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I racconti di Fernando Sparvieri

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continua da pag. 21

Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XXII
 

Lu motore de Biascille 
(Il trattore di Angelo Di Biase)
ed i caterpillar al bosco Motticce

 

Scendendo dal camion di Tinarille e risalendo su un trattore, altro precursore dell'attività di trattorista sansalvese fu sicuramente Angiuline Biascille (Angelo Di Biase), calzolaio, il quale , già autista de lu camie de Tinarille, in cui, come già letto nel capitolo precedente, ne era socio agli inizi, intuì, come Nicola Di Virgilio che i tempi stavano mutando e bisognava sfruttare le nuove opportunità di lavoro che nel dopoguerra il progresso tecnologico offriva.

La storia di Angelo Di Biase, un po' come tante altre, sicuramente non è possibile raccontarla in una solo pagina. Tante furono le sue attività, che a descriverle tutte, non basterebbe un libro. 

Mi limiterò quindi a raccontarvi alcune tra le sue molteplici attività, che maggiormente lo resero celebre tra i suoi coetanei in gioventù, che sono rimaste un po' nella memoria collettiva paesana, sopravissute all'oblio del tempo, che con il suo trascorrere, cancella inesorabilmente ogni cosa.

Biascille, che era un diminuitivo di Di Biase, come si usava a quei tempi per indicare una persona  bassa di statura, come ad esempio Felicille (piccolo Felice) o Jnnarille (piccolo Gennaro), nel suo caso non voleva significare che fosse piccolo di corporatura , anzi era alto e magro, ma lo chiavano così, sin da bambino, per indicarlo come il piccolo figlio di Di Biase. A me piace invece immaginare che lo chiamassero in quel modo, perchè suo padre era emigrato in Argentina, a la Méreche de le scurde, quand'egli era ancora bambino, ed era dovuto crescere in fretta, diventando sin dall'infanzia un ometto, accollandosi sulle esigue spalle di adolescente, la responsabilità della sua famiglia (1).

Anche la storia di trattorista di Angiuline Biascille, ha molte analogie con quella di Nicola Di Virgilio.

Come si suol dire la storia si ripete. Anch'egli come Nicola Di Virgilio, era un ciabattino, aveva coccie (testa) e non saccoccie (denaro), e anch'egli inizia la sua attività con un mezzo militare abbandonato durante la guerra.

Questa volta però non si trattava di un autoblindo, come quello usato dai fratelli casolani e da Nicola Di Virgilio, ma di un carroarmato vero e proprio, che era ben altra cosa. Lo trovò  arbelate (nascosto) in un fosso al bosco Motticce e gli venne in mente di trasformarlo in trattore. Probabilmente si trattava di un carro armato tedesco abbandonato durante l'avanzata inglese, e cosa insperabile, gli avevano lasciato a fianco anche delle taniche di carburante, sperando forse di recuperalo in caso di ritirata nemica. Aveva un cingolo rotto, ma questo era l'ultimo dei problemi.

Il problema vero, invece, era come omologarlo e renderlo un trattore. Finchè si trattava di un motociclo abbandonato, in qualche modo una soluzione l'avrebbe prima o poi trovata, ma un carroarmato! 

La sua idea la prospettò a Nicola Zavurre (Antenucci)*, suo amico, falegname, originario di Cupello, che aveva sposato la sansalvese Elodia Cilli, ed insieme lo riaggiustarono.

Il nodo però restava sempre quello: come poterci lavorare? 

Non si persero d'animo e ne parlarono con un'autorità del paese, forse il Podestà (i carabinieri all'epoca stavano a Cupello ed arriveranno a San Salvo nel '49). Alla fine ottennero una promessa: l'autorità  avrebbe chiuso un occhio.  Era già un risultato. Attaccarono dietro al carro armato un bel aratrone e cominciarono ad arare di notte, quando l'autorità del paese non solo avrebbe chiuso un occhio ma tutte e due. 

Presto finì il carburante ed anche la loro avventura. 

Zavurre  se torno' nella sua bottega di falegname, in 1° vico Umberto, dove vendeva anche le casse da morto, ed Angelo a 'rfa  lu scarpare (al mestiere di calzolaio). 

Le scarpe però gli andavano strette.

Era un vulcano di idee. Il problema però era sempre il solito: le ternéscie (i soldi).

Colse al volo altre occasioni. Entrò dapprima in una specie di società nghe la pustale de Capàune, (la corriera di Luigi Torricella, detto Capone), rimasta alla storia perchè un giorno, mentre alla guida vi era Ntunine Di Petta, altro socio,  investì un gregge di pecore, uccidendone una cinquantina (leggere la storia intera al capitolo III), e subito dopo in una società camionistica, quella de lu camie de Tinarille (del camion di Luigi Di Rito), di cui parleremo più dettagliatamente tra qualche capitolo. 

Entrambi i tentativi non andarono a buon fine.

Era quella un' epoca in cui  le società erano spesso improvvisate e le motivazioni erano sorrette più da  speranze che da certezze. L'unica cosa certa era l'agricoltura, che era il volano di tutta la misera  economia locale, tramite la quale, bene o male, tutti riuscivano a sopravvivere.

