www.sansalvo@ntica.it
HOME




I racconti di Fernando Sparvieri

Vai alla bacheca di Fernando

 
Ma chi sarebbero li salvanese?

(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XII 

Il fidanzamento e la spose
(Aspettando la dichiarazione di Erpinio)

A questo punto la commedia entrava nel vivo.

Il primo ad entrare in scena era lo sposo a cui spettava fa'  l'entrate, cioè l'entrata ufficiale nella casa della sposa, accompagnato da tutta la famiglia.

L'entrate prevedeva che la futura suocera faciàsse lu cuanàstre, cioè portasse un canestro ricolmo di doni per i componenti  della famiglia della sposa, riempito generalmente con regali ed indumenti , come ad esempio 'na majtélle (una maglietta), nu pare di cazzàtte (un paio di calze), 'na cravattice (una cravatta), 'na caméscie (una camicia) al suocero, nu fazzole pe 'ncape (un foulard) alla suocera, oltre a dolci, salami ed altra roba, tutta di prima scelta.

Generalmente la stessa sera, ma anche qualche settimana dopo, dipendeva dai patti, gli sposi mettavene l'anelle, cioè si scambiavano una fedina in oro, che era il simbolo ufficiale del loro fidanzamento.

Dopo questo primo atto,  toccava allo sposo fa' l'ore, cioè regalare gioielli in oro alla promessa sposa, tra cui i più graditi erano li ciarcilli (gli orecchini a cerchio) e lu bracciale (il bracciale), che più grande era e più era ostentazione di ricchezza. Un piccolo regalo, sempre in oro, era riservato anche alla sorella o al fratello minore della sposa, in segno di augurio per un imminente matrimonio. Il dono più importante, tuttavia, toccava farlo dalla mamma dello sposo, che per l'occasione, per farsi apprezzare, regalava alla sposa  lu pantantéffe (dal francese pendant tif) o  lu laccie, che era una collana d'oro lunghissima, che le persone anziane chiamavano lu 'nzerracolle,  forse perchè veniva inserita la prima volta dalla suocera  nel collo della sposa.

Chi ja fatte? (Cosa le ha regalato la suocera?), domandavano il giorno appresso le comari, vicine di casa, alla mamma della sposa.

L'ha 'nzurruáte féne a lu mujcule (l'ha indorata con una collana d'oro che le arriva sino all'ombelico) era la sua risposta soddisfatta. 

Con il fidanzamento ufficiale gli sposi z'avévene jurìti  (si erano giurati), cioè promesso reciproco ed eterno amore ed iniziava  il  periodo di fidanzamento, che a quei tempi non durava a lungo, al massimo un anno.

Durante questo periodo, gli sposi potevano finalmente vedersi e frequentarsi, anche se sotto stretta sorveglianza, sopratutto da parte della famiglia della sposa.

Lo sposo poteva recarsi tutte le sere a casa della sposa, dove ze mettàve salviàtte (si cenava). La domenica mattina poteva andare a prenderla per portarla a la màsse (a messa). A mezzogiorno la riaccompagnava a casa dove la suocera li aspettava perché ze mettàva tavéle (si pranzava) e lu doppe mezzejurne (nel pomeriggio) poteva jè spasse (a passeggio),  sottembraccie (a braccetto), con la fidanzata per il paese. 

Per timore che faciàssere le vej'a turte (che non si comportassero bene), quando andavano a passeggio,  j'affelévene apprésse (mandavano insieme agli sposi) nu mammóccie o 'na mammócie (un fratello o sorella minore della sposa), ch'aveva abbadà (che doveva vigilare), almeno questo era nella speranza dei genitori. 

Quasi a tutti era vietato di andare al cinema da soli: che lu mortaccése putàve allungua' le méne (vi era il timore che lo sposo al buio allungasse le mani).

Spesso lu mammóccie (il bambino) era proprio nu mammóccie, nel senso che era un ingenuo, e se  non lo era, compravano il suo silenzio 'nghe 'na féchera sàcche (con un fico secco) o con una caramella, a condizione però che non facesse il ruffiano: "Ue' musche a la ciàste!" (Silenzio), era l'ammonimento che riceveva prima che facessero ritorno a casa. 

Al rientro a casa all'imbrunire, dopo la passeggiata, z' armettàve salviàtte (si cenava) e dopo la cena,  lo sposo, ad una certa ora, aveva trusciulujè (doveva andare via). 

