www.sansalvo@ntica.it
HOME




I racconti di Fernando Sparvieri

Vai alla bacheca di Fernando

continua da pag. 23

Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XXIV

 
 Lu Jumme
e lu pastefecie de Mastre Camélle.


Non tutti i figli dei carrettieri, tuttavia, affidarono le loro speranze, di un futuro migliore, ad un camion.

Uno di questi fu Vitale Fabrizio, detto Vetale Zengrélle, il quale parafrasando il noto proverbio di Maometto e la montagna,  fece n’andra penzáte (ebbe un’altra idea): “Se Maometto non compra un camion, il camion andrà da Maometto".

Mo épre nu lavaggie”  (aprirò un piccolo frantoio per la frantumazione dei sassi al fiume), pensò, "così non sarò io ad andare a caricare le pietre giù al fiume con un camion , ma saranno i camionisti  a venire da me".

L’idea non era male. Il problema, però, un po’ come per tutti i giovani dell’epoca, erano le quatréne (i soldi).

Non disponendo, come tantissimi suoi coetani, di molta liquidità economica, cercò di coinvolgere nell’iniziativa qualche suo coetaneo. Ne parlò con Vincenzo Cupaioli, suo amico, contadino, il quale, abituato a lavorare da sempre in campagna, tra l’ironia ed il sarcasmo, così gli rispose: “Vetà! La gente ne magne le préte!” (Vitale! La gente non mangia le pietre". 

Pur restando di sasso, tanto per restare in tema, Vitale non cambiò idea. Come si dice in dialetto tenàve la coccia toste gne'na prete (aveva la testa dura come una pietra) e alla fine riuscì nel suo intendo. Ne parlò con 'Ntunine Bucciarìlle (Antonio Bucci), altro suo amico e con Nicola Di Virgilio, che come già scritto in precedenza possedeva già un trattore ed una trebbia, ed insieme, dopo aver acquistato ’na machenàtte pe trete’ le prete (un piccolo frantoio frantuma sassi), partirono alla volta del fiume Trigno.

Il piccolo frantoio era prodotto dalla VM, nota ditta specializzata nel settore. Funzionava a gasolio, e veniva messa in moto con una manovella.

La società sembrò funzionare, ma non durò a lungo.

Dopo un po’, infatti, Nicola, impegnatissimo con la sua trebbia, se ne uscì dalla società, facendo allegoricamente appena in tempo a mettersi in salvo da una piena che investì il fiume che si portò a valle la machenàtte pe trete’ le préte e tutto ciò, nel senso che travolse nella sua furia devastatrice tutto ciò che incontrò nell’alveo e lungo gli argini. (1).

Se fu la piena del fiume o meno la causa che decretò la fine dell’avventura, non mi è dato di sapere. Fatto sta che non trascorse tempo che la società si sciolse.


Piena del fiume Trigno   - Anno 1953 (Foto Gino)

Vitale a questo punto cambiò mestiere.

“Che fare?”, pensò. “Comprare un camion? Manco per idea!”.

Meglio nu scavatáure (un escavatore).

Formò una nuova piccola società con Bastiane Cràcchie (Sebastiano Checchia) , figlio di Zi’ Pasquale, che qualche lira a lu pézze (da parte) l' aveva, ed insieme comprarono nu Jumme di seconda mano, un piccolo escavatore denominato Jumbo, marca Bruneri, dando così vita alla prima piccola impresa locale sansalvese di movimento terra.

Per trasportarlo da un cantiere ad un altro  non c'era bisogno di un camion. A trasportarlo, casomai sarebbe stato necessario, ci avrebbe pensato lu camie de Mimi de Napuletáne (il camion di Mimì Napolitano), cognato de Bastiane.

Si misero al lavoro.

’Nghe lu Jumme, così chiamavano il loro piccolo escavatore, caricavano sui camion le pietre al fiume, scavavene le pidemìnde (effettuavano scavi per le fondazioni), realizzavano solchi per le fognature, per acquedotti, le fùsse pe la caggie (i fossi per la calce durante la costruzione delle case), insomma qualsiasi lavoro di scavo del terreno, che sino ad allora gli operai eseguivano a pécche e pále (a mano, con piccone e pala).

L’attività divenne proficua quando per un periodo lavorarono anch'essi alla costruenda centrale idroelettrica sul Trigno di C.da Caprafico, sotto Tufillo, che come già detto in precedenza, fu una delle prime opere incompiute dalla zona, dove trovarono lavoro anche molti camionisti locali, che fijmue a fijmue (costeggiando il fiume Trigno), non essendo stata ancora realizzata la fondovalle Trigno, arrivavano sino al cantiere.

