlio non era un fesso, aggiunse:"Canda te le vulàsse fa' a vveda' quesse a tucca' la bistie!  Arcaccià a la stálle lu fumìre! E' nu mastre! Arréve a la lingua taliane e ze fécche" (Lo dovresti vedere mio figlio come come è bravo a cavalcare il cavallo! A ripulire la stalla dal letame. E' un vero maestro. Arriva alla lingua italiana e si ficca).

Eh si! In quel tipo di società, ancora per molti versi contadina, era più importante che i propri figli sapessero governare gli animali, piuttosto che saper scrivere in italiano.

E giacchè in questo capitolo ho scomodato un po' tutta la mia famiglia materna concludiamo con mia madre, Lidia Napolitano, che come già detto  pure una maestra elementare era. 

Mi raccontò sorridendo che durante la guerra molti giovanotti non avevano potuto frequentare la scuola elementare e per questo motivo non avevano conseguito la licenza di quinta. Ne erano circa una cinquantina tra cui Fioravante D’Acciaro, Vitale Baldassarre, Gino di Cola, Giuseppe Bracciale. Questi ragazzi, alla sera, dopo i lavori nei campi, frequentavano la scola (la scuola) serale, in cui insegnavano entrambi i miei genitori,
giovanissimi maestri fuori ruolo. Frequentava uno di questi corsi anche Giuseppe la rasannelle, che era un ragazzo molto vispo ed intelligente. Una sera tema della lezione  fu il superlativo assoluto ed il suffisso issimo negli aggettivi e negli avverbi, e mia madre portò un esempio dicendo che il superlativo assoluto di bravo era bravissimo.  La interruppe Giuseppe, che le disse immediatamente di aver capito: "Signora maie’ so' capiute. Ci zi màtte issimo. Je' presempie Giuseppe ... Giuseppissime! (Signora maestra ho capito. Ci si mette issimo. Io, per esempio, Giuseppe... Giuseppissimo).

"Quell'albitro ha fatto pietatissimo!", così se ne uscì invece in epoca più recente un dirigente della neonata U.S. San Salvo nel '67, riferendosi  ad un arbitro di calcio che a suo giudizio non aveva arbitrato bene una partita della squadra locale. "Poi però ha pentito", aggiunse subito dopo, volendo spiegare che secondo lui, a fine partita, vi era stato un pentimento da parte del direttore di gara.

Evidentemente i maestri di quei tempi
 erano davvero superlativi.



NOTE:


Sebastiano Napolitano, mio nonno materno, fu personaggio molto amato, insieme a Carmine Chinni e Carlo Alberto Camicia, dai compagni comunisti, i quali vedevano in lui, uno dei pochi, che pur possedendo un po’ di terreno, si era schierato da sempre con la povera gente, combattendo per il riscatto sociale di chi non aveva un tozzo di pane da mettere sotto i denti. Aveva la 2^ elementare ed aveva imparato a leggere e scrivere jénne pasciénne le pechere (mentre da bambino lo mandavano a pascere le pecore). Quel po’ di scuola che fece gli servì per leggere una vita intera il quotidiano comunista  l’Unità, a cui era abbonato, definito a quei tempi ironicamente il giornale della veritá, e per scrivere, in età senile, un libro dal titolo “Chiedo scusa ai letterati”, un capolavoro, ancor di più  prima che un giornalista glie lo correggesse. Mi disse di lui un giorno l'ex Sindaco comunista Arnaldo Mariotti: “Oggi Giovanni Paolo II, il Papa, parla di sorellanza. Tuo nonno aveva già coniato questo termine precedentemente al Santo Padre, e per questo motivo veniva addirittura preso in giro”. Tornando ai suoi comizi, mio nonno, che nella vita, era un tipo calmo, saggio e riflessivo, ogni tanto però in politica, perdeva le staffe. Gli capitava spesso, quando, per meglio esprimere le sue opinioni, si infervorava e stuccáve adderette (tagliava corto), senza troppi giri di parole. Aveva ricoperto la carica di assessore comunale nell’amministrazione social comunista nell'immediato dopoguerra, risultata vincitrice nelle prime elezioni amministrative repubblicane nel '46. In quelle votazioni venne eletto sindaco il maestro elementare Ugo Marzocchetti che restò in carica circa 2 anni, dal ’46 al ’48, dimettendosi per motivi personali. Dopo le sue dimissioni gli subentrò nella massima carica comunale Domenico Cervone, falegname, nonno di mia moglie, il quale fu Sindaco sino al termine del suo secondo mandato nel ’56, quando per la prima volta nella storia della politica amministrativa locale vinse la Democrazia Cristiana. Nel periodo di transizione tra i due Sindaci Marzocchetti e Cervone, per un breve periodo, mio nonno, Sebastiano Napolitano, assunse i poteri di Sindaco facente funzioni. Non durò a lungo. Dovette dimettersi perchè durante uno dei suoi infuocati comizi in Piazza Municipio, ora Piazza San Vitale, fece illuminare il baldacchino su cui parlava, con una lampadina alimentata dalla corrente elettrica della sede municipale, all’epoca ubicata in una casa con ingresso in C.so Umberto I, ma con affaccio anche nella parte opposta, lato attuale piazza San Vitale. Partì una denuncia al Prefetto da parte della Democrazia Cristiana, in cui lo accusarono di aver sfruttato la corrente elettrica del Comune per scopi non precisamente istituzionali, predicando contro la DC ed il governo. Interpellato dal Prefetto fu costretto a rassegnare le dimissioni. Gli subentrò Carmine Chinni, anch’egli assessore comunale, sino a quando non subentrò definitivamente come Sindaco Domenico Cervone. Per notizia all’epoca il Municipio era in affitto in una casa di Don Gaetano De Vito su C.so Umberto I, in quanto una notte, la sua sede originaria, ubicata  a fianco della Chiesa di San Giuseppe, che comprendeva anche la Scuola Elementare, venne distrutta da un incendio. Successivamente il Comune di strasferì, sempre in affitto, in IV Vico Savoia, in un palazzo di proprietà di Donna Porfida Artese, e vi restò sino alla fine degli anni ’50, quando venne costruito il nuovo palazzo municipale nell’attuale Piazza Papa Giovanni. A realizzarlo fu la Democrazia Cristiana, con finanziamenti ottenuti dalla precedente amministrazione social comunista.


Il maestro Elementare Ugo Marzocchetti, che aveva studiato dai frati, cugino di mio padre per via della mamma Angiolina Sparvieri, fu il primo Sindaco di San Salvo nell'era repubblicana. Persona moralmente ineccepibile, dal carattere mite e signorile, lo avevano voluto alla guida dell’amministrazione essendo un uomo di cultura, in una società in cui, come già detto, l’analfabetismo era ancora diffusissimo. La sua esperienza di Sindaco non durò a lungo: restò in carica circa 2 anni, dal ’46 al ’48, dimettendosi per motivi personali, anche se le cause che lo indussero a dimettersi, almeno da quel che si dice, pare fossero le innumerevoli denunce che riceveva dalla fazione politica avversa, oltre alla faziosita di alcuni compagni che gli chiedevano di ergersi a giudice-giustiziere in situazioni che esulavano dalle sue funzioni istituzionali e sopratutto per  le condizioni di salute della moglie, che da giovanissima ebbe un gravissimo problema ad un ginocchio, che la rese invalida e sofferente per tutta la vita. Il maestro Marzocchetti aveva sposato la maestra elementare Cristina Napolitano, cugina di mia madre, che era figlia di Domenico, fratello maggiore di mio nonno ed era il terzogenito di Mastre Pitre Marzocchetti, ex Podestà ai tempi del fascio, che si dimise dopo contrasti con il Dr. Vitaliano Ciocco, potente geraraca fascista. Uomo di scuola, rivestì per decenni la carica di fiduciario scolastico, quando San Salvo non aveva la direzione didattica e dipendeva  da quella di Monteodorisio o di Vasto.  Considerato per decenni  il maestro elementare per antomasia a San Salvo, sia  lu majàstre  Ughe  (il maestro Ugo) che la majàstra Cresténe  (la maestra Cristina), insegnarono a molte generazioni di alunni sansalvesi, tra cui anche la mia. Ebbi l'onore ed il piacere di averlo avuto come unico mio maestro di scuola elementare, dapprima nella vecchia sede nell'attuale Piazza San Vitale e nei primi anni '60 nel nuovo palazzo scolastico di Via de Vito, da poco realizzato.




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