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IL VENTENNIO FASCISTA A SAN SALVO

Cav.Vitaliano Ciocco
medico chirurgo

(11/02/1892  -  03/11/1971)        

(tratto da un libro inedito di Peppino Romondio)

Dr. Vitaliano Ciocco

Il dott. Vitaliano Ciocco (1892-1971) era il figlio del sansalvese Giuseppe Ciocco e della vastese Amalia Albertini.

A soli 24 anni nell’aprile 1916 si laureò in medicina e chirurgia presso l’ateneo della facoltà universitaria di Bologna dove discusse la tesi di laurea dal titolo: ”Condotta del chirurgo nelle ferite del torace” e subito dopo superò brillantemente la parte pratica con l’analisi di due casi di clinica medica, due casi di clinica chirurgica ed uno di necroscopia clinica.

Fervente interventista, Ciocco partecipò con onore al primo conflitto mondiale. Con il grado di tenente medico, salvò diverse vite umane e curò soldati con gravi ferite recuperati dai diversi campi di battaglia del fronte di guerra. Venne poi richiamato a San Salvo dai decurioni amministratori locali per fronteggiare la grave epidemia di spagnola che all’epoca stava decimando anche  la  popolazione sansalvese.

Subito dopo la prima guerra mondiale il consiglio dei decurioni gli offrì la condotta medica del borgo di San Salvo dove il dott.Ciocco esercitò la professione medica per quasi mezzo secolo.              

La “spagnola” , fattispecie di epidemia influenzale ad altissima mortalità, sterminò oltre venti milioni di persone e  di gran lunga superò il numero dei caduti della prima guerra mondiale. L'agente eziologico dell’epidemia di spagnola era un virus ibrido derivato dalla ricombinazione genetica incrociata del virus dell'influenza umana con il virus dell’influenza suina. La spagnola (così denominata perché il primo caso si era avuto in Spagna) esordiva con starnuti, rinite e febbre altissima. Era però una malattia ad alta mortalità per le frequenti complicanze respiratorie da ostruzioni bronco-polmonari.

A San Salvo il brillante dott.Vitaliano Ciocco, sposò la coetanea Elvira Artese (1882-1955). La consorte era la sorella del farmacista don Oreste, dalla quale ebbe un unica figlia di nome Giovanna Ciocco.

Risiedevano in paese a c/so Garibaldi in una bella dimora dove al pianterreno sotto casa il dr Ciocco aveva l’ambulatorio medico di esercizio professionale.

Nel 1930 Benito Mussolini aveva detto che il popolo italiano aveva tre tare genetiche da estirpare: “Il semplicismo, la faciloneria e la creduloneria” e durante l’intero ventennio il piramidale potere centrale del duce veniva ricalcato anche nelle periferie italiane.

Nei piccoli paesi il  duce era imitato anche nella camminatura da banali stereotipi riflessi.

Ogni piccolo borgo aveva il suo potente "ducetto" o "gerarchetto” di campagna, che spesso in ruoli di podestà, capeggiavano parate o adunate paramilitari. Tali ducetti all’ombra del regime sceglievano sedi di sezione e amministratori locali.

Ricalcavano la gestualità e in camicia nera imitavano gli atteggiamenti e la tipica oratoria pausata da silenzi del duce Mussolini. Il medico condotto Ciocco, come tutti gli altri gerarchetti di paese, faceva dure  prove di specchio per imitare al meglio i modi di fare del potentissimo maestro duce degli italiani.


Durante il ventennio Ciocco diventò segretario politico e referente politico assoluto del Partito Nazionale Fascista a San Salvo. Ciocco attivista del PNF dal 1923, divenne presidente della locale Associazione Combattenti e fu il promotore a S.Salvo del gruppo d'onore dei reduci di guerra.


Durante il ventennio fascista nel borgo sansalvese il dott.Vitaliano Ciocco ebbe il totale controllo politico e nulla poteva essere deciso senza il suo fondamentale assenso.

Nel censimento del 1931 San Salvo contava circa tre mila abitanti mentre la vicina Istonio  con 11.066 residenti era già per densità demografica la seconda città della  provincia di Chieti.

