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I racconti di Fernando Sparvieri

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Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XIII

Il pranzo nuziale
(Aspettando la dichiarazione di Erpinio)


Sposi 2 Ottobre 1960 -  Sposi Angelo De Nicolis e Annina Fabrizio - Pranzo nuziale in casa -In primo piano Mimì (Domenico)  Napolitano  con la moglie  Gilda Checchia, freschi sposi il 31 maggio 1958, seduti su una tavola tra 
due sedie. Alla loro sinistra Guido Torricella e sua moglie Ada.

E  finalmente si arrivava al pranzo nuziale, che veniva offerto dalla famiglia dello sposo.

Non si faceva come oggi il bouffet, ma l'abbuffata. Si mangiava a sciala popéle, cioè senza limiti e gratis, tanto pagava lo sposo.

La gente, con la fame che c'era in giro, si mangiava tutto, pure le cozzeche de Sante Lazzare, che in antico dialetto sansalvese significa pulire tutto il piatto, non lasciarci niente. Qualcuno diceva quando andava ad un matrimonio "Uje haja màtte la véte a perde!" (oggi metterò a rischio la mia vita, ma non farò brutte figure). "Ciája pulé' " (Pulirò il piatto).  

I pranzi, ieri come oggi, erano interminabili. L'unica differenza è che all'epoca la gente aveva fame anche il giorno appresso, mentre oggi,  il giorno seguente va da lu médeche de le panze' (dal medico delle pancie, dal dietista), e p'assecchenéreze (per dimagrire)  fa' la ginnasche (va in palestra, fa ginnastica).

A quei tempi, non esistendo i ristoranti, il pranzo si svolgeva a casa, nella camera più grande, e se non vi era spazio a sufficienza, se ne occupavano altre adiacenti. 

Il pranzo era l'evento più importante delle nozze. Non si poteva fare brutta figura. Perciò doveva  essere luculliano.

Per farsi trovare pronti al grande evento le famiglie incominciavano ad allevare animali da cortile quasi un anno prima ed a farne le spese quel giorno erano decine di galline, papere, agnelli e qualche maialino che finiva inesorabilmente a porchetta.

Qualche famiglia più agiata (la signuruáme), per fare bella figura, chiamava la cóche (la cuoca), che era una casalinga esperta in pranzi nuziali, o lu cóche, quest'ultimo  una specie di antesignano chef di catering, che aveva imparato a cucinare sotto le armi e spesso nella vita faceva il contadino, il calzolaio o il barbiere, insomma tutt'altro mestiere. 

Cuochi famosi matrimoniali sansalvesi erano Zi' Giuvuanne De Iorie (Giovanni Di Iorio), nella foto, in rappresentanza dei maschi, mentre aveva la palma della migliore cuoca Za' Elenuccie (Elena) Torricella, maritata Del Casale. 

Il menù era quasi sempre  il seguente:

1) antipaste: félle de sprisciate, de lummuélle e de présitti (fette di salami nostrani) con contorni di  scarciufunàlle sott'aciàte (carciofini sott'olio ed aceto);

2) tajuléne a lu vróde di halléne (tagliolini al brodo di gallina) 

3) carne di halléne allesséte (galantina);

4) maccariùne  a lu suìgu di 'gnélle (pasta asciutta al sugo d'agnello) 

5) spezzaténe de 'gnélle (spezzatino di agnello) 'nghe le cicurelle de campagna  (cicorie di campagna)

6) pircàtte a lu fàrne con contorne de frìnne de 'nzalate" (porchetta con  contorno  d'insalata)  oppure 'gnélle a lu fuàrne 'nghe le pátane  (agnello al forno con patate)

7) pàre, melàlle, melechetegne,  verlengocche, filaccéne, felle di melàune bianghe e citràune (frutta di stagione)

8) pezzadàggie  (torta nuziale) 'nghe lu gileppe (glassa) de Za' Mari' de Petrangele.

Vini della casa : buttéje de véne cotte de cànde avé' nate la spose e véna Miscardelle ch'armésse mofalánne lu patre de lu spose (bottiglie di vino cotto dell'annata in cui é nata la sposa e vino moscato messo in botte l'anno scorso del padre dello sposo)  

Bibite: hazzóse, 'ranciate a lu juáccie (ghiaccio) de Perrùzze de lu Uaste (gazzose e aranciate della ditta Perrozzi di Vasto)  e spuma (primordiale bibita ante Coca Cola). 

