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I racconti di Fernando Sparvieri

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continua da pag. 9

Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

Capitolo X  

Francesco Lestingi
(Franche lu 'nfurmìre)




Chi invece, arrivò con i pantaloni militari senza strappi e ben stirati, fu Franche lu ’nfurmìre (Franco l’infermiere), all’anagrafe Francesco Lestingi (1931 - 1980), da Trani, che come si deduce dall’appellativo stesso con il quale lo chiamarono i sansalvesi, di professione faceva l’infermiere.

La storia di Franco, nella nostra cittadina, inizia intorno agli anni ’52-’53 quando, militare di leva, scese alla vecchia stazione ferroviaria per far visita, durante una licenza, ad alcuni suoi amici tranesi, ex vicini di casa, sposati a San Salvo, tra i quali Donato Talamo e Carlo Manfra, chiamato quest’ultimo Carlùccie lu tranàse.

Qui conobbe Assunta (1927 - 2001), una ragazza del luogo che era nata a Mafalda, ma che mafaldese, o meglio ripaltese non era (Mafalda un tempo si chiamava Ripalta), essendo nata lì per caso, sulla sponda sud del fiume Trigno. Era successo che sua mamma Cristina Budano, originaria di Villalfonsina, la partorì senza assistenza alcuna, mentre era al seguito del marito Vincenzo, originario di Manoppello (PE), cavapietre, che lavorava a San Salvo a lu Cavìute de la ràne (alla cava della sabbia), che quel giorno stava lavorando ai bordi del fiume in territorio mafaldese. La misero a nu puanìre (in un paniere) e risalirono a Mafalda, dove la registrarono.

Il nostro Franco, vestito da militare, appena la vide se ne invaghì perdutamente, e le promise eterno amore.

Fu di parola, non per niente si chiamava Franco. Dopo il congedo, fece un biglietto del treno di sola andata, destinazione San Salvo, e sceso alla vecchia stazione ferroviaria, salì sull’altare della Chiesa parrocchiale di San Giuseppe, coronando per sempre il suo sogno d’amore con l’amata Assunta. Era il 18 Ottobre 1956.


Franco, il 3° da sinistra, infermiere durante il servizio militare di leva

La storia di Franche lu nfurmìre o lu ’mburmìre, così lo chiamavano i sansalvesi, si svolge e si intreccia in due periodi storici ben distinti della nostra cittadina: quello ante SIV, in cui il paese era immerso tra le campagne, e quello immediatamente successivo, in cui diventa un importante polo industriale del mezzogiorno.

Volendo adoperare un parallelismo, è come se Franco e San Salvo, siano cresciuti un po’ insieme.

All’epoca del suo arrivo c’erano solo quattro medici: Don Vitaliano Ciocco, che era medico condotto, Don Gustavo Cirese, Don Michele (Angelo) Di Stefano e don Peppino de Vito, che era il più giovane.

Le visite mediche si pagavo. Erano gratuite solo per gli iscritti all’elenco dei poveri, alla cui assistenza sanitaria, già dai tempi del fascio, era demandato il medico condotto, che era pagato dal Comune, e dal 1954 per gli iscritti alla Cassa Mutua per mezzadri e coltivatori diretti, i quali avevano iniziato per legge obbligatoriamente a pagare i primi contributi assicurativi e quindi godevano di una primitiva forma di assistenza sanitaria. Poi vi era l’ONMI (Opera Nazionale Maternità Infanzia), altro ente istituito dal fascismo, che prestava gratuitamente la propria assistenza alle donne incinte sia durante la gravidanza che nei primi otto mesi del puerperio, fornendo loro alimenti e validi consigli , che contribuirono di molto a ridurre le murticélle (la mortalità infantile).

Per il resto la gran parte della gente, per curarsi, doveva quindi necessariamente sborsare somme di denaro, che piccole o grandi che erano, mettevano spesso in seria difficoltà economica le famiglie degli ammalati, che a volte, come nel caso dei costosi ricoveri ospedalieri, erano costrette a firmare per necessità anche qualche cambiale.

Befana OMNI 1961 - Si riconoscono da sin. il dott. Giuseppe de Vito, il maestro elementare Ugo Marzocchetti, il dott. Vitaliano Ciocco, il Cav. Virgilio Cilli ed un funzionario dell’OMNI. Presidente dell’OMNI a San Salvo era la signora Maria Fabrizio, figlia di Donna Vetalene de Cristofaro, moglie del maestro elementare Aldo Germani .

I medici sapevano tutto questo e quindi cercavano di essere il meno indolore possibile sia nelle richieste di onorari, che sovente erano saldati a zi da’(pagherò) ed anche nella scelta delle terapie da adottare, che  erano spesso subordinate alle condizioni economiche delle famiglie, cercando di far acquistare loro farmaci meno costosi.