I suoceri, infatti, con la scusa ca z'ave stiùse lu fóche (che si era spento il fuoco), e che la mattina seguente dovevano alzarsi presto per andare in campagna,  facevano capire allo sposo che era ora di migrare. Il timore era sempre lo stesso: ca' che lu mortacciése (che quel sornione dello sposo), allungàve le méne (si abbandonasse in loro assenza ad effusioni amorose con la loro figlia)

E così, tra 'na mésse de távele e de salviàtte (tra pranzi e cene), tra n'allunghenne de méne  e nu musche a la ciàste, (tra un'effusione amorosa ed un'invocazione di silenzio al fratello minore), si avvicinava il giorno del matrimonio.

I preparativi partivano qualche mese prima.

Una delle prime cose che si doveva fare era acciaccà' le ménnele (scognare le mandorle), che sarebbero servite pe' fa' li dìggi  (per fare i dolci). Vi partecipavano un po' tutti, anche le donne del vicinato. Grandi e piccini, con un martello o 'na pezzame de matàune (mezzo mattone) in mano, tutti acciaccá le ménnele (a scognare le mandorle), con qualcuno che  s'acciaccáve pìure lu dàte (si dava un colpo di martello accidentalmente sul dito). 

I dolci, chiamati anche li pizzàlle, erano importantissimi. Servivano per tutto il periodo pre e post matrimoniale. Si offrivano alle persone che sarebbero andate a casa della sposa a farle visita prima del matrimonio; si mangiavano il giorno del matrimonio; si mettevano dentro una busta bianca, insieme alla bomboniera, per farli riportare a casa, a sera, dopo il ricevumento nuziale; si portavano nei giorni successivi al matrimonio nelle case degli amici e del vicinato che non erano stati invitati alle nozze. A confezionare i dolci erano sempre le donne di casa, sotto l'occhio esperto di un' esperta in dolciumi. A fa' le diggie ere 'na mastre (una maestra) Za' Mari di Petrangele (zia Maria Vicoli).

Una settimana prima del matrimonio, invece, si spannàve la dàtte (si mostrava la dote alla gente) e s'accungiàve lu lette (si aggiustava il talamo nuziale), che spesso,  era ubicato a 'na camere de cáse (in una camera della casa), realizzata per l'occasione dopo aver fatto nu tramézze (un divisorio) alla camera matrimoniale dei genitori o di altri figli già sposati. Quando non vi erano altre soluzioni, sovente erano gli stessi genitori ad offrire la loro camera ai novelli sposi, in attesa di sistemazione migliore.

Erano giorni intensi e di festa quelli  immediatamente antecedenti al matrimonio.

La dote della sposa, che era stata prima lavata a la fànta vicchie (alla vecchia fontana) e poi trasportata 'nghe nu trajéne alla futura casa degli sposi, veniva  spáse  (mostrata), appesa a du' zàcue (a due corde), in una camera appositamente allestita, dentro la quale si recavano in processione, donne del vicinato ed amiche di famiglia. 

"Che bella dàdde!" (che bella dote), erano i commenti delle visitatrici. "A canda è la dece u la quenece?" (A quanto è alla dieci o alla quindici?), chiedevano incuriosite alla mamma della sposa.

Il numero, rappresentava la quantita dei capi della biancheria portata in dote dalla sposa, che più elevato era e più era sontuosa.

Le processione di donne, che je purtàvene piùre lu cumplumente (che portavano agli sposi anche un piccolo regalo), poi jáve a vedà lu lette (andava a vedere il letto matrimoniale), che era parcheggiato in un'altra camera, tutte smerlettelejéte (addobato con coperte di merletto), in attesa di essere 'ngegnate, (usato), la prima notte di  matrimonio.

Un momento dell'asciugatura al sole dopo il lavaggio della dote, 
prima de spanne la dátte a  la casa (di mostrare la dote  in casa).

A LA SPOSE
(Il giorno del matrimononio)

Ed in questo clima di festa, che iniziava a diffondersi già un mese prima in ogni angolo della casa, si arrivava finalmente al giorno delle nozze in cui la gente jave a la spose (andava al matrimonio).  Con la parola sposa s'intendeva l'intera cerimonia nuziale.

Ieri come oggi, con le dovute differenze, la cerimonia, si svolgeva in quattro  fasi.

La prima era canda ascéve la spose (quando la sposa usciva di casa), poi la cerimonia religiosa in chiesa, il pranzo nuziale ed il ricevimento.

L' uscita della sposa in abito nuziale dalla sua casa (ma anche quella dello sposo dalla sua), era  attesa da tutto il vicinato, che aspettava nei pressi. 

Era un momento emozionante. Appena la sposa, vestita di bianco, si affacciava sull'uscio, partiva nu bbelle sbattamáne (un applauso scrosciante) , mentre vi era sempre qualche donna, che da una finestra o da un balcone di casa, le buttava addosso confetti frammisti  a petali di fiori.