Liquori: buttéje de resólie, Marzale all'ove e vermut (rosolio, liquore fatto in casa, Marsala all'uovo e vermout). 

Caffè : na tazzetelle de cafè de lu Casale ch'abbotte e sbotte.

"Evviva gli sposi!!!", gridava ogni tanto qualcuno, durante il pranzo, dopo che si era fatto qualche bicchiere ed incominciava a 'nciucianereze (ad ubriacarsi). 

"Caccie che cutte!" (scola la pasta che è cotta!), gridava  qualche altro che voleva fare lo spiritoso, dopo essersi divorato un piattone di pasta.  

E poi, il solito originale: “A chi li purte su piattàune?” (A chi lo porti quel piattone?), chiedeva sempre qualche commensale ad un improvvisato cameriere, che gli stava servendo ’na piatánza (una pietanza).

A tà! A tà’” (A te! A te!), rispondeva il cameriere.

A mà ’ssu piattìcce!” (a me quel piattino!), concludeva  ridendo il commensale volendo far credere di essere lui l’autore di quella battuta che nei matrimoni era stata già sentita, come minimo trecento volte.

Il pranzo si svolgeva in un clima gioioso.

Lo sposo, con il braccio sul collo della sposa, ogni tanto, nella confusione, le parlava all'orecchio e guardandola negli occhi, le passava l'indice sul viso, per farle una carezza.

All'epoca, tanto per fare un raffronto con oggi, nessuno diceva "Bacio! Bacio!",  in quanto baciarsi in pubblico era ancora considerato un atto osceno (e chi è 'sse purcàré!) e gli stessi sposi, per pudore, si vergognavano. E poi detto chiaramente, non erano manco abituati a farlo e nen sapavene manche tante bacià' (non sapevano manco tanto baciarsi), gne' mo' (come adesso). 

Qualcuno lo aveva visto fare al cinema da Amedeo Názzaro (Nazzàri) mentre baciava  Yvonne Sanson, e pensava: "Chisà gnà fatte" (chissa come avrà fatto). 

Vi era una vera carestia di baci a quei tempi che metteva sconforto e quei pochi che la gente si scambiava, avvenivano rigorosamente sulla guancia.

Facendo una breve digressione, la tecnica per baciare, era pressappoco la seguente: z’appuzzetéve lu muìsse (si appuntiva il muso) e con le labbra a pircilliccie (a culo di gallina) e l’ucchie un po’ scacchijte (gli occhi un po’ spalancati), ci si dirigeva, non senza emozione, verso la guancia della persona da baciare. Appena il muso j ruttuéve ‘mbaccie (arrivava a contatto della guancia altrui), si chiudevano per un attimo gli occhi, dischiudendo all’ultimo momento le labbra che facevano “mbu’”. Se i baci erano due e si davano prima su una guancia e poi sull’altra , si sentiva un doppio ‘mbu’:‘mbù e ‘mbù.

Altri invece, sempre adottando la stessa tecnica, quando le proprie labbra toccavano la guancia altri, facevano scivolare velocemente all’ultimo momento la lingua all’indietro, sollevandola nell’arco palatale, e si udiva ’ngloc. Anche in questo caso, se i baci erano due, e si davano prima su una guancia e poi nell’altra, si sentiva un doppio ’ngloc: ngloc e ‘ngloc.

Capitava spesso che qualcuno, dopo essere stato baciato, specialmente da cacche vicchiarille (da un persona anziana), j zi mbunnave la faccie (gli restava in faccia un po’ di saliva e sudore altrui) e zi ne scheféve (e ne rimaneva un po’ schifato). L’istinto era quello di volersi asciugare subito il viso, ma non voleva darla a vedere al baciatore. Dopo un po’ la mano, con il palmo rivolto al contrario, gli partiva da sola verso la faccia e con le dita z’assugheve la váve (si asciugava la saliva) che j’avè ’rmase ’mbácce (che gli era rimasta appiccicata  in faccia), sperando di non capitare mai più in simili bagnate circostanze.