All’epoca le stradine sansalvesi erano senza asfalto, lastricate con sassi alla buona. La pioggia e la mancanza di servizi igienici domestici trasformavano quelle stradine in putride latrine. La gente del borgo aveva scarponi sempre sporchi di melma. La povertà regnava nel borgo e il silenzio anchilosante amplificava il desiderio di una vita   con meno privazioni e difficoltà. Molte volte però tali auspici rimanevano nobili sogni tra  le difficoltà reincarnate tramandate di padre in figlio. Spesso era difficile pagare il fornaio o perfino la risuolatura degli scarponi. Il paesino stretto in una morsa di prospettive difficili non lasciava alcun spiraglio al sogno di un futuro proiettato al benessere. Erano tempi molto difficili ed ancor di più lo era per chi alla sera era più a digiuno del mattino.     

Il 4 novembre del 1932 Ciocco, presidente della locale Associazione Combattenti, venne nominato “Guardiano  d’Onore del Monumento Sansalvese ai Caduti di guerra" dall’amico podestà Pietro Marzocchetti (con il quale successivamente avrà vari contrasti).  Presenziò l’innaugurazione  e la posa in opera della statua di bronzo denominata “Vedetta Armata“ posizionata nel giardinetto pubblico della rimembranza monumento ai caduti di guerra.

Alla presenza di autorità locali e provinciali tra cui S.E. il cav.Luigi Russo, triumviro prefetto dell’associazione nazionale combattenti, Vitaliano Ciocco tagliò il nastro  inaugurale con la benedizione del parroco di San Salvo don Oreste Scatozza.

                

Alla solenne cerimonia partecipò anche la consorte donna Elvira Artese e la figlia Giovanna. 
    

                                       

Vitaliano Ciocco aveva diversi  collaboratori e fidati sottocapi di quartiere però non tutti i sansalvesi gradivano la sua eccessiva politica autoritaria.

Don Camillo ArteseCiocco, non amava molto i colleghi medici. Non li considerava affatto alla sua altezza e li trattava come dei concorrenti professionali. Nel ventennio  denunciò alle autorità centrali il compaesano collega medico Camillo Artese. Riuscì a sbarazzarsi del collega denunciandolo come sovversivo politico e soggetto pericoloso per l’ordine pubblico sansalvese.

Don Camillo venne arrestato dalla polizia fascista a Noceto nel parmense, a casa del fratello. Per scagionarsi da quelle pesanti accuse inviò un memoriale all’ispettore nazionale del PNF. Il memoriale difensivo scritto di pugno da don Camillo riportava gravi accuse contro il dott. Ciocco tra cui  abuso di potere ed appartenenza associativa alla  vietata loggia massonica termolese Ernesto Nathan.

Don Camillo Artese non ottenne i risultati sperati e non  riuscì a spuntarla, anche perché le autorità centrali non tennero affatto conto delle sue controaccuse difensive scritte in tale memoriale.
Venne perciò confinato come antifascista sovversivo.

L’austera politica del dott. Ciocco era temuta e rispettata in paese.

Ciocco era molto ligio al dovere e anch’egli, come il duce, non era insensibile alle curve femminili; non disdegnava affatto le occasionali avventure o dimostrazioni di alta virilità maschilista. 

Vitaliano non era altissimo ma sembrava imponente allorquando in camicia nera indossava i pantaloni alla zuava e gli stivaloni lucidi e neri come la cintura portata strettissima alla vita per mettere in risalto il possente torace. Nel piccolo borgo sansalvese il medico Vitaliano aveva inimicizie profonde dettate soprattutto dal ruolo politico ed invidia sociale.

In quel periodo i contadini del paese a fatica tiravano a campare ma mettevano al mondo molti figli. La minuta ostetrica  levatrice del paese donna Emma Frasca in Fabrizio, assisteva le gestanti nei numerosissimi parti che avvenivano nelle umili dimore sansalvesi senza l’auxilio delle moderne ecografie, anestesie subaracnoidali o ginnastiche pre-parto. All‘epoca le donne incinte sudavano nei campi fino all’ultimo giorno di gravidanza.

La piccola ostetrica lavorava sodo e senza orario. Aveva il rispetto totale della popolazione e morirà intorno agli anni sessanta. La sua unica figlia Lidia Fabrizio sposò il giovane medico dott. Federico Bontempo.

 

Donna Emma Frasca              

                



All'epoca i parti erano numerosi e sponsorizzati dal regime con i premi di natalità. Avvenivano in casa con l’aiuto dell‘esperta ostetrica, di qualche amica, vicine di casa o una parente stretta. Il costoso medico arrivava solo nei parti distocici quando il nascituro aveva presentazioni anomale o un lungo cordone ombelicale.              