Era un' emozione vedere la sposa uscire di casa: sembrava un angelo vestito di bianco, timida e raggiante nella sua immensa felicità.

Poi si formava il corteo nuziale, che a coppie in fila per due,  si dirigeva a piedi verso la Chiesa.

In prima fila, annénte annénte jave la spóse (davanti a tutti andava la sposa), sottembraccie a lu patre o a nu fráte, (sottobraccio al padre o ad un fratello). In seconda fila, sua madrecon un cappello in testa, che si era fatto prestare da una comare di Vastosottobraccio ad un figlio o ad un fratello; in terza fila  la nénne (la nonna), quasi sempre con una gonna nera e lunga sino a lu calecagne (al calcagno), sottembraccie  a lu sciaùre (sottobraccio al nonno), che, cióppe cióppe (con andatura zoppicante), 'nghe nu bastàune 'mméne (con un bastone in mano) e lu cappelle nóve (un cappello nuovo), l'avèvene arcágnite gne' nu pupulàlle (lo avevano rivestito elegante per l'occasione, come un pargoletto). (15)

Poi tutti affilìti (in fila) seguivano gli invitati.



L'arrivo di una sposa in chiesa prima della rito religioso.


"Fumì ' !  Fumì ' !", gridavano 'na màrre di fraffìuse (frotte di bambini con il moccolo al naso) alla vista del corteo nuziale. (16)

Non vi era sposa, ricca o povera che fosse, in cui i bambini, maschi e femmine, non la seguissero durante il corteo, gridando fumì, fumì!

"Fumì" era un incitamento da parte dei bambini agli invitati a lanciare i confetti. Era un usanza che si perdeva nella notte dei tempi, tipica, nei paesi del circondario, solo di San Salvo.

In poche parole significava che se durante il corteo nuziale, nessuno buttava i confetti, tutti gli invitati e gli stessi sposi, erano nu fumìre (un letame), gente povera, de bassa fràtte (di basso ceto sociale), talmente povera da non potersi permettere neanche il lancio di un confetto. 

Naturalmente i bambini non ne conoscevano il vero significato, sapevano solo che gridando fumì piovevano confetti , a volte anche con 5 - 10 lire in mezzo.
 
E così tra nu fumì' ed un altro, manciate di confetti piovevano dal cielo, alcuni dei quali, ricadendo per terra, zi scucciulujevene (si scalfivano), mentre i bambini, per impossessarne, quasi quasi si accapigliavano tra loro. 

Spesso capitava, se la sposa era bagnata e quindi s...fortunata perchè pioveva, che alcuni confetti andassero a ricadere 'nmezze a la jozze (in mezzo al fango) o dentro a 'na pantìre (una pozzanghera). Nulla di grave. I bambini li raccoglievano ugualmente e dopo averli asciugati, spesso con un fazzoletto vràtte e ammuscilète (sporco e gualcito), oppure strofinandoli sulla maglie o sui pantaloni, se li mangiavano ugualmente, anzi a detta di molti erano le chiù saprète (i più saporiti), perché l'acqua aveva già iniziato il procedimento di scioglimento dello zucchero, anticipando quello della saliva nella bocca.

E tra un fumì' ed un altro, passando sotto i  balconi e le finestre delle misere case del paese, da cui qualche donna, buttava una guantiera piena di confetti in senso augurale, finalmente la sposa arrivava in chiesa, dove in trepidante attesa, vi era lo sposo.

Lo sposo, com'è tuttoggi consuetudine, aspettava la sposa ai piedi dell'altare, in compagnia della madre, la quale con un fazzoletto di pizzo sul capo, alla vista della  consuocera con il cappello, che non sapeva che j l'ave' mprestate la cummuare de lu Vuaste (che se l'era fatto prestare dalla comare di Vasto), dentro di sé, pensava: "Sta carabbinire m'ha frecate!  Z'a messe piùre lu cappelle! Che cafunáme! (Questa carabiniera mi ha fregata! Si è messa pure il cappello! Che cafonaggine!), mentre il padre della sposa, poverino, commosso, chiagnáve (piangeva), forse ripensando alla pecora o alla capra, data in dote.

Saltando la cerimonia religiosa, che ieri come oggi, non interessava a nessuno, anche perché lu prédde (il prete) all'epoca parlava in latino e hasse ze le diciàve e hasse ze le sentéve la màsse  (lui se la diceva e lui se l'ascoltava la messa), finalmente gli sposi uscivano dalla chiesa, e dopo essere stati sommersi dai confetti sull'uscio (all'epoca il riso non si usava), seguiti da un corteo nuziale ancor più imponente, che comprendeva ora anche gli invitati dello sposo, tra un fumì ed un altro, si avviavano raggianti di felicità, verso la casa in cui sarebbero andati ad abitare.