Sebbene le cose sembrassero funzionare abbastanza bene, anche quest’altra società, non so per quale motivo, non duro a lungo. Vitale, rilevò da solo lu Jumme, assumendo Antonio, il suo fratello minore, che lavorò per molti anni alla sue dipendenze.

Fu in quel periodo che Vitale, per il trasporto dei terreni di risulta relativi dalla sua attività di movimento terra, acquistò il suo primo camion, un FIAT 642 N6R, su cui caricava anche lu Jumme, quando doveva spostarsi nei cantieri de paesi vicini.


Vitale Fabrizio. Sullo sfondo lu Jumme (escavatore Jumbo Bruneri) . 
Il bambino sorridente allo sportello del camion è suo figlio Angiolino Fabrizio. 

Ed i calzolai?

Parafrasando la risposta che fece Vincenzo Cupaioli a Vitale Fabrizio, quando lo invitò a far parte della società de lu lavagge, in cui gli rispose: "Veta’! la gente ne magne le préte!" (la gente non mangia le pietre), mastre Camelle (Camillo) Malatesta e Carmenuccie Marchàtte (Carmine Marchetta), entrambi calzolai, aprirono un pastificio.

Non era una novità per il paese.

Ve n’erano stati già due: il primo lo aprì negli anni ’30, in Piazza Amista, attuale Piazza Europa, nel palazzo di Don Oreste Artese, Giuvuanne De Cristofere (Giovanni de Cristofaro), impiegato comunale, ed il secondo, nell'immediato dopoguerrra, nelle viuzze di  Via Savoia, Pietro Bontempo, da Torrebruna, padre del futuro dott. Federico, che prima di laurearsi in medicina dava una mano al padre, non rimettendocela per poco in un incidente che lo coinvolse con un macchinario del pastificio.

Mastre Camelle e Carmenuccie Marchátte, lo aprirono invece sul muraglione di via Fontana, a due passi dalla fonte vecchia, da cui si approvigiavano d'acqua per impastare la pasta, in un locale in cui prima della guerra vi era stato lu trappéte (il frantoio) di Don Caddane (Gaetano) de Vito, le cui macina veniva fatta girare da un asino ed aveva una pressa in legno, che si avvvitava, lungo una trave che arrivava sino al soffitto.

I due fecero subito un patto: mettere ogni giorno dentro a nu tríffule (un otre in terracotta), trasformato in casirìlle (in salvadanaio), 100 lire a testa, con l’intento di romperlo  un anno dopo.

Il primo giorno misero 100 lire a testa. Dopo un anno lo ruppero: ci uscirono 300 lire. Insomma solo uno dei due aveva tenuto fede al patto, e per di più per un solo giorno.

Già dalla rottura del salvadanaio si può intuire come gli affari nel pastificio non procedessero proprio a gonfie vele e non passò tempo che lo misero in vendita.

Mastro Camillo tornò alle scarpe. Molto piccolo di statura, si comprò un’ automobile all’altezza, qualcosa di simile ad un Topolino Fiat, di seconda mano, con cassone posteriore, e si mise a fare l’ambulante, mettendosi a vendere calzature confezionate nelle fiere e nei mercatini di paesi. Si racconta che un giorno, proprio mentre stava per partire, un attimo prima che ingranasse la marcia, dei ragazzi j le speselejerene (glie la sollevarono) da dietro,  rompendogli un semiassi.

Tornando al pastificio venne riacquistato da Marie Maurélle (Mario Fabrizio) e suo cognato Pierino Chinni, entrambi contadini.

Non era affatto facile a quei tempi mandare avanti un pastificio, seppure piccolo com’era. La farina bisognava andarla a comprare in contanti a Foggia, da Casillo, che già da allora era leader nel settore e la gente non pagava subito l’acquisto della pasta, ma le faciave segna’ a la libbrátte de la credénze, un quadernino sul quale si annotava  la spesa a credito, come gia avveniva dai panettieri.

Ed a proposito di spesa, anche le spese per mandare avanti la baracca non erano poche, tra cui vi era sopratutto quella de la léttreche (della corrente elettrica), con la quale funzionavano l’impastatrice e quei pochi altri macchinari che avevano, che spaventavano ad ogni bolletta.

