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I racconti di Fernando Sparvieri

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Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo XI  

Iole e Erpinio Labrozzi
(Quel fidanzamento per acclamazione, raccontando i matrimoni di un tempo)

Restando nel campo della sanità ed addentrandoci in quello farmaceutico, quando si dice il destino!

Correva l'anno 1956.

Era successo che il farmacista del paese, il dott. Giovanni Ialacci, sansalvese, decise di andarsene a Chieti, ove aprì una farmacia. A sostituirlo arrivò la dottoressa Maria D’Annunzio, che era la mamma di Do’ Marie lu farmaceste (dott. Mario Di Croce, attuale farmacista in piazza Papa Giovanni XXIII, padre del dott. Nicola).

La dottoressa D’Annunzio, essendo già titolare di altra farmacia in quel di Casalanguida,  e non potendo dividersi tra i due paesi, pensò di affidare quella di San Salvo ad una sua comare, da poco laureata, la giovane Maria Adda Iole Di Nardo (1930 - 2004), originaria di Guilmi, chiamata affettuosamente in famiglia Ioletta, la quale con entusiamo accettò l’incarico. 

Qui la giovane Iole, conobbe Erpinio Labrozzi (1922-1981), un giovane veterinario sansalvese, che frequentava la farmacia per motivi professionali, il quale dopo aver fatto amicizia con la nuova farmacista, se ne invaghì perdutamente.

Erano ancora i tempi in cui la dichiarazione d'amore era ancora di esclusiva competenza maschile ed il fidanzamento era una cosa serissima, il preludio vero al matrimonio che sarebbe durato un'intera vita. 
                      
Fatto sta che il nostro caro Erpinio,  nonostante avesse studiato a Bologna e poi a Perugia, dove si era laureato, e quindi avesse frequentato ambienti universitari in cui i rapporti tra giovani di ambo i sessi non destavano da tempo alcun scalpore,  stentava a dichiararsi nei confronti della bella farmacista, forse condizionato, una volta ritornato a San Salvo, ancora da quella mentalità paesana che aveva sovrapposto, prima della sua partenza,  più di una barriera fra i ragazzi e le ragazze. 

Evidentemente il caro amico Erpinio, che ho avuto il  piacere ed in grande onore di conoscere di persona quand'era ancora in vita, dotato anche di un ottimo senso dell' humor, tra gli studi di scuola media e ginnasiali al Collegio Gian Battista Vico di Chieti, la lunga prigionia in Albania durante la campagna di guerra in Grecia ed i successivi anni universitari in quel di Bologna e di Perugia, era stato troppo tempo fuori da San Salvo e pensava che i tempi, per quanto riguardassero la vita sentimentale dei suoi coetanei sansalvesi,  non  fossero affatto cambiati. 

E invece sì, erano cambiati eccome ed anche Erpinio lo sapeva, solo che probabilmente tentennava a dichiararsi per ben altri motivi, che leggendo, più in là, scopriremo insieme.

Infatti, erano finiti da un pezzo i tempi in cui l'innamorato lasciava di  notte "lu tàcchie" (un ciocco) dinanzi alla porta della casa della morosa, sperando che di notte il padre della ragazza lo rientrasse dentro e quindi,  se ciò avveniva, avè' ntecchiate, cioè aveva colpito nel segno e si poteva fare il matrimonio.

Ma non solo. Erano lontanissimi anche i tempi in cui i genitori della sposa, in segno di lutto, non andavano al matrimonio della propria figlia perché era come se fosse morta, e che la consuocera, lo stesso giorno delle nozze, portava loro lu cunzóle, un canestro pieno di cibo, proprio come era usanza nei funerali.

Oramai i genitori sansalvesi si erano emancipati e le figlie femmine stavano a libertà Sandrocche (a libertà San Rocco), cioè godevano di alcune concessioni, prima della guerra letteralmente vietate. 

Alcuni esempi.

Le ragazze, ora, potevano liberamente uscire la domenica e farsi una bella passeggiata con qualche amica per il paese. Naturalmente non potevano parlà' 'nghe le giuvunútte (parlare con i ragazzi), specialmente con quelli che j jàvene apprèsse (che le corteggiavano), altrimenti quando sarebbero ritornate a casa le avrebbero struppujte de màzzate (le avrebbero riempite di botte). Per il resto, però, potevano parlare di tutto, persino del più e del meno.  