Tornando ai pranzi nuziali, ad un certo punto qualche invitato, sull'onda dell'euforia provocata da lu sgábbie (il vino nel linguaggio muratoresco era chiamato lu sgábbie), si alzava in piedi e cantava: "Facemeze nu bicchire facemezéle mo, ca mo tineme lu tempe, dumane matine no" (facciamoci un bicchiere, facciamocelo mo, che mo abbiamo il tempo e domani mattina no), concludendo alla fine: "A la caláte!" (Auguri, beviamo!). Qualche altro rilanciava la canzone:"Lu vine cotte, la miscardelle, ta sádde a li cirvelle t'ha fatte mbriacà' "(il vino cotto, il moscatello, ti è salito nel cervello, ti ha fatto ubriacar).

La canzone più famosa, tuttavia, era l’inno di San Salvo, realizzata parafrasando il motivo del noto brano folcloristico abruzzese:”Amor’amo’ acciuccame ’ssa rame. Amor’amo’ acciuccame ‘ssa rame. Fammele cojie e fammele cojie e fammele cojie, a mé ‘ssu belle fiore”. Il testo, riadattato ad inno sansalvese, faceva così: “San Salve mo’, ‘nzi chiame chiù San Salve. Salve mo’, ‘nzi chiame chiù San Salve. Ze chiam’alù e ze chiam’alù e ze chiam’alù… paese de l’amore”. Quell’alu… ripetuto decine di volte, perché c’era sempre qualcuno che voleva il bis, diventava nu talurne (uno scocciamento), sino a quando non si cambiava canzone, magari con "E dindalì, dindalì, dindalo’…quanta bicchijre de vine ci vo e canda bicchijre de vine me faccie , canda penzire  a la cape me caccie ’" ecc. ecc. ecc. (E dindalì, dindalì, dindalò, quanti bicchieri di vino ci vogliono e quanti bicchieri di vino mi faccio quanti pensieri dalla mente mi scaccio).

"Bena !!!" (Bene!!!), gridava tra gli applausi in italiano stentato e meglio sdendato, qualcun'altro che invece  avé'  partìute (era ubriaco fradicio). 

Per il primo inno sansalvese bisognerà aspettare “Sopra na culline" del 1961”, scritta da Evaristo Sparvieri in occasione della seconda venuta della Radiosquadra RAI a San Salvo, di cui ne era il corrispondente locale.

Ma il bello doveva ancora arrivare.

Ad un certo momento, partivano i discorsi degli intellettuali, i quali, dopo aver mangiato la pasta, in italiano  maccheronico, si esaltavano nelle recita di filastrocche in rima baciata, come ad esempio: "Io mi faccio questo bicchiero di vino a la saluto dei nostro due sposino e se poi voi mi accompagnate, viva gli sposi e tutte lu sciuppunáte" (tutta la parentela)a cui rispondeva sempre qualcun altro, che  ciavé' quascie date (era quasi ubriaco ), dicendo qualcosa che non sempre ci azzeccava con gli auguri, come ad esempio: "Questo vino vinello l'ha cacciáte la véta torte (una vite storta). Chi dice male alla ditta Sbrodolone merita la morte". 


IL RICEVIMENTO

E così, tra una risata ed un brindisi augurale, il pranzo si avviava verso la conclusione.

Si toglievano i tavoli, e si mettàve bbàlle (iniziava il ricevimento). 

Arrivava l'orghéstre (l'orchesta).

Era famosa in quel periodo (anni '50) l'orchestrina  Follia Jazz,  di cui  Ujerme Lunghe (Guglielmo Longhi), il batterista, ne era il personaggio più carismatico.

Follia Jazz era costituita oltre che da Ujerme Lunghe, a lu jezzband (alla batteria), da Angiuline Ialacci, a lu rucunuàtte (alla fisarmonica), da Angiuline de Fioravante, alla chitarra, gran bevitore, che avevano soprannominato Rossano Brazzi per la sua somiglianza all'attore bolognese.  A loro ogni tanto si associava Vituccie (Vito) Tomeo, che si era comprato 'na 120 bass (una fisarmonica con 120 bassi), nipote di Guglielmo per via della moglie, Domenica Onofrillo, c'appartenàva a le casùléne (che era originaria di Casoli), e Eneche (Enea) Marzocchetti, con la tromba, che pare avesse imparato  a suonarla in un collegio. 

Vederli all'opera era 'na rése e nu chiante (una risata ed un pianto): una risata perché mettevano allegria, ed un pianto perché te faciàvene ascé' le lacreme e piscie'  sàtte pe  le risate (ti facevano uscire le lacrime e fartela fare addosso per le risate).