Il vero spauracchio era però l’Ospedale. Stava a Vasto.

Molta gente non vi andava neppure se stave a muritàure, cioè se era moribonda. Per molti era addirittura  meje a muré (meglio morire), invece di affrontare le costose degenze ospedaliere. Per questo motivo molti anziani stennavene li pite (morivano) nel letto di casa ’nghe ’na fréme e ’na cacarélle (con una leggera febbre e diarrea), con la sola assistenza dei medici del luogo, che le provavano di tutte per cercare di strapparli alla morte.

Andava all’ospedale solo chi si rompeva lu vraccie o lu péte (il braccio o il piede) e z'aveva fa' la ngessàtìure (immobilizzazione dell’arto con il gesso), oppure in casi di interventi chirurgirgici come l’appendicite, di cui si temeva molto la complicazione a peritonite, o per le operazioni ai bambini de le donzélle (alle tonsille) o alle adenoidi, in cui era necessario l’intervento del chirurgo ’nghe l’addubbie (con anestesia).


1952 . Il dottor Luigi Cipolla, al centro con il camice, primario dell’Ospedale Civile di Vasto, con alcuni collaboratori.

Purtroppo a quei tempi non esistevano sofisticate attrezzature diagnostiche, che erano ancora tutte da inventare. Anche lo stesso ospedale Civile di Vasto non è che fosse fornito di molte apparecchiature di indagine sanitaria. Vi era la machene pe passa’ le ragge (macchina per gli esami a raggi X), che era ’nu scaricarelle (trappola o piccolo congegno) che forniva delle primordiali lastre, a volte decifrabili solo da luminari della scienza dotati di buona vista o marchingegni per eseguire gli esami del sangue, analisi semplici, che servivano per lo più alla sola conta dei globuli bianchi e rossi, ma per il resto, fatta eccezione per poche altre attrezzature, gli ambulatori ospedalieri non differivano molto da quelli dei medici di paese.

Per questo motivo i nostri quattro medici, erano sopratutto dei bravi internisti, costretti per necessità e virtù a azzeccà (ad indovinare) le diagnosi, svolgendo visite mediche accurate, così come avevano imparato nelle università. Si facevano dire dal malato addo' j dulàve (dove avevano male), j’attendavene lu puàzze (contavano i battiti cardiaci dal polso), gli tastavano la panze (il ventre), j tuzzuluávene arréte la schéne (gli davano dei colpi secchi dietro alla schiena) , gli facevano dire 33 auscultando con il fonendoscopio le spalle, e dopo essersi fatta un’idea di quale malattia affliggese il paziente, si pronunciavano sulla diagnosi, sperando che non entrassero in scena il prete ed il sagrestano, che avrebbero portato lu morte a suttérre (il morto sottoterra). 

Peggio era andata durante il fascismo, quando in paese, vi era rimasto un solo medico.

Era successo che Don Cassiedore (Cassiodoro) Artese, anziano medico antifascista, ave' ’rziliti li firre (aveva riposto i ferri) di medico chirurgo, lasciando il paese tutto nelle mani del dottor Vitaliano Ciocco, potente gerarca fascista. Non volendo avere nulla a che fare con Ciocco,  alcuni antifascisti,  si recarono a Parma, dove esercitava la professione di medico ospedaliero Don Camillo Artese, figlio di Don Cassiodoro, e lo convinsero a tornare.

Non lo avessero mai fatto. Si accese un fuoco peggio de lu foche de Sant’Antonio (herpes zoster). Tra i due medici, restando nel campo ematologico, non corse buon sangue e vi furono scintille che si propagarono nelle aule istituzionali del Fascio, con il povero Don Camillo, com’era prevedibile, ad avere, almeno inizialmente, la peggio.

Don Camillo Artese con un carabiniere della stazione di Cupello da cui da San Salvo all’epoca dipendeva. La prima stazione dei Carabinieri a San Salvo fu istituita nel 1949 con sede in C.so Garibaldi.

Erano stati davvero tempi dolorosi e neri, quelli, per i sansalvesi, e non solo per via del Fascio.

Prima, negli anni ‘30 vi era stata la malaria, causata dalla risaia, che aveva mietuto alcune vittime e portato alla protesta contro il farmacista e podestà Do’ Ureste Artese, cognato di Ciocco, reo secondo l’opinione pubblica, di fare affari con la vendita del chinino per curarla. Molta gente finì in prigione. Poi fu la volta della trabbocolosi, così chiamavano i sansalvesi la tubercolosi o tisi, malattia infettiva dovuta alla cattiva e scarsa alimentazione e non mancavano anche casi frequenti di meningite ed encefalite. Magne ca’ si na’ ti ni vi téseche  (mangia, altrimenti te ne vai tisico), era diventato un modo di dire sansalvese. Ogni tanto si presentava qualche malattia infettiva e contagiosa e non si faceva in tempo a curarne l'ultima che subito diventava la penultima.

