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I racconti di Fernando Sparvieri

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Ma chi sarebbero li salvanese?
(Un po' di storia locale raccontando personaggi)

di Fernando Sparvieri

II  puntata

I carabinieri e Nonsaccie

Ma non furono solo  i maestri elementari a fare il loro dovere coniugale a San Salvo. Nutrito è anche l'elenco di carabinieri che negli anni '50 e '60, ligi al dovere, si arrestarono da soli, qui, catturati dalla autentiche bellezze adriatiche, di  alcune ragazze del luogo.  

E' il caso del carabiniere scelto Enzo Saturni, da Pescorocchiano (Rieti), che venne scelto nel '58 dalla bella Anna Torricella, figlia di Peppine la guardie (Giuseppe Torricella), guardia comunale degli anni '40, da non confondere con il vigile urbano degli anni '60 Peppine la guardie (Giuseppe Di Stefano, cupellese), il quale  sposò anch'egli una sansalvese, Olga Sorge, sorella a sua volta del colonnello dell'esercito Renato Sorge, entrambi figli de Fuledeche (di Filoteo). Per notizia Enzo Saturni, dopo il matrimonio, smise la divisa di carabiniere ed indossò dapprima quella di guardia municipale (fu collega di Giuvuanne la guardie - il mitico Giovanni del Borrello) e poi quella di guardia della SIV.  

Marciarono poi con la marcia nuziale:

  • nel '65 il carabiniere scelto Matteo Lozzi, termolese, mio caro amico, scelto dalla bellissima Nicoletta Travaglini, la feje de Peppine la guardie (Giuseppe Travaglini), che a sua volta era stato prima carabiniere e poi guardia comunale boschiva, da non confondere nè con Peppine la guardie (Giuseppe Torricella) e nè con Peppine la guardie (Giuseppe Di Stefano); 
  • nel '68 il compianto Filiberto Mancini, da Pozzilli (IS), altro carissimo amico, che poi diverrà negli anni '80 Capo dei Vigili Urbani del nostro Comune, anch'egli scelto scelto dalla graziosa Mirella Cilli, figlia del carabiniere Secondino Cilli (finalmente un padre dela sposa che non si chiamava Peppine la guardie), che fu vice Sindaco di San Salvo dal '60 al '65; 
  • tra i due si inserì nel '67 il carabiniere scelto Alberto Nolfi, da Bugnara (AQ), scelto quest'ultimo dall'affascinante Lucia Di Santo, l'unica che non aveva a che fare in famiglia con le armi d'ordinanza, meglio conosciuta in paese come la nipaute di Bastiane lu cioppe (Sebastiano Angelozzi), ciabattino, che in quegli anni aveva aperto un ottimo negozio di frutta e verdura in C.so Garibaldi.

Che fatica! Un vero intreccio di Peppine la  guardie, vigili urbani, colonnelli e carabinieri.

   
Don Cirillo Piovesan unisce in matrimonio Anna Torricella ed Enzo Saturni.

Nicoletta Travaglini  e suo marito  Matteo Lozzi, appena usciti dalla Chiesa di San Giuseppe, nel giorno del loro matrimonio.


Mirella Cilli e suo marito  Filiberto Mancini

Ed a proposito di carabinieri, e questa non è una delle solite barzellette, si racconta che un giorno i gendarmi di Cupello (prima della guerra a San Salvo non c'era la Stazione dei Carabinieri), fermarono per un controllo Luigi Nuzzaci (3/10/1897), originario di Soleto (LE),  che era venuto a lavorare a San Salvo e che i sansalvesi chiamavano Nonsaccie (non so), storpiatura dialettale del suo cognome .

"Come ti chiami", gli chiesero.
“Nuzzacci!”, rispose Nonsaccie in stretto dialetto pugliese.
"Come non lo sai?", continuavano a chiedergli  indispettiti i carabinieri.
“Nuzzacci!", continuava a rispondere Nonsaccie sconsolato.
Pare che alla fine lo portarono, pover'uomo, in caserma dove tutto si chiarì dopo non poche difficoltà.