Accanto al ruolo istituzionale dell’ostetrica condotta era molto diffuso in quel periodo l’aborto clandestino.  

Le gravidanze infatti venivano spesso stroncate dai ferri da lana di volgari "mammare", vecchie  inacidite che non erano ostetriche e tantomeno esperte infermiere. Tali "mammare" ignoravano le regole più elementari dell'igiene chirurgica e queste rischiose pratiche abortive spesso sfociavano in gravi complicanze con emorragie, infezioni e conseguent decessi della gravida.

Spesso era il marito a decidere tra la vita e la morte del nascituro, mettendo a repentaglio la vita della consorte partoriente (pratica che per molte donne risultò fatale).

Molte di queste sfortunate poveracce avevano conigliate di figli da sfamare a casa e altre volte erano donne che pagavano a  caro prezzo una solitudine arrivata agli estremi. Spesso, molte donne italiane, rimaste sole, lontane dai mariti o fidanzati impegnati nel fronte di guerra, consumavano strane passioni ed amori di contrabbando che potevano culminare nel dramma inaspettato di gravidanze indesiderate. In questi  casi la gravida sottoposta a tali pratiche, veniva considerata alla stregua di una prostituta dall'opinione pubblica e quindi tutto doveva avvenire nella più assoluta clandestinità. L’aborto clandestino cancellava molte volte la difficile storia tenuta nascosta anche ai familiari. Quando il rimedio funzionava  la triste parentesi si chiudeva ma in caso di gravi complicanze abortive si passava alla inevitabile vergogna, ai processi nei tribunali oppure all’estrema unzione.           

L'alta mortalità neonatale spesso occultava decessi di neonati malformi con la dolosa complicità di  pratiche ostetriche scorrette a volte motivate perfino da vecchi rancori con la partoriente.

L’ospedale era considerato un luogo per morire e all’epoca si cercava sempre di  evitare i ricoveri e perfino le costose parcelle del medico. Si ricorreva ai preziosi consigli dello speziale farmacista amico oppure ai rimedi popolari tramandati da antiche ricette  di infusi e decotti di erbe non solo aromatiche. Solo in casi estremi, obtorto collo, si faceva ricorso al medico. Ai  più poveri del paese a proprie spese il comune di San Salvo faceva eseguire regolari visite mediche dai luminari vastesi convenzionati della vicina clinica Ricci.

Nel 1935 infatti, il vastese dott. Filoteo Ricci percepì 50 lire di compenso  dal  comune di San Salvo a saldo delle visite fatte ai poveri indigenti del paese.  

Ciocco, sempre seguendo le direttive di regime, fece allontare dal paese anche l'agricoltore comunista Giuseppe Torricella. L’attivista Torricella, da tempo schedato come sovversivo antifascista, fu portato al confino politico in un villaggio-lavoro calabrese dove restò  sei mesi. La censura fascista bloccò una sua lettera compromettente e venne di nuovo  processato dal tribunale politico che lo condannò a tre anni di ulteriore pena con il confino politico presso Gizzo Calabro da scontare dal 1937 al 1940.

Come nel resto della penisola, anche a San Salvo (tranne rare eccezioni) tutti erano fascisti o per necessità, o per convenienza, o per timore o  per pura convinzione ideologica.


Molti emigranti sansalvesi erano ritornati in paese dopo molti anni di sacrifici all’estero.

Diversi avevano raggiunto il sogno dell'agiatezza economica come Vincenzo Granata che era rientrato in paese dopo anni nella lontana terra d’America. Il benestante emigrante si era fatto costruire una elegante dimora signorile nella periferia ed aveva acquistato diversi ettari di terreno. Aveva imparato a parlare anche in lingua inglese e tutti lo rispettavano. Vitaliano Ciocco, compare di cresima del figlio Rodolfo, lo incaricò di distribuire gratuitamente ai contadini le calzature da lavoro inviate dal regime.

Ad aprile del 1940, pur in guerra, i sansalvesi non rinunciarono alla festa di S.Vitale. Nel paesino arrivò la banda musicale di Introdacqua.

Contratto con la Banda di Introdacqua

Dopo la liberazione, gli alleati arrestarono il medico fascista don Vitaliano Ciocco che nel novembre del '43 venne confinato presso il campo di concentramento della Certosa di Padula in provincia di Salerno.