Non bastavano le malattie infettive e le frequenti influenze virali, vi si aggiungevano anche altre dovute sopratutto alla scarsa condizione igienica.  

Una delle più temute era sicuramente lu scàule (la sifilide), malattia venerea incurabile, sempre in agguato quando qualcuno frequentava le meretrici, così come le piàttele (le piattole, pidocchi del pube). Vi era poi la ràgne (la scabbia), che veniva trasmessa da hatte e chéne arrugnunìti (gatti e cani malati di rogna), ed altri vrìscele (foruncoli)  come “lu fazze lupéne” (falso lupino),  così chiamato perchè si manifestava sulla faccia o sul collo ed assumeva una forma simile ad un lupino. Il rimedio era l'asportazione chirurgica che lasciava antiestetiche sanéccie (cicatrici) sulla parte colpita e per questo era molto temuto, sopratutto dai giovani, che dopo l'intervento restavano smirchilijte (con un marchio, una cicatrice).  

Altro foruncolo antipatico, che assilava maschi e femmine, era invece lu vriscele piane, che usciva  un po' ovunque sul corpo. Era così chiamato  perchè non aveva alcun foro da quale potesse uscire la mmárcie (il pus).   In questi casi il medico aspettava che il foruncolo maturasse e poi, quando si formava la via d’uscita, le spriscéve (lo premeva) dal basso verso l’alto, un po’ al giorno, sino a quando non ne fuoriusciva lu vérme (il nucleo).

Anche nel campo ematologico i rimedi, erano spesso empirici ed artificiosi. Quando qualcuno aveva coaguli sanguigni o emorragie, oppure la pressione arteriosa era molto elevata, non esistendo farmaci specifici, per evitare ca j calasse nu tocche (che gli venisse un infarto o una paralisi), un rimedio efficace era la sanguàtte (la sanguisuga) con la quale gli facevano un salasso. La tecnica era quella di applicare in prossimità della zona malata una sanguisuga, che succhiando il sangue, avrebbe abbassato la pressione sanguigna. 


La sanguàtte.

Per fortuna, sul finire degli anni '50, quando arrivò a San Salvo Franco lu ’nfumìre, i tempi stavano già mutando. Molte malattie, sopratutto quelle endemiche, iniziavano ad appartenere al passato, anche se ogni tanto si manifestavano nuovamente. Era già in atto da qualche anno la vaccinazione antivaiolosa, che era di competenza del medico condotto, che praticava con un pennino due graffi sul braccino del bambino, lasciandogli perennemente due antiestetiche cicatrici, la ‘nzártatìure (innesto),  ed erano iniziate anche le prime vaccinazioni di massa, come l’antidifterica, l’ antitetanica, a cui seguì nei primi anni ’60 anche quella dell’antipolio, per debellare la poliomelite, più nota come paralisi infantile.

Anche nel campo farmaceutico le cose erano migliorate. Seppure l'industria  farmaceutica fosse ancora agli albori della produzione in larga scala, si trovavano in farmacia i sulfamidici, la penicellina, qualche crema per la pelle, come l’Antipiol, le prime pallàtte (compresse) di Aspro, un antidolorifico, il siero antitetanico. Di antibiotici,  però, almeno quelli intesi come oggi, manco a parlarne.

Antibiotici o non antibiotici, sulfamidici o non sulfamidici, la gente in ogni caso era restia ad andare dal dottore ed anche a prendere medicine, se non quando j meneve na' bella freme (aveva la febbre alta) ed era proprio necessario consultare un medico.

Si era sviluppata negli anni una medicina parallela, contadina, senza bisogno di consultare un medico.

Ad esempio se a qualcuno gli veniva lu turnadàte (il patereccio - processo infiammatorio delle dita delle mani), la cura era fargli mettere il dito dentro a 'na pammadore (un pomodoro); se si trattava de nu vrugnaróle (di un orzaiolo), non ci si metteva niente, tanto gna t’ è meniute accusce’ ze na da je’ (così come ti è venuto così se ne dovrà andare); stessa cosa per l'erpes: "Ne è niende. Quasse è 'na febbre annascoste" (Non è nulla. E una febbre nascosta). Se a qualcuno  jav'è pezzechete na lape (era stato punto da un ape), gli mettevano una lama fredda di un coltello sulla puntura, per evitare che si gonfiasse, e nei casi di ’ntunuatìure (piccoli traumi da caduta con contusioni)  gli si faceva la  ’nghiárate, una specie di ingessatura realizzata con l'albume dell’uovo sbattuto e nghe la bommácie (con ovatta). La 'nghiarate era molto efficace e leniva dopo un po' il dolore. La si teneva sulla parte dolorante per una decina di giorni. Poi per verificare se la guarigione fosse avvenuta o meno, si faceva una prova.  Se la fasciatura, togliendola, faceva male, significava che la ’ntunuatìure non era ancora guarita, e quindi la si lasciava ancora lì per qualche giorno, se invece non si avvertiva più alcun dolore, la guarigione era completa.