Succedeva quando Ujérme Lunghe, che parlava bene sette lingue ed un po’ meno l’italiano (una per ogni paese in cui era stato in guerra o era emigrato per lavoro), si esibiva in esiliranti giochi di prestigio: faceva roteare sul palmo della mano un bicchiere pieno di vino, passandoselo dietro al collo, senza mai farne cadere neppure un goccio  e dava vita alle famose ombre sansalvesi (all’epoca nessuno conosceva quelle cinesi), che realizzava proiettando sul muro, a luci spente, con una candela, l’ombra di due fazzoletti, a cui aveva dato in precedenza la forma di du’ cappìcce (due cappucci), creando i personaggi de le municiàrille (il monaco) e la monaca), a cui dava voce in singolari macchiette con il contenuto che, com’è immaginabile, aveva poco di sacro e molto di profano.

Erano veramente momenti di gioia e spensieratezza quei numeri di Ujerme. La gente si divertiva con poco.

Le danze avevano inizio sempre con il primo ballo solo per gli sposi, che manco a farlo apposta, ma nessuno ci aveva mai fatto caso, era la musica di “Speranze perdute”, uno dei più bei walzer dell’epoca, ballo al quale venivano invitati, dopo i primi passi degli sposi, anche i loro genitori.

E via con le danze.

"Sciangé  la dame" (chance la dame), ordinava Guglielmo, che comandava la quadriglia, conoscendo bene anche il francese.

Il padre dello sposo, ad un certo punto della serata, ballava con la sposa, mentre la consuocera, ancora con il cappello, con lo sposo. Poi era la volta degli altri consuoceri e subito dopo de lu cumpuare de fàde nghe la spose (del compare di fede, testimone alle nozze, con la sposa) e de la cummuáre de fàde nghe lu spose  (della comare con lo sposo).

Qualche giovanotto, con la sigaretta tra le dita, jave a caccia' (invitava a ballare) cacche marzahálle (qualche bellissima ragazza), con la speranza d'arrangià caccosse (di farci qualcosa) e non era raro vedere, proprio  sul piu bello, qualche 'mbriache (ubriaco), che perdeva l'equilibrio e ze zuffunnàve 'nterre (cadeva per terra con un tonfo), tra le risate generali e l'ucchia turte (le occhiatacce) della moglie. 

Tra un ballo ed un altro, c'erano sempre delle donne di casa che 'nghe le uantire 'mméne (con   vassoi in mano), giravano tànne tànne (intorno) agli invitati,  per offrire loro  bicchjréne de resólie (bicchierini di rosolio), grusse gnè nu dutuále (capienti come un ditale), oltre a li pizzàlle (i dolci), tra cui i più apprezzati erano  li cillarchiéne (uccelli ripieni) e le paste a nére (i mustaccioli).

Vi era poi sempre qualche giovane donna, che quando l'orchestra suonava la saldarelle (il salterello),  jave a caccia' cacche vicchiarelle (invitata a ballare qualche vecchietta), che nghe nu passe lìgge (con un passo leggero, agile), zumputtejéve gne' nu gruélle (saltellava come un grillo), trezzechenneze la hànne' longhe (muovendo con le mani la lunga gonna), féne a lu spizzàlle (fino al malleolo).

E così si svolgeva il ricevimento, a cui partecipavano  anche amici e conoscenti che pur non essendo stati invitati  al pranzo, j purtavane nu cumplumente (gli portavano un piccolo regalo).

Ed il nonno?

Era un classico nei ricevimenti nuziali.

A furia di sbicchirijé' (di bere), data anche l'ora tarda e la stanchezza, a lu sciàure de la spose (al nonno della sposa), seduto su una sedia, j zi faciàve l'ucchie pinìlle pinìlle (incominciavano a farsi gli occhi piccoli piccoli) e je calàve 'gné' 'na pàpagne (non riusciva a tenere gli occhi aperti per il sonno).  

Il sonno j 'ngannáve (lo ingannava, gli veniva), pressapoco così.