Sempre in tema di maggiori libertà, certamente le ragazze sansalvesi non potevano andare a ballare in discoteca, anche perché non ce n'erano, ma per il resto potevano liberamente ballare durante le feste in casa fàmmene e fàmmene (donne con donne). 

Altro esempio. Le ragazze, durante la messa, non potevano naturalmente scambiare sguardi furtivi con i rispettivi spasimanti, che le ammiravano da lontano, ma per il resto potevano liberamente confessarsi, sentire la predica e fare pure la comunione. Altro esempio ancora. Le ragazze naturalmente, non potevano affacciarsi alla finestra e sospirare quando passava il moroso, ma per il resto potevano affacciarsi tranquillamente al balcone p'arcóje le pénne (per raccogliere il bucato,) l'importante che ne faciàvene cascà' li chiappétte (non facevano cadere le mollette per i panni), 'ncápe (in testa) al fidanzato. 

Alcune bellezze sansalvesi anni 50
In primo piano Dora Malatesta, dietro di lei Amelia Vicoli. Le altre tre ragazze sono Ida Torricella, sorella de Vetale e Guide Torricella (Valerie) e  le altre due le cugine Ersilia e Santina Torricella.

Scherzi a parte, salutando temporaneamente il nostro caro Erpinio, per dargli tempo, idealmente,  di meditare e quindi trovare le parole giuste per far breccia nel cuore della sua amata Iole, vi propongo di fare insieme un lungo viaggio a ritroso nel tempo, per meglio comprendere com'era veramente la situazione amorosa dei nostri giovani compaesani e di come si svolgevano i matrimoni.  

Erano quelli, purtroppo, ancora i tempi in cui le ragazze vivevano in casa in uno stato quasi di segregazione ed il solo incrociare lo sguardo di un ragazzo, un sorrisetto, un piccolo ammiccamento, se scoperto, era oggetto di scandalo. 

La gelosia di certi padri era talmente insensata che se vedevano un ragazzo passare più volte sotto la finestra di casa, pensando che stesse corteggiando la propria figlia, gli tiravano addirittura i sassi dietro,  inducendo il malcapitato spasimante alla fuga. 

Tanto per restare in tema, quelli che già smurgejévene, cioè che già amoreggiavano tra di loro, spesso, a causa della severità dei genitori, né si conoscevano e né si erano mai scambiati una sola parola: si guardavano e basta,  a distanza, e questo già bastava per confermarsi reciprocamente eterno amore. 

Solo il matrimonio, consentiva loro, il superamento di questo stato di solitudine d'amorosi intenti. 

Ma se per alcuni, l' idillio d'amore, con il matrimonio sarebbe confluito a lieto fine, ve n'erano altri, purtroppo, meno fortunati, che erano costretti ad attuare la cosiddetta fuga d'amore, sudando, a furia di scappare, le proverbiali sette camicie. Questo succedeva quando una delle due famiglie degli innamorati, generalmente quella più agiata o di diversa estrazione sociale (la signuruáme), si opponeva al loro amore, esigendo addirittura che i ragazzi si lasciassero. A questo punto gli innamorati, quando una famiglia  'ncucciáve (cioe non desisteva nel vietare il loro amore), e 'nze faciàve la mente capace  (non voleva proprio saperne di acconsentire le nozze), scappàvene (fuggivano), andandosene a vivere in gran segreto in una masseria o in un paese vicino, ospiti per qualche giorno di qualche parente o amico consenziente, il quale, se scoperto, si buscava li sintìnzie (le maledizioni) e gli improperi della famiglia contraria, che riteneva il gesto un' offesa irreparabile. 

Ma se nel caso delle fughe d'amore entrambi gli innamorati erano consenzienti, peggio accadeva anni prima, quando era solo il maschio che decideva, in modo unilaterale, di cimentà' (di importunare) qualche ragazza, per farla sua e costringerla a sposarlo.