Altro esempio. Quando accidentalmente i contadini in campagna, mentre lavoravano,  si procuravano delle piccole ferite, lo disinfettavano con il di vino, e se il vino non c’era o era finito, se ne andavano dietro a 'na fratte (dietro una siepe) e ci  urinavano sopra (l’urina contiene ammoniaca), al cui contatto la ferita ngennàve nu qua’ (bruciava un po’), ma era sempre meglio dell’ acqua del pozzo che putàve tena’ la rizze (poteva avere la ruggine). Per tamponare il sangue di piccole ferite non c'era nessun problema: tagliavano una canna, ne estraevano “l’aneme” (una specie di filtrino che si trova all'interno di ogni  giuntura di una  canna)  e ce l’appiccicavano sopra, come un cerotto. 

Poi vi era la cultura dei decotti: quelli di malva, di camomilla, e persino ’nghe le capélle de le grandénie (con i filamenti o barba del mais), che dicevano facesse bene alle vie urinarie. Ai bambini, per farli dormire davano la pápagne che era un infuso ricavato da le pallachícche (dalle teste) dei papaveri selvatici, fatte seccare al sole, una droga, che spesso li faceva dormire per due tre giorni di fila. Qualcuno lo beveva anche come antidolorifico, per lenire  i dolori di coliche in genere. Pericolosissimo invece era l'infuso de petresànne (di prezzemolo) che qualche maháre (mago-stregone) preparava per procurare l’aborto alle donne incinte, procurando spesso e malvolentieri la morte della malcapitata.

Ed a proposito di maháre, era molto diffusa anche una medicina alternativa, quella superstiziosa, praticata da le fattucchijre (dai fattucchieri), i veri antagonisti della medicina ufficiale. La gente faceva la fila nelle loro case (venivano persino da fuori), ritenendoli capaci di far scomparire malattie che i medici non erano stati in grado di guarire. I fattucchieri ’ncantavene le malucchie (toglievano il malocchio), guarivano i bimbi da la vermenare (dai vermi intestinali) , toglievano le fatture di magia nera ed altre diavolerie. Pronunciavano sottovoce tre o quattre prihire (preghiere), facevano dei segni di croce ’nghe nu curtélle sopra qualche oggetto e via… il male spariva d’incanto. Sovente somministravano degli intrugli realizzati con formule segrete, spesso a base de bicarbunate (bicarbonato), che faceva fare qualche ribbìffue (rutto) al cliente (anche se sarebbe meglio dire credente), il quale avvertiva un senso di sollievo. Molte formule magiche, come quella per togliere il malocchio, erano a conoscenza anche delle donne anziane, che se le tramandavano da mamme a figlie, rinnovandole la notte di Natale.

Erano tuttavia sempre  le scarse condizioni igieniche a creare problemi alla gente. Con le stalle che ancora erano numerose in paese, le mascule e le tafane (le mosche ed i tafani), te ze magnave veve veve (ti si mangiavano vivo vivo). Alla gente spesso gli uscivano li scarselle, piccole tumefazioni  sull’epidermide che provocavono grattamento dovuro al prurito.

Poi c'erano li piducchie, li pigge, le cemmicie, li zàcche (i pidocchi, le pulci, le cimici, le zecche).  

Per loro sfortuna arrivò  lu flit (insetticita, DDT), che era stata portata dagli inglesi durante la guerra.  Fu 'na cosa sante (fu una soluzione miracolosa) anche negli anni successivi. Si spruzzava nghe la machinàtte de lu flit , una pompa  che si vendeva annessa al prodotto e  bastavano poche spruzzate ed  il gioco era fatto: le maschule (le mosche) cadevano a terra sticchite (morte). Qualcuna che restava a terra ammupulete (stordita), veniva acciaccate nghe lu péte (veniva calpestata con il piede), e faceva cric sotto la suola delle scarpe. A questo punto le mamme fecero 'na penzate (un ragionamento): se funziona con le mosche, perché non dovrebbe funzionare ’nghi li piducchie? (con i pidocchi?) Ed iniziarono a spruzzarlo sui capelli dei bambini, sostituendo con successo i lavaggi dei capelli con il petrolio,  in voga anni prima.