E restando in tema di spaventi, se ne prese uno grosso Pierino, che un giorno si buscò ’na bella scosse (una scossa di corrente elettrica). Allora non c’erano i salvavita e sistemi di protezione automatica contro le scariche elettriche a terra. Lo salvò probabilmente il basso voltaggio dell'elettricità dell'epoca, che canda alijéve (che quando sbadigliava, aveva poca tensione)  e  Mario, che al rientro al negozio, dal quale si era momentaneamente assentato, trovo’ Pierino, che dopo aver scosso per un attimo la testa, restò immobile,  in piedi, su dei gradini in ferro della macchina della pasta, con gli spaghetti in mano, in religioso silenzio, che guardava il soffitto come la statua di un santo. Mario ebbe l’intuito di non toccarlo, altrimenti sarebbe rimasto attaccato anch'egli gne' 'na sardelle (come una sarda), ebbe la prontezza di staccare con una canna, essendo anch'egli basso di statura, una primitiva valvola della corrente elettrica, salvando  il cognato.

Anche per questo pastificio vi è un aneddoto da raccontare. 

Il pastificio aveva due locali, comunicanti tra loro con una porta: uno per la vendita e l’altro adibito a laboratorio per la preparazione della pasta.

Ogni giorno,verso mezzogiorno, mentre Mario e Pierino erano intenti a preparare la pasta nel laboratorio, arrivava un ragazzo che entrando nel negozio chiedeva ad alta voce a Pierino: " Pieri’ che ora è?“. E Pierino dall’altra stanza rispondeva: "E’ mezzejurne!”. Ogni giorno, più o meno sempre all’ora di pranzo, la stessa canzàune (canzone), cioè si ripeteva la stessa scena. 

Senonche’ un giorno, verso le undici, si presentò in negozio un signore per acquistare la pasta e pagò Mario con una banconota da 10.000 lire, una bella sommetta per quei tempi. Mario gli diede la pasta e naturalmente il resto, e lascio’ la banconota a lu tratáure (nel casseto) del bancone.

All’orario di chiusura, prima di andare via, Mario aprì lu tratàure, ma cu cu, la banconota non c’era più".

Fije de na….” (figlio di una buona donna), esclamò quando capì l’antifona o meglio, come si diceva a San Salvo, quando trovò "lu nede scuvuate o scupuate" , il nido scovato o scopato, come si diceva in questi casi in sansalvese.

Succedeva questo: il ragazzo a mezzogiorno in punto, certo che in mattinata vi era stato qualche soldo d’incasso, in un momento in cui Pierino e Mario si trovavano al laboratorio p’arzela’ le firre, (pulivano gli attrezzi del pastificio) entrava nel locale vendita e con la scusa di chiedere a Pierino che ora fosse, apriva il tiretto del bancone e faciàve parte' (faceva partire, rubava) qualche spicciolo, non pulendolo mai del tutto, per non suscitare sospetti.

Il furto della banconota lo tradì.

Da quel giorno l’uccellino del cu cu a mezzogiorno non passò più.

NOTE:

Un moderno pastificio, per un breve periodo, venne aperto in C.so Garibaldi, quasi contemporaneamente alla chiusura di quello di Mario Fabrizio e Pierino Chinni, da Nicola Altieri, appartenente a li scirnese (famiglia di Scerni arrivata a San Salvo nei primi del '900), già commerciante di grano, che successivamente, con l'avvento dei primi moderni prodotti chimici nel campo dell'agricoltura (mangimi, insetticidi, anticrittogamici ed antiparassitari), diverrà importante imprenditore del settore, divenendo punto di riferimento del mondo agricolo locale e del circondario.  Altro imprenditore degno di nota nel medesimo settore fu sicuramente Egidio Cilli. Nicola ed Egidio erano cognati, avendo spostato, rispettivamente Nannine e Maria Eleuterio, due sorelle di Casalbordino. Egidio, dopo aver smesso i panni di macellaio, aprì anch'egli un'attività commerciale in Piazza San Vitale in cui  si occupava della vendita degli stessi prodotti di Nicola. Essendo vicino di casa di mio nonno Sebastiano Napolitano, lo ricordo agli albori della sua attività  negli anni '50, quando, tra l'altro, commerciava in certi periodi anche le pigginìlle (i pulcini) che arrivano a decine dentro scatole di cartone bucherellate  per far prendere loro aria. Dopo il loro l'arrivo, centinaia di pulcini, destinati alla vendita, venivano subito collocati dentro apposite gabbie, poste  in un locale  della casa paterna in 1° vico Piazza, con luce accesa notte e giorno, da dentro il quale si udivano, da fuori, i loro pigolii.

Vai a pagina 25

Pag.24

  




Vai alla bacheca di Fernando

HOME