Succedeva di rado, ma capitava, che qualcuno ze ne jàve de cirvelle, cioè si invaghiva de 'na zéte (di una fanciulla) e zétte ti e zétte je (in gran segreto) metteva in atto un gesto che, definirlo insano, è poco: scippava il fazzoletto in testa alla ragazza che a questo punto armanàve scapilláte (rimaneva senza fazzoletto), disonorandola per sempre. Alla scapelláte (disonorata), ni j zi abbicinéve chiù niscìune (non le si avvicinava più nessuno) e le uniche soluzioni che le restavano erano o ca zi jave a fa' móneche (o andava a farsi monaca) o che si sposava l'insano di mente, anche se questi era un poco di buono, oppure 'nze maretéve chije (non si sposava più), cioè  faceva  la single per tutta la vita,  pensando giustamente a come erano stupidi gli uomini. 

Stesso disonore avveniva anche se, invece del fazzoletto, alla ragazza veniva scippáte la mantìre (veniva scippato il grembiule da cucina). (14)

Sotto questo aspetto, nonostante fossimo negli anni '50 e passa, e già in America le persone divorziavano e si risposavano due tre volte al giorno,  nella mentalità paesana era rimasta traccia di quell'antico modo di pensare, piuttosto medioevale. 

Rispose una volta un sansalvese tornato  dall'America a chi gli chiedeva come fosse la gente americana: "A la Mèriche è putténe ummene e fámmene" (in  America sono puttane maschi e femmine), nel senso che la mentalità era più libertina.

I matrimoni purtroppo, ancora a quei tempi, non erano sempre d'amore. 

A decidere erano quasi sempre i genitori dei ragazzi, che talune volte stabilivano il futuro coniugale dei propri figli, sin dalla loro tenera età.  La felicità  dei dei ragazzi contava poco, per non dire zero: contava la robbe (la proprietà), che era ritenuta nella gran parte dei casi sacra ed inviolabile, l'unico bene capace di garantire un  futuro migliore ai propri figli.

Per questo motivo, talune famiglie patriarcali, combinavano matrimoni tra loro, facendo sposare i propri figli maschi con le figlie femmine dell'altra, al fine di non disperdere il  patrimonio immobiliare.

Quasi sempre, a combinare i matrimoni vi era  lu 'mmasciatàure (ambasciatore), da taluni chiamato anche lu ruffujáne (il ruffiano), il quale, dietro incarico e compenso da parte della famiglia del ragazzo che ze vulàve accasà' (intendeva sposarsi), sondava il terreno per verificare se la ragazza prescelta era consenziente (ze vuleve maretè'- si voleva maritare). In caso la risposta era affermativa partivano le prime trattative da parte dei genitori, con il padre del predente la mano, a  recarsi pe primo a casa della ragazza, per stilare insieme al  probabile consuocero, i dettagli cardine del matrimonio.  

A comandare, quindi, erano  sempre i padri, che portavano i pantaloni, anche se, come accade da che mondo è mondo, era semprela moglie, la vera occulta regista matrimoniale.

Il siparietto, più o meno, si svolgeva all'incirca in questo modo. 

"Ue'! Gna' vi  a elle", (ora che andrai a casa della famiglia della ragazza), diceva al marito la mamma del ragazzo che si doveva sposare, "addummuánneje (chiedigli al padre), canda robbe j'attócche a la féje (quanta proprietà toccherà alla figlia), canda dàdde porte (quanta biancheria  porterà in dote) e se j'attócche sole le so' (se le daranno solo i soldi) oppìure nu ccuàune terre" (oppure un po' di terreno).  "E ' giacché ti ci truve" (e giacché ti ci trovi), poi continuava, "addummáneje piùre se j'attócche cacche crape o péchere" (se alla ragazza tocca pure qualche capra o pecora?). 

La raccomandazione finale, prima che il marito uscisse di casa, era  più o meno sempre questa: "Ue'! Me raccummuànne! Carta scrétte e péca cante!" (E mi raccomando! Metti tutto per iscritto). Per poi concludere, con tono di chi la sapeva lunga:"Ca' la mamme de càlle è pruprie 'na carabbenire!" (perche la mamma di quella ragazza è proprio una carabiniera!).

