www.sansalvo@ntica.it
HOME




I racconti di Fernando Sparvieri

Vai alla bacheca di Fernando

continua da pag. 17

Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XVIII  

La crisi degli artigiani 
ed il proliferare delle prime società


Ma com’era San Salvo, negli  anni ‘50, prima che arrivassero l'ingegnere, la famiglia Ricca e la SIV, quando la gran parte dei suoi abitanti erano quelli nati, cresciuti e pasciuti in paese? 

San Salvo a quei tempi era un paese piccolo, immerso nei caldi tepori  primaverili, nelle assolate giornate estive della mietitura del grano, nei profumi autunnali della vendemmia  e nei  freddi inverni in cui dalle ciminiere uscivano i  fumi  dai camini.  

Gli orologi si contavano ancora in qualche taschino dei gilè di alcuni anziani benestanti  ed i primi orologi da polso dell'Omega e Tissot, che vendeva l'orefice Vitale Piscicelli, il Sindaco, iniziavano a fare sfoggio nei polsi di qualche giovanotto, ma solo la domenica (canda z'arcagnavéne - quando indossavano l'abito della festa) perchè negli altri giorni lavorativi si sarebbe potuto rovinare. Spesso questi orologi  erano i regali del compare che li aveva cresimati.

I ritmi di vita erano dettati dal sole e dalle stagioni.

Quando il tempo era buono il paese di giorno si spopolava. La gente andava in campagna. Restavano in paese  i bambini che andavano a scuola, quei pochi maestri elementari, qualche anziano, il prete, i medici, il farmacista, i carabinieri,  la guardia municipale, lu daziarole (il daziere), i postini, gli impiegati delle poste e del Comune, e sopratutto gli artigiani.

Gli artigiani  se ne contavano a bizzeffe. Ne erano davvero tanti. Erano loro, sopratutto fabbri e falegnami, con i rumori provocati dagli attrezzi di lavoro, a rompere il silenzio in un paese immerso in una quiete perenne. Vi erano poi i sarti, i barbieri, i calzolai, che svolgevano mestieri tradizionali, spesso trasmessi da padri in figli. 

Il vento del progresso e della tecnologia però iniziava ad aleggiare nell'aria e mestieri  che sembravano intramontabili, iniziarono ad essere messi in crisi dall’avvento di un primo mercato industriale manifatturiero. 

I primi ad accorgersene furono i calzolai, che se ne contavano in paese circa una settantina. Le scarpe confezionate iniziavano a prendere il sopravvento su quelle fatte a mano  e molti di loro iniziarono ad aprire i primi negozietti di scarpe, conservando però "lu bancarille" (il banchetto) per effettuare le riparazioni, come rimettere le mizze sole (le mezze suole), dotarle di cintràlle (grossi chiodi forgiati appuntati sotto le suole per non farle consumare). 

Vi era una strofa di una canzone popolare, in auge a quei tempi, che trattava dei vari mestieri, che meglio di ogni altra frase può farci capire com'era la condizione economica dei calzolai. La strofa è la seguente: "Lu scarpáre fa tic e ticche, è sempre povere è mai ricche, z'ha 'mpegnate la sibbule e la sóle, va canténne la cicirignole"  (il calzolaio fa tic e  tic, è sempre povero e mai ricco, si è impegnata la lesina e la suola, va cantando la cicirignola, intesa come fame).

Si salvarono, per qualche anno, i sarti, i quali, nonostante qualche capo d'abbigliamento confezionato si iniziasse a vendere nella vicina Vasto, continuarono a cucire giacche, pantaloni e qualche volta a 'rgere' cacche paletto' (rigirare e rendere visibile la stoffa interna di un cappotto per nasconderne l'usura).

L'industria degli abiti confezionati, non riscosse immediatamente il consenso della gente. 

Il motivo del loro iniziale insucceso, a parte il costo ritenuto proibitivo per le tasche di molti, era che non calzavano a pennello, sopratutto a fisici tarchiati, e sovente bisognava farli ritoccare. Per questi motivi, la gente si recava ancora dai sarti, continuando ad acquistare  stoffe e pezzéle (scampoli)) a le puteche (ai negozi) di  Tumassine Russe, Ntunine Artese, Ntonie De Narde, Misciaune (la moglie di Giovanni Miscione) e Leone Balduzzi, il quale, dopo aver chiuso lo storico bar Balduzzi in C.so Umberto I, aveva aperto, negli stessi locali, un negozio di tessuti ed un altro di alimentari, comunicanti tra di loro, iniziando a vendere, qualche abito confezionato della Monti e della Lebole.

Fu allora, in quel periodo, in un tessuto sociale come quello appena sopradescritto, con i primi sentori di progresso che si avvertivano nell'aria, che alcuni giovani, sopratutto artigiani, intuirono che era giunto il tempo di cambiare mestiere, per adeguarsi ai nuovi tempi che bussavano alle porte.

I soldi però scarseggiavano. Come fare? 

L'unica soluzione era unire le forze e mettersi in società.

Fu quello un periodo in cui si assistette ad un proliferare di piccole società.  

Non tutte però andarono a buon fine. Nella gran parte dei casi, erano gli scarsi mezzi economici a decretarne la fine già prima del nascere.

I sansalvesi guardavano il sorgere di queste società con occhio attento, ma anche con un pizzico d'invidia ed ironia.

E quando le società erano costituite da persone sfasciulìte e 'mbruvvusite (senza soldi, che improvvisavano) che già in partenza avevano scarse possibilità di successo, coniarono il detto: ”Pettele’ngule e compagne”, a significare che non sarebbero andate molto lontano. 

Nelle pagine seguenti parleremo di alcune piccole società locali, rimaste alla storia della nostra San Salvo, cogliendo l'occasione per ricordare altri antichi nostri concittadini e frastire d'adozione, che scrissero pagine indelebili della storia locale, dando ognuno un piccolo, ma grande contributo, per lo sviluppo economico e sociale della nostra cittadina.

Prima di addentrarci in questo argomento, è necessario però fare un piccolo salto all'indietro, in contrada Colle Pagano, dove, sin dagli inizi del 900 si era insediata una famiglia di casolani, forestieri per antonomasia a San Salvo, che saranno i pionieri e precursori di una nuova era.



Vai a pagina 19

pag. 18




Vai alla bacheca di Fernando

HOME