Nonsaccie, è uno di quei forestieri che i sansalvesi, sopratutto i più anziani, ricordano con affetto e simpatia, nonostante avesse un carattere introverso e spesso diffidente. A tutti, al solo a nominarlo, scappa un sorriso, perchè tutti, o quasi tutti, in gioventù, ebbero a che fare con lui.  

La sua storia è una di quelle originali, irrepetibile.
Adesso ve la racconterò.
Come già detto, era nativo di Soleto (LE) ed era giunto a San Salvo negli anni ’20, strada facendo , e mai più di questa volta un eufemismo è azzeccato: faceva lo spaccapietre e brecciava le strade che all' epoca erano ancora tutte bianche.

Di statura tozza e robusta, con la testa, il collo, le braccia ed i polsi quasi della stessa misura, si sedeva lungo una strada ‘nghe 'na mantìre ‘ngolle (con un grembiule tipo quello da cucina), e dinanzi ad un mucchio di grosse pietre ’nghe 'na mazzàtte (con una mazzetta - robusto martello) ne faceva un altro di vrácciele e vreccítélle (brecce e breccioline). Poi le caricava su una carriola e con una pala le spatrejéve (le cospargeva) sulla strada.


Breccia dopo breccia, fece breccia nel cuore di Za’ Tresene, Teresa Della Penna, sorella di Ercoline lu frabbricatàure (Ercolino il muratore), che nel ‘23 sposò. La coppia ando’ ad abitare in una casa sopra a lu murajaune de la fanta vicchie (al muraglione di Via Fontana).

Nonostante il suo mestiere fosse gravoso, Nonsaccie aveva una forza incredibile nelle braccia e l’ultima cosa a spaventarlo era il lavoro.

Senoché un bel giorno ecco arrivare il progresso. Le strade iniziarono ad essere asfaltate e per di più le pietre iniziarono ad essere frantumate da le lavegge (dagli impianti di frantumazione, macinazione e vagliatura di inerti) (1). 

Nonsaccie rimase senza lavoro e fu costretto a cambiare mestiere. Si mise dapprima a fare lu scarpelléne (lo scalpellino), realizzando a mano, con martello e scalpello, le zanelle in pietra dei marciapiedi, e poi  a fare lu ova a ova (commercio ambulante di uova ed altri prodotti agricoli).

Uooooooohhh! Uooooooohhh!”, si cominciò ad udire per le vie del paese.
Era Nonsaccie che girava a piedi, nghe 'na cistarélle  ed una bilancia tra le mani.

Esse! Esse! Mo’ passe Nonsaccie!” (Ecco! Ecco! Adesso passa Nuzzaci), dicevano le casalinghe dentro casa, udendo quel suo richiamo sordo e gutturale, che si udiva anche a distanza.

La gente, al suo passaggio, usciva di casa e gli vendeva di tutto: uova, fécher’a sécche (fichi secchi), formaggio, lana ed altri prodotti che l’allora misera società contadina riusciva ad offrire.

Nonsaccie ze ‘mbujéve (si fermava), cacciave la velángie (tirava fuori la stadera), pesava, ed in silenzio mettáve méne a lu partàfóje (pagava). Per timore di sbagliare, contava e ricontava il denaro più volte, e se il pagamento avveniva nghe le so’ de carte (con le banconote), le sfreculejéve (le strofinava) più volte tra le dita, per timore che z’avévene appiccichite (si fossero incollate) tra di loro.

Non so se prima di fare lo spaccapietre Nonsaccie avesse mai avuto esperienze con le galline, ma a quanto pare con le uova ci sapeva davvero fare.

Si racconta che un giorno si presentò a casa sua,  un giovanotto vastese nghe ’na ciàste (con un cesto), pieno di uova.

Nonsaccie ne prese uno, se lo portò all’ altezza di un occhio, poi ne prese un altro e dopo averne scrutati alcuni, gli disse: “Chesse n’è bbune!” (Queste uova non sono buone).

“Come!”, gli chiese quel giovanotto chiedendo spiegazioni.