La machenàtte de lu flit

E restando in tema di  bambini, ieri come oggi, erano le malattie esantematiche (il morbillo, la varicella, la rosolia, la scarlattina e la parotite), quelle a cui le mammuccie (i mammoci) erano maggiormente soggetti. Le famiglie, in molti casi, dicevano l'ha da fa' (lo deve fare), nel senso che era necessario che le contraessero, accusce' ze leve lu 'mbeccie na vo' (così si tolgono l'impiccio una volta per sempre), diventando immuni. Per questo motivo molte mamme portavano i propri  figli vicino al letto del bambino malato pe' farejele arcóje (affinchè venissero contagiati dalla malattia), sopratutto nel caso della varicella per le bambine, che dicevano, a ragione, che era pericolossisima se contratta  in eta adulta durante la gravidanza in quanto putàve nascie feje defettiuse (potevano nascere figli anormali) e stesso ragionamento per i maschietti, pe le recchìune (orecchioni, parotite),  che da adulti poteva degenare in orchite, con il rischio di sterilità riproduttiva.

Questo modo di pensare era diffusissimo e per queste tipo di malattie c'era anche chi non chiamava neppure il medico, a cui  diventava invece  necessario ricorrere quando un bambino ze rumpuave la coccie (si feriva al cuoio capelluto). Infatti, con le strade in gran parte ancora bianche e con i sassi che ci stavano in giro, ogni tanto a qualche bimbo, che faciave la uérre, (che giocava a far la guerra), gli rompevano la testa e tutte 'nzánganate (tutto sanguinante), veniva portato all'ambulatorio di Don Peppino de Vito, che dopo averlo medicato ed avergli apposto qualche punto di sutura sulla ferita, lo rimandava a casa, con una benda in testa, come un vero  ferito di guerra.

In quei tempi, nel nostro paese, era così per i bambini.  Non ve n'era uno che non era smerchelijéte  (pieno di sbucciature), nghi le varlése a le vìute e li cocchele de li jnucchie (con numerose escoriazioni ai gomiti ed alle rotule), dovute alle frequenti cadute che si procuravano faciénne la zille mezze a la ve’ (giocando per per le strade). Per non parlare della condizione igienica in cui molti versavano. "A 'sse ràcchie ci ze po' piantà le pitresenne (in quelle orecchie ci si può piantare il prezzemolo), si diceva a quei bambini che avevano il cerume che quasi fuoriusciva dalle orecchie ed era inutile la visita d'ispezione, a cui il maestro sottoponeva settimanalmente gli alunni a scuola: i  canali uditivi erano sempre gialli.

E non poteva essere diversamente, visto e considerato che mentre i genitori erano in campagna, z’artravvuddavene ‘nterre gne’ perchétte (si rotolavano per terra come maialini),  giocando a far la lotta, sovente scalzi d'estate e con gli abiti  sdrudici, con le ginocchia nere di sporco, specie quando giocavano a strísciele o a palliccie (con delle rotelline ricavate da pezzi di piatti rotti e biglia di vetro).

Purtroppo l'igiene ai quei tempi era ancora quel che era. I saponi scarseggiavano e figuriamoci i detersivi. La gente lavava ancora i panni nghe la lùsciè (la lisciva) e le condizioni igieniche, così come le condizioni di vita delle persone, erano pessime.

C'era chi a quarant'anni sembrava un vecchio ed a cinquanta spesso dipartiva.  Non si usavano tinture per i capelli; se cadeva un dente, quasi nessuno lo rimetteva e sopratutto i duri lavori scunucchiavene (rendevano malconci) i contadini, che avevano le mani nere di campagna ed il collo arso dal sole.

Una sola grossa fortuna aveva la gente di quei tempi e detta oggi, non era poco.

Non c’erano i tumori, almeno nel numero in cui si contano oggi.

Erano talmente rari i casi di neoplasie che la parola cancro, non era ancora in auge persino tra i medici che lo chiamavano escrescenze, con serie difficoltà diagnostiche. 

In questa situazione sanitaria, che ho tentato di descrivere, simile per molti versi a tanti paesi dei dintorni, ecco scendere un bel  giorno dal treno Franghe lu ’nfurmìre.

Aveva lavorato da giovanissimo, come infermiere, all’Ospedale Civile di Trani ed aveva collaborato anche con medici dell'esercito durante il servizio militare. Ora, che aveva messo sù famiglia a San Salvo, aveva un impellente necessità: quella di lavorare.

Ma non era facile.