Era lì, in quel settore, che bisognava trarne profitto. L'idea del trattore gli tornò in mente. Ma il  dilemma era sempre il solito? Dove trovare tutti i soldi per acquistarlo? 

L'unica soluzione era formare un'altra società.

Si ricordò allora di due suoi vecchi amici, Nicola Zavurre, il falegname, con il quale aveva già tentato l'avventura con il carroarmato, e Vitale Tascone, altro calzolaio, già suo socio nghe lu camie de Tinarille. Allargarono il cerchio con una new entry: Giggine de Teténe (Luigi  Artese), sarto. Unirono le forze ed acquistarono un trattore.

Il sogno era un Bubba, 45 Cv, a testa calda, monocilidrica, come quello dei casolani, che aveva anche Nicola Di Virgilio.

Si racconta che prima che lo acquistassero mandarono a Bari, Vitale,  in treno, per sondarne il costo.

"Guardi", gli disse il venditore, "vi è un nuovo trattore, modernissimo, inglese, un Fowler".

"No! Non mi interessa", rispose Vitale. " Io voglio un Bubba".  

"Ma guardi che il Fowler ...", cercò di convincerlo il venditore.

"No!", continuava a rispondergli Vitale, "io voglio un Bubba".

E Bubba fu.

Presero quel Bubba ed iniziarono a lavorare. In sintonia con la moda del momento, acquistarono anche una ISO moto, un motociclo che fece epoca, che serviva per muoversi più celermente per svolgere i servizi connessi e portare gli operai nei campi da arare. Il lavoro, nonostante la concorrenza, non mancava e così assunsero anche dei trattoristi. Uno di questi fu Bastiane Valenténe (Sebastiano Valentini), che aveva imparato il mestiere dai fratelli casolani e  Gelarde (Gerardo) Longhi, che ambiva ad essere trattorista.

Si racconta che un giorno arrivò dal nord Italia un rappresentante di olio per trattori. Lo ricevettero, sotto a nu  péte de cìuse (ad un albero di gelso), dove parcheggiavano il trattore, in uno spiazzo dietro casa di Vincenzo Granata. 

"Dunque", disse il venditore, " il mio è un olio speciale" e per dimostrane la qualità ne fece calare una goccia tra il pollice e l'indice, schiudendo ripetutamente le dita. Per meglio convincerli volle strafare aggiungendo: "A meno che voi non siate dei calzolai avrete certamente capito di che olio sopraffino vi sto parlando". 

Gelo. Feriti nell'orgoglio. 

Biascille guardò in faccia Vitale e gli disse in dialetto: “Deje a quesse ca hocche ze ne vaje!”. (Di' a costui di andare via). 

Il primo amore non si scorda mai.

Come succede spesso nelle migliori società, apparentemente solide, anche per loro arrivò il giorno dell'addio. Addo’ sta troppa hélle ne fa ma jurne” (dove vi sono troppi galli non fa mai giorno), recita un noto proverbio non solo locale, e Angelo proseguì da solo.

Da quel momento mise le ali. Rilevò il vecchio Bubba ed  acquistò un Fowler, il trattore inglese di cui tanto aveva cercato inutilmente di decantarne i pregi il venditore di Bari a Vitale, e non si mise mai più in società con nessuno, fatta eccezione per un periodo in cui  acquistò una falciatrice con Tonine Secundine (Tonino Artese), figlio di Don Secondo, padre anche del futuro onorevole democristiano Lilline (Vitale) Artese. Suo storico trattorista fu Michele Mariani, appartenente a chelle de Crevellare. 

Lu motore de Biascille, partecipò nel '56 anche alla bonifica del sottobosco, insieme a quello dei casolani e di Micchele Cellene, ma di questo parleremo tra un po'.

Concludendo con Angelo Di Biase, non si può omettere che fu persona perbene, molto attiva e tutta la sua storia futura di  imprenditore, prima della sua dipartita avvenuta prematuramente nel '73, lo dimostrerà.

Nel '63, pur continuando a lavorare con i trattori, rilevò in Piazza Giovanni XXIII il vecchio cinema San Vitale dal prete Don Cirillo Piovesan, che chiamò BIAGINO, cognome italianizzato di Biascille, che affidò alla moglie Lidia Fabrizio ed ai figli Tonino e Umberto, di cui quest’ultimo fu infante cineoperatore. Non soddisfatto realizzò sul finire degli anni '60 un modernissimo cineteatro in VII Vico Umberto I, con platea al piano terra, galleria al primo ed abitazioni nei piani successivi. Quel cinematografo fu il fiore all'occhiello dell'intero comprensorio. Calcarono quel palco, numerosi artisti di fama nazionale, insieme ad eminenti politici e sindacalisi, tra cui mi piace ricordare Lucio Dalla, il senatore Amintore Fanfani, il segretario della CGIL Luciano Lama, tanto per citarne qualcuno. 

Ma quella era già un'altra storia, un'altra San Salvo.


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