Chesse n’è bbune! E’ sciacque!” (Le uova non sono buone, hanno già il pulcino in formazione dentro). Aveva perfettamente ragione. Quelle uova avevano cungacherejte tutte quénte (tutte avevano dentro un pulcino).
Quando arrivava l' autunno, altro giro, altra corsa, avrebbe detto il padrone della giostra a catenelle, che veniva alla festa de Sante Vetale.

In autunno inoltrato, infatti, quando ze cujàve la léve (si raccoglieva l'ulivo), Nonsaccie, lasciava a casa la cistarélle (il suo piccolo cesto) e con un sacco di iuta sulle spalle, andava comprando un po’ d’olivo che molta gente, dopo aver riempito lu vutinàlle (recipiente per olio domestico), non aveva portato a lu trappéte (a macinare al frantoio), sperando di venderlo a qualcuno.

Era quello il misero commercio di molti ambulanti , che dopo aver comprato prodotti della terra della povera società contadina, andava a rivenderli a dei grossisti a Vasto, oppure a Pescara, in treno.

Ma se fin qui la sua figura di óve a óve di Nonsaccie può apparire simile a quella di tanti altri piccoli commercianti di quel periodo, ciò che che lo rese unico e famoso, e che a ricordarlo oggi fa sorridere gli anziani, furono i suoi piccoli affari con tanti di loro, quando da ragazzini, di nascosto dai genitori, andavano a rivedendergli  qualsiasi cosa capitasse loro sotto tiro, con la speranza di buscarsi qualche lira.

Gli portavano di tutto: la maruànélle, che erano acini d'olive che avevano sgriscìti (rubati) in qualche oliveto, l’acinàlle, altri acini che dopo il raccolto erano rimasti sulle piante o ave’ caschìte 'nterre (erano rimasti sul terreno), qualche chilo di grano che rubavano a la sacchàtte (al sacco) di casa e sopratutto le uova che facevano sparire nei blindatissimi  pollai di famiglia.
Le galline, difatti, fetavano in ogni stagione e le uova erano un po' come denaro contanti nella misera condizione economica di molte famiglie, sorvegliatissime sia nella credenza  di casa che nei pollai. 
Si racconta che ‘Ntunine Cràcchie (Antonio Checchia), all’ epoca poco più che dodicenne, aveva escogitato un ottimo sistema per fregare le uova nel pollaio di casa.  A quei tempi, in ogni pollaio, vi era ’na casarelle de le hallène (una casetta per le galline) con una porticina chiusa con un lucchetto, per timore che qualcuno l’aprisse e fregasse le uova. La stessa casetta, aveva inoltre, ’na cavócchie (un piccolo pertugio), ad altezza del suolo, affinché la gallina potesse entravi ed uscire liberamente, dopo aver deposto l’uovo.

’Ntunine
cosa fece: prese nu cuppéne (un mestolo) e dopo averlo legato ad una canna nghe nu férre feláte (con ferro filato), le nturzuáve a la cavócchie (lo inseriva nel pertugio) e frecave l’óve (rubava l’uovo) al pollaio della mamma.

Veta’! (Vitale!)”, disse un giorno sua mamma a Zi’ Vitale, il marito, “Me sa ca le halléne nustre ne fàtene chije! E pìure pare ca l’aja attentite!” (Ho l’impressione che le nostre galline non fetino più. Eppure le ho tastate! L’uovo c’era).  "E doppe" (E dopo), aggiunse, "pare ca du' tre halléne le so' ntàse a cacareje' " (ho anche udito due tre galline fare ca ca ca ca ca), che è il suono che emette la gallina subito dopo aver deposto l'uovo).

Si chi vu fua’!” (sai cosa devi fare) , le rispose Ze’ Vetale,“Mette lu vraccále a lu cuáne!” (lega il cane con il collare), credendo che il colpevole fosse il suo cane.

A lu cuáne vu muàtte lu vraccále!” (Al cane vuoi mettere il collare!), intervenne Federéche (Federico), il figlio maggiore. "Lu vraccále l’ha da màtte a quésse!” (il collare lo devi mettere a lui, concluse indicando con il dito ’Ntunine.