A quei tempi i medici facevano anche gli infermieri, e per di più ve n’era già uno, Angelo Sterpetti, il militare infermiere che era arrivato ai tempi della malaria  e non era più andato via.  Anche se collaborava per lo più con Don Gustavo Cirese, ogni giorno risaliva in bicicletta dalla staziàune (C.da Stazione), dove abitava per fare iniezioni a mezza San Salvo, spingendosi anche nella vicina Padìune (C.da Padula in territorio di Montenero di Bisaccia), pedalando talvolta sino a Termoli.

Viste le premesse, le opportunità di  lavoro per un altro infermiere erano assai scarse, anche perché in ogni famiglia vi era sempre qualche praticone, o un vicino di casa, che aveva imparato a fare le punture, e spesso le faceva a tutti i parenti ed al vicinato.

L'unica soluzione per Franco era quella di entrare nelle grazie di qualche medico.  Assunta si rivolse allora a Don Peppino De Vito, fresco di laurea in medicina (si era laureato nel '56), chiedendogli di aiutare il marito a lavorare come infermiere.


Dott. Giuseppe de VitoL'idea si rivelò ottima. Don Peppino, che non lo conosceva, disse ad Assunta di far presentare  il marito l'indomani nel suo ambulatorio di C.so Umberto I.

Il giorno appresso, Franco si presentò da Don Peppino e così nacque tra i due un'ottima collaborazione professionale, che in un certo senso, fece epoca.

Per farsi apprezzare Franco si alzava di buonora al mattino e se ne andava da Don Peppino, dove, dopo aver pulito il pavimento, metteva in ordine l'ambulatorio,  aspettando che arrivasse il medico.

Com'era prevedibile, stando insieme, tra i due si instaurò una sincera amicizia. Don Peppino prescriveva le terapie e Franco, girando con una vecchia  mototocicletta, regalatagli proprio da Don Peppino, si recava nelle case dei pazienti per fare le medicazioni e le punture.

 
 Franco con la sua motocicletta nel giardino del palazzo de Vito.

Franco si rivelò da subito un ottimo infermiere e anche un uomo di spirito, e non solo perché usava l'alcool etilico. Dotato di una vena ironica innata, sempre sorridente, con una vocina tendente all'acuto, scherzava con tutti in dialetto tranese, facendo battute a destra ed a manca, riuscendo a tirar su di morale persino i pazienti che l'aspettavano a casa. Solo a casa sua era un po' severo, con i figli, a cui raccomandava sempre di rigar dritto e comportarsi bene nella vita.

Era un gran chiacchierone, il nostro amico Franco, ma questo non impedì a Don Peppino di apprezzarne la grande riservatezza e la sua grande onestà. Mi disse di lui Don Peppino: "Mai un segreto professionale uscì dalla sua bocca e mai si appropriò, neppure per errore, di nulla, nemmeno di una siringa".

Ma purtroppo, come accade al calzolaio che aggiusta le scarpe vecchie altrui e lui va sempre con le sue rotte, anche Franco, che curava gli altri, non badava molto alla sua salute.

Iniziarono a cadergli i denti.

Il suo problema, non era la carie, ma il diabete, quella subdola malattia che ti mette appetito addosso e ti fa mangiare a più non posso.

Aveva sempre fame. Per attenuare l'appetito, iniziò a mangiare qualche caramella,
che per un diabetico è veleno.  Poi, per controbilanciare e far calare gli zuccheri nel sangue, quando si rendeva conto che aveva un po' esagerato, si comprava due tre lampascìune (lampascioni, cipolle amarognole e rossastre, molto diffuse nella cucina pugliese), che comprava al negozio di frutta e verdura di Za' Giuvuannine, a due passi dall'ambulatorio di Don Peppino, e se le mangiava subito, sperando di tenere a bada la sua glicemia.

Ne mangiava davvero tante di caramelle, nonostante le ramanzine di Don Peppino al quale, quasi a volersi far perdonare, ne offriva ogni tanto qualcuna.  Don Peppino, per toglierle di mezzo le accettava, invitandolo a non comprarle più. Ma non vi era nulla da fare. Franco gli rispondeva di star bene e che quel suo diabete non era poi così grave.

Ma un'altra fame era latente in Franco. Con le sole punture non è che campasse da gran signore. La famiglia cresceva e bisognava cercare anche qualche altro lavoro alternativo, che lo aiutasse a tirare avanti meglio la baracca.

Cercando di conciliare il suo lavoro da infermiere, se ne andò a lavorare, sopratutto nei mesi estivi, appresse (dietro) a la mietitrebbia di Nicola Di Virgilio, imparando a guidarla. Ma un brutto incidente, che gli successe in agro di Fresagrandinaria, quando lungo 'na cóste (una salita di campagna), si appallottò in un burrone, uscendone miracolosamente illeso, lo costrinse a tornare sui suoi passi.