Sbatténne sbatténne le pinnazzére (sbattendo le ciglia), cumenzàve armantenà' la coccie (cercava di tenere dritta la testa) che j' z'ammuccàve chiáne chiáne annénte (che iniziava a pendergli piano piano in avanti), a schétte a schétte (a scatti a scatti), e quando lu uánciale (e quando il  sotto mento), tìte ca' mi tìnghe tìte ca' mi tìnghe (reggiti che mi tengo, reggiti che mi tendo), je calàve de bótte 'mbétte (gli cadeva di colpo sullo sterno)sentéve gne' na scósse elettreche  arrete a lu colle (avvertiva come una scossa elettrica alla noce del collo), e zi itticáve (si spaventava), svegliandosi di soprassalto. Tutte 'ngecaléte (tutto assonato), arpréve nu sol'ucchie (riapriva un solo occhio), quello sinistro, mezze abbaculéte (ancora assonnato) e smecciéve (si guardava intorno).

Dapù' (poi), resosi conto ca' l'avè' hàbbate lu sonne (che si era addormentato senza volerlo), pe' ne cupujé' (per non dormire), scacchiàve (spalancava) sempre quell'unico occhio sinistro che era riuscito ad aprire, mentre quello destro non riusciva ad aprirlo affatto, gne' cante j'avé' miniùte nu vrugnaróle (come se  fosse stato colpito da un improvviso orzaiolo).

Ma durava un attimo: la cicágne l'arvinciàve n'andra vo' (il sonno si impossessava di nuovo di lui) e alè...cominciava pure a surnacchìjè (a russare).

Eja la madonne a qué!!!”, sbottava la nonna, seduta a fianco, dandogli ‘na prema trezzecate (cercando di destarlo dapprima scuotendolo un po’) e poi vedendo che il marito ciavé’ pruprie date (proprio non si svegliava),  j’ammullàve ’na vuvutánne a ’na fiancàtte (gli mollava un colpo di gomito ad un fianco), dicendogli: "Svéjete ‘mbrìacà’! " (Svegliati ubriacone). “Si pruprie nu zurruàune vicchie!” (Sei proprio un caprone vecchio!).

Il poveretto, nghe lu colle torte (con il collo storto), tutte addullarate (tutto indolenzito), si svegliava come n’asine ‘mmezze a li sune (come un asino in mezzo ai suoni), e quasi hastiménne (bestemmiando), cianfrugliava tra sé e sé, dicendo: "Canda me vulesse je’ cicà’ !".

E intanto l'orghéstra suonava.

Follia Jazz. Da sin. Vito Tomeo (fisarmonica), Guglielmo Longhi a lu jezzband (alla batteria), Nicola Masciulli (piatti), Angiolino Fioravante (chitarra), Angiolino Ialacci (fisarmonica). Spettatore Angelo Cilli.

E  tra nu walzevìrre (un valzer viennese) e 'na pulechàtte (una polca),  un numero di Guglielmo e 'na vuvutánne a 'na fiancàtte,  si arrivava a mezzanotte e la festa si avviava a conclusione. 

L'orchestrina suonava l'ultimo ballo solo per gli sposi: il walzer di mezzanotte.

Gli ospiti, dopo aver preso la busta dei dolci con la bomboniera, incominciavano a sfollare, mentre il padre dello sposo, salutava i convenuti ed ai loro complimenti rispondeva in italiano al maschile, come rispose mio nonno Bastiane che disse: " E' stato un bel nozzo."

Era giunto il momento per gli sposi da je’ ngigna’ lu lette (il letto matrimoniale).

Per una questione di privacy, meglio adottare il silenzio stanza.

Caliamo il sipario.

Ma non tutti i matrimoni erano zicchùre e cumbìtte (erano zucchero e confetti) .

Sopratutto i figli delle famiglie povere, per loro 'nzi festejéve (non si festeggiava). 

Questi ragazzi si sposavano  a lu schìure, cioè al buio, alle prime ore dell'alba, quasi in segreto. La gran parte erano quei giovani ch'ave' scappiti (che avevano fatto la fuga d'amore), con il ragazzo che  avé' già 'mbrenáte (aveva già messo incinta) la sua compagna di fuga, che a quel punto era  préne (piena, in attesa di un bimbo).

Era già una fortuna se il prete li avrebbe sposati, ed andavano da soli in chiesa, con pochi intimi, tra i quali, mancavano quasi sempre i genitori, pe' la brivùgne (per la vergogna). 

Avevano fatto 'na mancánze (una mancanza di rispetto), nu ssadatte (una cosa che non si doveva fare) e perciò il prete li sposava arréte all'addáre (in una zona retrostante all' altare, che non era visibile ai fedeli).