Ma i commerci di Nonsaccie con i ragazzini non finivano qui.

Siccome con il tempo si era messo a fare anche il rigattiere, iniziarono a portargli anche qualche pignéta vicchie d’alluménie (pentola vecchia d’alluminio), che avevene jute arcóje a lu munnezzáre (che avevano raccolto nell’immodezzaio), oppure pezzi di piombo delle prime condutture dell’acqua potabile, stégne e stagnarìlle (barattoli e barattolini vari di metallo) ed il rame, che i ragazzi sfilavano dalla guaina di rudimentali fili di corrente elettrica, per farli pesare al netto.

Ciò che Nonsaccie pagava bene erano le schegge in ottone delle spolette delle granate, che nonostante la guerra fosse passata già da un pezzo, si trovavano ancora disseminate nelle campagne.

Quando i ragazzini, quasi sempre a frotte, andavano a casa sua, sul muraglione, la scena era sempre uguale: li faceva entrare in un piccolo e buio androne, tirava fuori la velange (la stadera) e con la faccia un po’ burbera, controllava che non lo stessero fregando.

Sì perchè c’era sempre qualcuno pronto ad imbrogliarlo.

Accadeva quando qualche furbetto, per far pesare di più ‘na tijella vicchie (vecchio tegame d’alluminio), ch’ave’ sempre jute a ’rcóje a lu munnezzáre, (che era andato a raccogliere sempre nell’immondezzaio), l’acciaccáve (lo schiacciava) con un martello e ci metteva dentro alcune vreccelàlle (piccole pietre), per farlo aumentare di peso.
Ma non era facile farlo fesso.

Nonsaccie
la scuoteva e se sentiva ballare all’interno qualcosa… Apriti cielo! Se lo portavano i diavoli. Rosso per la rabbia, j faciave arruvue’ le pite arrete la cudálle (lo faceva fuggire in modo talmente veloce, che i piedi del fuggitivo gli arrivavano sin dietro la nuca).

A volte capitava anche che mentre lui era intendo a acquistare un uovo ad un ragazzo, un altro, complice, glie lo sfilasse dalla cesta, in un circolo ad libitum di compravendita sempre dello stesso uovo.
In realtà, almeno da ciò che raccontano gli anziani, in fatto di imbrogli, pare che anch’egli spesso ci provasse a farli fessi, per cui divenne in molti casi una specie di quotidiana lotta a chi potesse imbrogliare di più.

Per i ragazzi di quei tempi, Nonsaccie era una vera risorsa, ma non era facile trovare qualcosa da andare a rivendergli. La gente riciclava di tutto e non buttava praticamente nulla.

Erano davvero tempi grami per le famiglie. I giovani stavano tutti sfasciuliti (senza una lira in tasca) e per comprare qualche popolare (sigaretta), tra l’altro sfusa, o per andare a lu cinéme de Pumpè (al cinema di Pompeo Marzocchetti), era una necessità cercare qualcosa da andare a rivendere a Nonsaccie.

Naturalmente, il nostro Nonsaccie, non poteva campare solo con i ragazzini e con il tempo aveva allargato il suo raggio d’azione. Tutto faceva brodo per migliorare il suo giro d'affari. Ad esempio, quando arrivava il periodo che i contadini tramutevene lu véne a la vàtte (praticavano la svinatura dai tini alla botte per liberare il mosto dai residui), acquistava la feléccie (la feccia, residuo depositato nelle botti dopo la fermentazione del vino), per poi andare a rivenderla alla distilleria giù alla stazione, che dopo un’ulteriore fase di lavorazione ne ricavava alcool puro. 

Ma quanta fatica prima di venderla.

Nonsaccie si metteva davanti casa , sul muraglione, e dopo aver modellato con le mani la feleccie a forma di  pallótte (una specie di pallotte cascie e ove), le affilava una ad una sopra a ’na 'ncirate (ad un telo cerato),  e le spannave (le lasciava esiccare) al sole. 