La presunta carabbenire (a quei tempi si diceva che i carabinieri, quando uscivano in coppia, uno sapeva leggere e l'altro sapeva scrivere), evidentemente appartenendo a quelli che sapevano leggere, leggeva in anticipo nella mente i pensieri della futura consuocera, ed in autotutela, impartiva le opportune contromosse all' ingenuo marito, cercando di salvare il più possibile pecora, capra e cavoli .

Anche la raccomandazione finale al marito de la carabbenìre, in attesa che arrivasse il padre del ragazzo, era più o meno sempre la stessa: "Ue' chi 'ntàvessa fa' frica' massare gna ve' quelle!" (che non ti dovessi far fregare stasera)). Per poi concludere: "Cà la maje de quélle è 'na bella filibbustìre!" (perché la moglie del padre del ragazzo è una bella filibustiera). 

Nonostante queste premesse, apparentemente distanti, alla fine i due saggi  padri trovavano sempre un accordo, pecora o capra compresa in dote alla sposa, ed alla presenza di un alfabeta, che al contrario dei due carabinieri, sapeva lègge e scrève (sia leggere che scrivere), stilavano una specie di contratto.

 
Una pagina di una lunga lista della dote.



Ad onor del vero, taluni stratagemmi, come scippare il fazzoletto o il grembiule da cucina, venivano qualche volta messi in atto direttamente dagli stessi innamorati per aggirare gli ostacoli frapposti dai genitori, ed in alcuni casi, come ad esempio nelle fughe d'amore, erano gli stessi genitori, quando pacchejevene la fame (erano poveri), ad essere
tacitamente consenzienti per evitare le spese di matrimonio, anche se poi facevano finta di scippareze le capelle (di strapparsi i capelli) per la disperazione.

I ragazzi aspettavano la domenica per veder passare le loro coetanee quando uscivano dalla messa: si disponevano in fila indiana sotto l'Arco della Terra, con le spalle ed un piede appoggiati al muro, e faciàvene le sbrafènte (si mettevano in mostra), accendendo sigarette per dimostrare che erano uomini maturi. Le ragazze, sottembraccie (a braccietto) ai genitori, a capo chino, facevano finta di niente anche se sotto sotto gradivano le attenzioni dei fumatori. A quei tempi era mentalità diffusa tra le ragazze che chi non fumava era nu mezze mammóccie (un cretino).

A stilare i contratti matrimoniali, generalmente era il sarto Ujérme (Guglielmo) Di Falco, che sapendo leggere e scrivere, fungeva da notaio, stilando numerosi atti  e patti tra persone di quell'antica società contadina.

Si racconta che Vitale Cervone, padre del futuro Sindaco Domenico, da giovane (inizi del '900) avesse felarate (appurato) che alcune ragazze avevano messe bballe (stavano ballando) fammene e fammene (solo donne) in una festa, dentro ad una casa  privata. Bussò alla porta e quando una ragazza andò ad aprirgli, le disse: "Faciateme 'ndrà!" (Fatemi entrare).  "No 'nzpi po' ntra!'", (No non pui entrare) gli  rispose la ragazza. "E daje faciateme 'ndra' '', le chiese insistendo Vitale. "No 'nzpi po' ntra' ", gli rispose nuovamente la ragazza Alla fine  Vitale, resosi  conto che non lo avrebbero fatto entrare, infilò solo la testa nell' anta aperta della porta, e rivolgendosi alle ragazze che ballavano tra loro, disse prima di andarse:  "Ah... ne me faciate 'ntrà!  Però 'na cose ve l'aja dece lu stuàsse." ( Ah... non mi fate entrare! Però una cosa ve la devo dire lo stesso): " Coccacocche!" , concluse.

Quando
negli anni '20 fecero la fuga d'amore, Pumpe' Marzocchetti e Olanda Borzacchini, sempre il solito Vitale Cervone, ormai anziano, chiese ad un fratellino di Olanda, il cui nome era Odoardo: " Gna' ti chijmi" (come ti chiami). "Odoardo", rispose il bimbo.  " E ti chijmi Auarde e se fatte scappà sciuscie!" (E ti chiami Io guardo ed hai fatto scappare tua sorella!), gli disse ironicamente Vitale Cervone.



 

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