Ciocco venne confinato assieme al dott. Raffaele Paolucci, al cav. Achille Lauro e altri illustri fascisti zonali.  Dopo le leggi di riabilitazione e l'amnistia politica il medico Ciocco  rientrerà a San Salvo dove poi resterà fino al 3 novembre 1971, data di morte.

dott. Vitaliano Ciocco

Gli alleati, entrati a San Salvo nel 1943, rimossero l'ultimo podestà del paese  Giovannino Mariotti e nominarono commissario prefettizio don Gaetano De Vito.

Con gli alleati rientrò in paese anche Giuseppe Torricella, liberato dal confino  politico in Calabria. Torricella venne nominato “vigile urbano” ed ebbe anche molto da  fare perchè la gente del paesino aveva messo a soqquadro l'abitazione e la masseria  rurale del dr. Ciocco per la fantasiosa ricerca di ipotetici ed inesistenti tesori accumulati illecitamente dal medico durante il ventennio fascista.  

Erano solo infamanti dicerie e non trovando nulla la gente arraffò la biancheria di casa, parte del guardaroba, soprammobili e perfino pezzi del mobilio di casa. Lo sciacallaggio ovviamente non si  fermò a casa del medico segretario fascista ma continuò con calunniose motivazioni anche in altre abitazioni come a casa Granata.  

Il sospetto della mancata distribuzione di scarponi spediti ai contadini durante il Regime portò le ruberie a casa di Vincenzo Granata. L’incaricato della distribuzione delle scarpe da lavoro non aveva approfittato del ruolo se non in modo alquanto marginale per ricavare qualche lavoro di riconoscenza nei suoi poderi. L’abitazione venne messa a soqquadro alla ricerca di inesistenti scarponi e ovviamente venne rubata perfino la dote e biancheria delle figlie del vecchio emigrante.

La strana resa dei conti fu una repressa esplosione di nervi che trovò la partecipazione di vicini che continuarono il giorno seguente a salutare il vecchio facendo anche finta di nulla.  

Nel 1944 come guardia ferroviaria alle dipendenze del comune di S.Salvo venne  assunto anche Carmine Caruso un cui verbale, conservato nei carteggi comunali dell’archivio storico,  riporta il fermo di due sansalvesi sorpresi a rubare la legna vicino alla stazione ferroviaria (Carteggi dell’arch.storico del comune di S.Salvo).  

Il comandante Benson dell’ AMGOT dettava le sue ordinanze militari al prefetto sansalvese don Gaetano De Vito. Minacciava sanzioni contro chi violava le norme emesse dal comando alleato sul coprifuoco, il mercato nero e il possesso di esplosivi.

Nell’aprile del 1944 i sansalvesi erano alla fame e gioivano anche per un mazzo di cicorie selvatiche trovate nei campi, senza più sale, uova e farina. La gente accoglieva come benefattori i borsaneristi. In campagna si viveva meglio delle grandi città. Alla radio Charles Paoletti, capo del governo militare alleato, ogni giorno impartiva lezioni di democrazia alla gente che lo ascolta e diceva: “Mister Paoletti, poche ciance!!! Dacci spaghetti !!!".

Dal confino il medico don Camillo Artese, venne invitato a tornare a San Salvo da un gruppo di suoi amici antifascisti rimasti senza medico per i contrastri avuti con il dr Ciocco. Durante la liberazione Don Camillo si prodigò ad assistere non solo la popolazione locale, ma anche i feriti angloamericani. Appena rientrato Don Camillo, scrisse una lettera al sindaco  in cui diceva di aver ritrovato il paese in uno stato pietoso e l’artefice del disastro  era stato a suo giudizio il collega Ciocco brutalmente definito (“di razza porcina”).

A fine estate don Camillo  e altri suoi amici, dietro la spinta della Chiesa locale, aderirono alla DC, la cui sede prescelta era nel piano terra del palazzo di don Gaetano De Vito, anch’egli fiero oppositore di Ciocco.


 
(Foto archivio Marco Granata:prima sede della dc,  presso  palazzo De Vito a S.Salvo,  sotto la neve)      
        

Nel 1947, predestinato ad una lunga carriera politica, si tesserò alla DC anche Vitale Artese, primogenito di don Secondino Artese, imprenditore della luce elettrica che anni prima, era subentrato a Ferragonio, con una moderna turbina impiantata sul Trigno, per l'elettricità non solo a San Salvo, ma anche a Lentella ed a Fresagrandinaria.

Peppino Romondio

Dr Vitaliano Ciocco,al centro , a passeggio per Via Roma negli anni 50.



 


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