Meglio Don Peppino.

Intanto il tempo era passato e San Salvo non era più quel paesino che Franco aveva trovato, scendendo dal treno, in quel lontano giorno del 1956. Eravamo negli anni '70 e l'industrializzazione aveva triplicato il numero degli abitanti, triplicando anche il carico di lavoro, che per certi versi rendevano le  giornate faticose e stressanti.

Restò in quegli anni  sempre fedele a Don Peppino. Lo tradiva solo la domenica con il dott. Vitaliano Ciocco, che era il medico sociale della U.S. San Salvo (1967), mentre egli  era infermiere ufficiale al seguito della squadra.  

Era uno spettacolo vederlo all'opera. Non appena un calciatore cadeva, si alzava di scatto dalla panchina e con la tuta sociale, scarpe da tennis,
un cappellino in testa e la valigetta del pronto soccorso in mano, correva a passetti veloci in mezzo al campo, battendo sempre, tra gli applausi, il dott. Ciocco, che nghe li pìte a rungiàtte (con i piedi lievemente orientati verso l'interno), lo rincorreva come un lento bisonte, essendo divenuto ormai anziano.

Non prendeva una lira per quella sua missione, il nostro Franco, solo applausi : faceva tutto per pura passione.

E quegli applausi li meritava tutti, dentro e fuori dal campo, per essere stato negli anni bui,
l'infermiere di tutti, sopratutto della povera gente, che aveva trovato in lui un amico fraterno nel momento del bisogno.

Franco Lestingi , infermiere U.S. San Salvo, il primo accosciato a sinistra con la valigietta di pronto soccorso tra le mani.Il terzo in piedi  da sinistra è  il dott. Vitaliano Ciocco, alla sua sinistra il Sindaco pro-tempore di San  Salvo  Cav. Vitale Piscicelli, con accanto a sua volta il Cav. Cilli Virgilio, Primo Presidente della U.S. San Salvo nel 1967.

Senonché, quando le giornate di Franco sembravano trascorrere normali, ecco il diabete giocargli  un brutto scherzo.

La voce si sparse in paese in un baleno: Franco era stato ricoverato d'urgenza all'Ospedale Civile di Vasto. 

La diagnosi era tragica: coma diabetico.

Lo riportarono a casa con l'ambulanza. Non c'era più nulla da fare. 

Accorse al suo capezzale Don Peppino, informato da Assunta, ormai disperata.

Lo visitò.

Fatto sta, che non so se per bravura professionale o perché sperava in un miracolo, Don Peppino intravide un piccolo barlume di speranza. Senza perdere un attimo di tempo, tornò nel suo ambulatorio e si attaccò al telefono, chiamando l'Ospedale: "Venite immediatamente a riprendere il mio infermiere Franco Lestingi, sono il suo medico e mi assumo tutta la responsabilità di questa mia azione."

L'ambulanza arrivò e don Peppino la seguì con la sua auto sino all'Ospedale, pronto ad intervenire per ogni evenienza durante il viaggio.

Franco salvò ancora una volta la pelle. Il miracolo si era compiuto, merito dello Spirito Santo e forse dello spirito di amicizia  che lo legava all'amico medico.

Passato il brutto momento, Franco ricominciò a lavorare.  Riprese a fare con quella sua vocina battute a destra e manca. Sfotteva e veniva sfottuto dagli amici, i quali, dopo che l'aveva scampata per un pelo, lo soprannominarono morte e veve (morto e vivo), stesso soprannome di un antico concittadino che si era svegliato dopo una morte apparente.  

Con il tempo pareva essersi ristabilito, anche se il  male era sempre latente. Ma non durò a lungo. All'improvviso, le sue condizioni di salute si aggravarono un'altra volta, anche se sembrava una delle solite crisi a cui la famiglia era ormai abituata.  Franco era cosciente, ma stava davvero male.

Mentre era a letto, arrivò una telefonata. Era Pasquale Spinelli, l' ex calciatore ed allenatore del San Salvo, il quale non sapendo del suo stato di salute, gli aveva telefonato affinchè Franco si recasse a casa sua perchè aveva bisogno di farsi fare una iniezione.

Vincenzo, suo figlio, riuscì a trattenerlo a stento nel letto. Voleva alzarsi e correre da Spinelli, dal suo amico calciatore, con il quale aveva condiviso gioie e dolori, trasferte ed emozioni, in quelle domeniche calcistiche in cui si giocava a pallone. 

"Cinque minuti e torno!", disse a Vincenzo.

In fondo la sua vita era stata sempre quella, correre, correre, correre, quando qualcuno lo chiamava per fargli fare un'iniezione. Ora si trattava di un amico ed era suo dovere correre da lui, per fargli, in fondo, solo un'iniezione.