Era quello il  periodo in cui molti ragazzi, non essendovi giocattoli sofisticati, giocavano a mazze e kizze, un gioco simile al basebbal americano. Con una mazza, preferibilmente di quercia, si doveva colpire lu kizze (un altro pezzettino di quercia più piccolo), che una volta colpito schizzava in aria come un missile. 

Senonchè un giorno, dopo che Nonsaccie aveva messo ad asciugare al sole la feléccie, ecco piombare dal cielo nu kizze, che andò a ricadere proprio sulla feccia di Nonsaccie..  

All’aneme de che te murte!!!”, si udirono le sue urla da sopra il muraglione, quando si rese conto che le sue pallotte erano in gran parte state squaquarijte (distrutte) (2).

Era successo che Angiuline bandete (bandito, soprannome di un ragazzo del luogo), che stava giocando nelle vicinanze con i suoi amici a mazze e chizze, una specie di rudimentale baseball americano, colpì  lu chizze con una tale potenza, che lo  mandò a ricadere sul muraglione antistante, dove Nonsaccie ave’spáse la fileccie

Povere Nonsaccie, quanti commerci era costretto a fare per campare.

Uno solo non lo appassionò mai: quello delle galline, troppo complicato da gestire negli angusti spazi di casa. 

Pare invece che fosse uno dei pochi in grado di procurare, su richiesta, le piccingélle (piccioncini), che la gente regalava a coppie alle figliate (alle puerpere), in quanto, almeno così dicevano, cucinati in brodo, contribuivano a far produrre dell’ottimo latte alla mamma per il neonato.

Nonostante ne avesse procurati un sacco per i suoi clienti di piccingélle , non ebbe mai il piacere, il nostro caro Nonsaccie, di regalarne un paio, con lo stesso scopo, a Za’ Treséne, sua moglie. La coppia purtroppo non ebbe figli. 

Rimasto vedovo, trascorse gli ultimi anni della senilità, come si usava un tempo e come si usa sempre più spesso oggi, con figli e senza figli, a Sante ’Nufrie (Sant’Onofrio - antica casa di riposo per anziani in Vasto) ove morì. E' sepolto al cimitero nuovo di San Salvo.

Di lui e delle sue attività, che segnarono un’epoca, è rimasto solo il ricordo nelle menti degli anziani, che furono i suoi giovani clienti di ieri.

Provate a chiedere a qualcuno di loro se lo conosceva: vi risponderà con un sorriso.
Luigi Nuzzaci, come lo ricorda Ergilio Monaco

NOTE:


(1) I sansalvesi conobbero l'asfalto nel '44, quando gli inglesi,
durante la guerra, dopo la loro entrata in paese, dovendo risalire con i loro mezzi bellici verso nord,  asfaltarono il tratto di strada  (ex S.S.16) che dal fiume Trigno portava a San Salvo. Prima di allora né i sansalvesi, né gli abitanti dei paesi limitrofi, conoscevano l'asfalto. Sempre in quel periodo, gli inglesi, per favorire il transito dei loro mezzi, che non riuscivano a girare alla curva a gomito che da Via Roma  immette su  C.so Umberto I, dinanzi all'attuale attuale Bar Centrale, demolirono all'altezza de la puteche de la Jnnarile, un gruppo di case, realizzando l'attuale 2° Vico Umberto. E ' questo il motivo per cui la lu negozie de la Jnnarile ha una forma trapezoidale irregolare. Stessa sorte subì la  casa dell'ex Sindaco Vitale Piscicelli, dove ancor oggi c'è l'oreficieria gestita dal figlio Luigi, che venne demolita in parte per realizzare la curva che immette su Via Roma, verso il Bar Biondo. (Fonte Tonino Longhi).  

(2) Il verbo squaquaracchiare o squacuaracchiare significa far assumere accidentalmente una forma diversa ad un qualcosa, come quando ad es. un cocomero  scivola dalle mani e cade sul pavimento : lu ciutràune 'z'è squaquaracchiate.



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