Sposi 31 Ottobre 1957: Ntonie de Carruzzire (Fabrizio) e Fabrizio Olga Ilda Enelda, durante il ritorno a casa dopo il rito religioso in chiesa. Intorno agli sposi i bambini alla caccia dei confetti dopo aver gridato "fumì!!. La foto è stata scattata in P.zza San Vitale. Sullo sfondo è visibile a destra il vecchio ufficio postale, al cui posto oggi vi è il Bar del Quadrilatero, mentre sulla sinistra  la casa di Tumassine Russo , la prima ad essere demolita per allargare la piazza, che era ubicata proprio dinanzi alla vecchia torre campanaria ed all'ingresso della chiesa.


Fumì ' !  Fumì ' !, gridavano ancora 'na vrichiláme de quatrèle (un numero imprecisato di bambini), appena gli sposi si affacciavano al balcone di casa nghe  'na uantìre 'mméne (con un vassoio  in mano), ricolmo di confetti e petali di fiori , per l'ultima formalità in pubblico, prima del pranzo nuziale.

Era l'apoteosi.

Una grandinata di confetti si abbatteva sulle teste degli amici e parenti, tutti radunati sotto il balcone per applaudire gli sposi, mentre i petali di fiori galleggiavano come piume nell’aria, sospinti da lievi aliti di vento, fino a posarsi come farfalle senz’anima sulla strada.

Qualche confetto, sbattendo per terra, come al solito zi scucchiulùjeve (si scalfiva), ma i bambini se li mettevano ugualmente ’nzaccóccie (in tasca), anzi erano quelli che avrebbero mangiato per prima, arpunnénneze chélle bbune pe dóppe (riponendo quelli intatti per dopo), per quando sarebbero tornati a casa.

La caraste’ è la caraste’”,(la carestia è la carestia), mi disse una giorno un anziano, ricordando quei tempi. “Non c’era neppure un soldo per comprare una caramella e quei confetti erano una vera manna piovuta dal cielo”.


Sposi 2 Ottobre 1960 - Angelo De Nicolis e Annina Fabrizio, durante il classico lancio dei confetti dal balcone di casa, dopo la cerimonia religiosa.


15) Ai bambini, per prenderli in giro, dopo che erano stati bravi, si diceva per ricompensarli: "Canda ti spuse te faccie je' annénte annénte (Quando ti sposerai ti farò andare dinanzi a tutti).

16)  Fraffàuse, era un altro modo di chiamare e definire in senso lato i bambini. Derivava dal fatto che a quei tempi molti bambini, quando avevano lu ciamarre (il raffredore) stavano quasi tutti  'nghe nu maccule gialle a lu nase
(con un moccolo giallo che gli colava da una narice del naso, o da tutte e due). Erano tanti i  bambini che  non avendo il fazzoletto, non si pulivano mai il naso e non davano neanche troppa importanza al muco. Era una musica sentirli ritirare lu fraffe (il muco nasale), inspirando l'aria dal naso. La definizione di  fraffause, tuttavia, nel linguaggio comune dialettale,  assumeva anche significati diversi, scherzosi se lo si diceva ad un bambino ed 'offensivo se detto ai ragazzi.   Lo si diceva in modo  offensivo  ai ragazzi  per dire loro che non capivano niente e quindi dovevano stare zitti: "Si nu fraffause, piùre ti mo' capesce!" (Fai silenzio! Sei ancora un bambino!  Non hai ancora l' età per capire) oppure per fare  un complimento a qualcuno  che nonostante avesse già qualche annetto, poteva considerarsi ancora giovane: "Si nu fraffaùse! Si 'ncaùre ne fraffaùse" (sei ancora giovane, sembri un ragazzino).  

Storielle d'altri tempi.

Si usava negli anni '50 comandare i bambini a  lu speziale (dal farmacista) per fargli fa na' masciate (un servizio). Gli dicevano: "Uè uaio', famme 'na mmasciate! Va a la farmace' e ddummàneje  se te nu ccuaune de nase péste!"  (Bambino, fammi un servizio. Vai dal farmacista e  chiedigli se ha un po' di naso pestato). Un'altra variante era quella di mandarli, sempre dal farmacista, ad informarsi se aveva un po' di remaùre de carrozze" (un po' di rumore di carrozza). Vi fu un periodo in cui qualche bontempone sparse la voce che il farmacista  accattave le sciànne de cicare  (comprasse le ali delle cicale) per farvi una pozione.
Prima che  i bambini si accorgessero che si trattava di una bufala, vi fu uno sterminio di cicale.



pag.12



 

Vai alla bacheca di Fernando

HOME