Qualche giorno dopo se ne andò, per sempre. 

Era il  20 gennaio del 1980. 

Quel giorno Don Peppino non c'era.

Era in giro per il mondo, a bordo di una delle tante navi da crociera, su cui ogni anno salpava, come direttore sanitario, in qualità di 2° ufficiale in ordine di grado, dopo il comandante in prima della nave.

Don Peppino non c'era!

Chissa!

Il dott. Giuseppe de Vito ritratto a Buenos Aires. Sullo sfondo la poppa del transatlantico Giulio Cesare

Altri medici sansalvesi in quel periodo furono Lelline Russo, (Angelo Russo), figlio di Tumassine (Ottorino Russo), che si era specializzato in malattie infettive e lavorava a al Centro Antitubercolare di Chieti  e l'indimenticabile Do' Marie Artese, amico del popolo, che era figlio di Do' Ureste Artese, che negli anni 60, dopo il matrimonio con Donna Lidia, sorella di Lillino Artese, il futuro deputato al parlamento italiano, si trasferì a svolgere la professione di medico  a Como.  Al suo ritorno negli anni 70 fu medico di base a San Salvo oltre che medico alla Magneti Marelli.

L' Ospedale Civile di Vasto (anni '50-'60) era ubicato vicino alla Chiesa di San Pietro in Sant'Antonio di Padova,  ed era composto da due corpi di fabbrica. Quello principale aveva la sede  in un palazzo su Via Anelli, mentre l'altro in una casa non molto ampia  lì vicino, in via Sant'Antonio, che  i sansalvesi chiamavano "lu spudalatte" (piccolo ospedale).  


Don Camillo Artese, da quel che dicono, era un bonaccione.  Scapolo era un medico molto apprezzato, che con la carenza di soldi che c'era in giro, riusciva a curare la gente con erbe medicamentose, decotti e terapie non costose, che quasi sempre coglievano nel segno. Mi raccontava mio padre che se qualcuno aveva dei dolori reumatici, gli consigliava di mettere un mattone vicino al fuoco per farlo riscaldare, e  dopo riscaldato, avvolto in un panno, di tenerlo vicino alla zona dolorante.

Un male che affliggeva i bambini era la vermenare, il mal di pancia, che dicevano fosse causato alla formazione di vermi nella pancia del bimbo a seguito di forti spaventi e paure. Per questo motivo, quando un genitore sgridava formente al figlio, interveniva sempre qualcuno, specialmente la nonna, che gli diceva: "Zette, ne' vede ca mo j fi mene' la vermenare a ssu cetle?  (Non sgridarlo più!  Non capisci che gli  stai facendo  venire la virmenare a questo bambino).  

Spesso capitava che qualche bambino, giocando in strada, cadeva per terra e sbatteva li cirvelle (la testa). Se era solo 'nu vozze 'mbrante (un bernoccolo) o nu vrógnele (una tumefazione) non era nulla di grave e non finiva nemmeno la cummedie (il gioco), ma se ze rumpuave le corne (si spaccava la testa)  o sbattave le froscie, (si rompeva il naso), le cose si complicavano ed allora veniva  trasportato d'urgenza dal medico. Ricordo che c'era sempre cacche grosse (qualche adulto), che si trovava di lì a passare per caso, che sentendolo piangere tutte 'nzanganate (tutto insanguinato) e smascherejéte (irriconoscibile), lo prendeva 'ngolle (in braccio) e lo portava quasi sempre da Don Peppine de Vito, che gli disinfettava prima la ferita con la tintura di iodio, poi  j mittave le pinte (gli metteva i punti di sutura), gli spargeva un po' di penicillina sulla parte ferita, e 'nghe la bommácie (con l'ovatta)  e lu sparatrap 'ncape (lo sparadrappo in testa), lo rimandava a casa, come un ferito di guerra. All'uscita dall'ambulatorio, dove lo aspettavano al di fuori gli amici, si atteggiava quasi ad eroe, capace di avere avuto la forza di affrontare siffatta disavventura. I suoi compagni  gli chiedevano: "Canda pinte t'ha messe ?" (quanti punti di sutura ti ha messo Don Peppino?). In base al numero dei punti si stabiliva il grado del suo stoicismo alla sopportazione del dolore.

A San Salvo negli anni  '50 e primi anni '60  non c'era neanche un dentista e la dentiera era un optional semisconosciuto. Per curare i denti si andava a Vasto dal Dottor Muzi. Il primo dentista venuto a San Salvo alla fine degli anni '60, fu il dottor Goffredo Tilli,  poi divenuto medico condotto, e successivamente ufficiale sanitario.

 

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