Questi matrimoni erano i cosiddetti matrimoni riparatori, da celebrarsi prima che nascesse il frutto del loro amore proibito. Solo il matrimonio avrebbe reso legittimo il nascituro che così avrebbe evitato l'infamante appellativo di pirdácchie o mulàtte, termine usato per definire i figli N.N. , di cui non si conosceva la paternità, nati da relazioni non legittime, come nei casi di adulterio.

Chiusa questa parentesi, riapriamo il sipario per l'ultimo applauso agli sposi fortunati.

La festa per loro non era ancora finita: aveva arscié' la zéte (doveva riuscire la fanciulla, da poco sposata).

L'arsciùte de la zéte (la riuscita di casa della sposa) era un appendice alla cerimonia nuziale che si svolgeva una settimana dopo il matrimonio, quando la sposa, che era rimasta chiusa nella sua nuova casa per sette giorni (erano rari gli sposi che andavano in viaggio di nozze), faceva ritorno per la prima volta in quella dei suoi genitori, da dove era andata via indossando l'abito bianco. 

La tradizione voleva che ora indossasse un abito nero, regalatole dalla suocera, quasi in segno di lutto, come a voler dimostrare ai genitori, che era dispiaciuta di essere andata via lasciando la casa paterna.

Ma era solo una formalità. 

Dopo i primi convenevoli ed un po' di commozione, partiva la festa, offerta questa volta dai genitori della sposa, che era una specie di quella evangelica della parabola del figliol prodigo, anche se in questo caso si trattava di una figliola prodiga, nel senso che a breve sarebbe stata prodiga di figli, regalando ai nonni 'na màrre di nipiùte (molti nipoti)

Per la cronaca, durante i matrimoni, sopratutto quelli nelle masserie, ad allietare la serata vi era quasi sempre 'na du botte (un suonatore di organetto). Prima della guerra, invece, vi erano piccole orchestrine locali, formate da giovani del luogo e tra di queste erano famose quella in cui suonava Marcellene (Marcellino Scardapane), barbiere,  che  era tornato dall'Argentina ed aveva riportato centinaia di spartiti musicali. Marcellene suonava il bandeon (il bandoneon organetto-fisarmonica molto usato in Argentina) ed il clarinetto, ed era considerato un vero portento. Fu grazie ad i suoi spartiti che molti giovani impararono canzoni come Cielito Lindo, La cumparsita ed altri brani .

Negli anni 30 tornò dall'Argentina  Ntonie
(Antonio) Balduzzi , che sposò Celestre (Celeste) Castorio. Si racconta che  'Ntonie Balduzzi, a cui piaceva, da quel che si dice,  molto lu sta' spasse (divertirsi) e poco appresà (il lavoro), fosse un comico inarrivabile, capace, con  la sue macchiette ed imitazioni,  di intrattenere e far ridere il pubblico, come nessun altro. Secondo molti anziani  era inarrivabile. Peccato che all'epoca non vi fosse la televisione. Disse di lui una volta mio padre Evaristo Sparvieri, per decantarne  la grandezza:" Totò a 'Ntonie Balduzze  j'aveva je' pulè le scarpe (Totò ad Antonio Balduzzi doveva andargli a pulire le scarpe).  Antonio, prima della guerra, se ne ritornò per sempre in Argentina, portanto con sé sua moglie Celeste, non facendo mai più ritorno a San Salvo, di cui ne sentì la nostalgia sino alla morte.

Altro grande musicista, era
Andonine (Antonino Sparvieri), eccelso mandolinista (disse di lui Balduzzi non ho mai udito un mandolinista come Antonino), nonché ottimo violinista (suonò il violino anche con orchestre sinfoniche rinomate). Antonino, era il secondogenito di Mastr'Andonie Sparviri (Mastro Antonio Sparvieri), il mastro carraio. Da quel che raccontano pare fosse un bel ragazzo, che correva un po' troppo dietro alle sottane. Faceva disperare sua madre Za' Giusuppene (Giuseppina) Sabatini perché quando andava suonando, sopratutto nei matrimoni fuori San Salvo, spariva di casa per lunghi periodi.  Se ne stava insieme a ragazze che incontrava durante i suoi concertini, specialmente nelle feste di masseria, non dando più notizie di sé  per giorni e giorni, facendo disperare  sua madre, che usciva anche di notte per cercarlo.




 

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